Rocca di Badolo

Badolo presenta una roccia molto particolare, molto sabbiosa e farinosa. L’acqua e soprattutto il vento, col tempo, hanno eroso la falesia disegnando geometrie armoniche, onde parallele che si inseguono lungo tutta la parete. Proprio per questa particolare malleabilità della roccia le prese, per la maggior parte, sono state scavate manualmente per poter scalare dove la natura, di fatto, non lo consentirebbe. Tutt’ora, infatti, continua imperterrita a levigare, erodere e rimodellare il profilo di tutte le vie che immancabilmente, col tempo, variano linea e difficoltà.

“Qui a Badolo abbiamo il vanto che è una delle poche falesie al mondo nella quale le vie cambiano nel tempo, un 6a oggi potrebbe essere un 7b domani.”

Il lato negativo di definire in partenza le prese delle vie è che non viene lasciato alcun spazio all’interpretazione, i passaggi diventano obbligati, e la linea perde un po di fascino. Dall’altro lato il colore monotono della roccia rende molto difficile vedere le prese in fase di salita e costringe a ricercare, ad ogni movimento, la posizione della tacca successiva, tastando con le mani di qua e di la.

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Per prendere un po di confidenza con la roccia partiamo tranquilli in un settore di recente chiodatura alla destra del santuario in cima alla rocca. Le sensazioni sono da subito contrastanti, sembra che tutto possa crollare da un momento all’altro, eppure tutto regge. Ogni sbavatura della roccia rilascia sabbia al contatto creando, da un certo punto di vista, un ossimoro per l’arrampicata, stai scalando su qualcosa che la tua testa rigetta. Arrampicare a Badolo è arrampicare su un labile castello di sabbia, la delicatezza nei movimenti gioca un ruolo fondamentale.

Ma ancora più fondamentale è la testa. La rocca ti insegna, o meglio dire ti forza, a fidarti ed abbandonare le paure. E’ un ottimo allenamento per le vie di montagna dove le condizioni della roccia non sono sempre ottimali e avere fermezza di nervi aiuta a proseguire ed a non andare nel panico.

Ci spostiamo su qualcosa che sulla carta dovrebbe essere più duro: Ultimatum a Saddam, 6a, 20m. Prima pelata della giornata. Riesce, più o meno a vista, ma che fatica abituarsi alla roccia e soprattutto alla ricerca delle prese nascoste. Nonostante tutto la lezione non sembra essere imparata ed affrontiamo in sequenza Qui, Quo e Qua, rispettivamente un altro 6a, un 6b ed un 6c di 20m. Il primo è indolore, sulla falsa riga della via precedente, ma che con l’esperienza acquisita saliamo più agevolmente.

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Umberto su Diretta del Fico (5b)

Quo è una che va interpretata, movimenti lenti e posati per equilibri non sempre immediati. Le mani e i piedi appoggiano sempre sulle ondulazioni orizzontali  della roccia, su prese sono tutt’altro che scavate. l’uscita alla catena ospita il passo chiave: a pochi metri dalla fine della via si notano due catene una leggermente a destra della linea degli spit, mentre l’altra decisamente più a sinistra. L’istinto suggerisce che quella giusta sia la prima, ma dopo diversi tentativi su microtacche, quasi impercettibili, un local, sentendo “filosofeggiare”, evidenzia l’errore di valutazione. Lo spostamento verso sinistra si rivela essere il passaggio più esaltante della via, un monodito di
pollice da tenere assieme ad una appena accennata, ma efficace, tacca, da tenere con il medio e l’anulare della mano rovesciata, ti porta a salire al termine della difficoltà.

Qua ha un passo in partenza veramente non banale, su tettino strapiombante. Tenere la presa sabbiosa e levigata sopra il tetto per alzare bene i piedi e allungarsi a prendere lo svaso soprastante, si rivela davvero un impresa ostica. Non riesce la prima, la seconda, neppure la terza volta. Si prova e riprova, quattro, cinque, sei, enne volte, ma ancora niente. Probabilmente per pietà, a conteggio oramai perso, finalmente il passaggio viene e con un balzo si è sopra il tetto. Da li la via prosegue più facile, con passaggi sempre belli e delicati, fino alla catena.

Cambiamo settore, ci spostiamo a Badolo basso. Neanche a dirlo la roccia è la medesima. Carico dalla positiva giornata mi butto, al calar del sole, su un 7a, Paperetta. Qui gli svasi risultano molto meno marcati rispetto alle vie precedenti, e molto spesso lasciano spazio a monoditi e biditi appena accennati. I passaggi sono prettamente di equilibrio ma probabilmente qualcosa manca, a tratti infatti la roccia risulta più fragile si sgretola al tatto. E’ un peccato perché la via avrebbe meritato parecchio, ma senza la stabilità dei piedi, l’equilibrio risulta essere troppo precario. La giornata giunge al termine e si va a riposare.

L’indomani crediamo di aver ormai preso un po di confidenza con la parete, ma per iniziare decidiamo di volare basso, giusto per non prendere delle bastonate fin da subito. Partiamo con quello che dovrebbe essere un 4a da 22m, Spigolino. L’arrampicata è divertente su bombè nel tratto basso e su placca in quello alto, su un mix prese scavate abbondantemente e monoditi a “palla da bowling”. Un grado più realista, al giorno d’oggi è comunque un 5a/b. Proseguiamo con Spigolo della Nadia, un 5a che probabilmente si assesta più sul 5c. Anche qui l’arrampicata è caratterizzata da svasi e buchi, con il tratto superiore della via appena strapiombante. Umberto si butta su Righi, 5c, 18m. In realtà il 5c gli va abbastanza stretto, con un inizio molto deludente tra svasi e buchi creati troppo artificialmente che rendono subito ogni movimento troppo leggibile. Nel mezzo della parete però la via cambia esposizione ed ospita dei bellissimi buchi naturali levigati che alzano un po’ il grado e la rendono più interessante. Purtroppo, o per fortuna, il penultimo rinvio prima della catena è tagliato di netto, obbligando a concludere la via appoggiandosi sulla linea affianco. La tipologia di prese e la bellezza dei passaggi di questi ultimi metri meritano tutta la fatica precedente.

Io, audace, tento un 6c, Buccia di Banana, 20m. Non lascia tregua. E’ un continuo ricercare dell’equilibrio migliore. Nessun passo è lasciato al caso, la via non molla un attimo ed ogni movimento va studiato e provato nel minimo dettaglio. Quello che più sorprende è che la maggior parte delle prese sono naturali, crepe, rovesci, terrazzini, quasi non pare vero. E’ la via che in tutta l’esperienza “Badolo” ci ha maggiormente soddisfatto. Una coppia di locals ci avverte, tra una nostra imprecazione e l’altra, che la via che stiamo salendo è una delle più impestate della falesia. A quanto pare sembra che a noi piaccia mettere il culo tra le pedate, ma la soddisfazione di essere arrivati in catena è indescrivibile. In seguito aggiungono:

“Abbiamo scritto sul gruppo di arrampicata locale che c’è un gruppo di ragazzi da Trento che sono venuti apposta a Badolo per arrampicare, uno vi saluta che vi ha incontrati ieri, gli altri se la ridono allegramente ipotizzando che quantomeno dovreste avere roba buona da fumare”

Sotto consiglio dei nostri nuovi amici provo Il giovane Wimper, un 6b+ di 18m. La via parte con un diedro bombato, molto simpatico per poi proseguire su placca poco appigliata e molto di equilibrio. L’ultimo tratto è perlopiù strapiombante, quasi tutto su biditi. Le fatiche della giornata si fanno sentire e qualche rest è dovuto. Questa è un altra via che merita davvero e che, se fossi stato più fresco, mi sarei goduto di più. Umberto termina, ormai a fine giornata, con la via Dulfer, 6a+, 25m. E’ dal giorno prima che preme per salire questo diedro fessurato che termina alla base di un tetto, non pensa ad altro.

La via è per la maggior parte naturale, con uno stile di salita che pare essere puramente alpino, molto distante dagli standard di questo ambiente. Per necessità solo gli appoggi per i piedi sono leggermente scavati. Si sale in opposizione con le braccia e le gambe tra una parete e l’altra, aiutandosi per quanto si può con la fessura centrale. Lo sforzo fisico è notevole e non lascia molto spazio a dubbi e tentennamenti, anche perché la chiodatura è abbastanza distante. Alla fine della crepa si arriva sotto uno strapiombo che si aggira molto facilmente verso destra. A questo punto la linea salirebbe verticale ma, come successo in precedenza, anche qui mancano dei resinati e si è, immancabilmente, obbligati a proseguire sulla via accanto, caratterizzata dall’ormai inconfondibile “stile Badolo”, buchi scavati ma da ricercare con attenzione.

Arrampicare a Badolo è semplicemente particolare, un esperienza da provare almeno una volta nella vita. Torniamo a Trento sorridenti, con un bagaglio decisamente più ricco, con il piacere di aver conosciuto gente nuova e con la soddisfazione di esserci messi alla prova su qualcosa di, banalmente, diverso.

 

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