Via Steger

PUNTA EMMA 2617M – VIA STEGER

SVILUPPO 320+ 150m camminata finale

Apritori: H.steger, P.Wiesinger 1929

TIRI 8 ore 4 (R2, V+)

Esposizione: sud-est

Zaino più leggero del solito.

Partenza di buon mattino per poter prendere il primo bus navetta che parte da Pera di fassa alle ore 7.00. Tra curve strette, tornantini e avvallamenti dopo mezzora circa ci si ritrova pressi il rifugio Gardeccia. 

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Qui il sole non si è ancora degnato di fare capolino, e il freddo di primo mattino accarezza in maniera pungente i lembi di pelle che, audaci, emergono dagli innumerevoli strati di indumenti. Il sentiero che porta dal Gardeccia al rifugio Vajolet però riscalda i cuori mostrando la meraviglia del luogo in cui ci troviamo, e ci immergiamo in poco tempo nel bellissimo e stupendo vallone ai piedi del Catinaccio.

Accompagnati da un palcoscenico mozzafiato, incantati dalle immense pareti che ci circondano, quasi senza accorgersi ci troviamo ai piedi del rifugio Preuss, che si erge orgoglioso sopre un costone di roccia ed osserva con eleganza l’arrivo dei suoi ospiti. Subito dietro di esso si trova il rifugio Vajolet ad una manciata di metri.

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Da qui, guardando in direzione del rifugio Re Alberto, si nota subito la maestosa Punta Emma con la sua forma inconfondibile sovrastare i due rifugi. Il panorama può attendere, da programma c’è una via da salire. Prendendo il sentiero che porta verso il Re Alberto, si nota subito la rampa obliqua che taglia di netto la base della parete alla cui base parte la via Steger.

La prima lunghezza segue proprio questa spaccatura obliqua fino al suo termine, giusto per prendere familiarità con la roccia e guadagnare un po di quota. La difficolta molto contenuta si presta bene a salire questo tratto in conserva. Affrontare una via di montagna richiede sempre una certa organizzazione, ma nonostante fossimo convinti di avere tutto, sul più bello manca qualcosa di fondamentale: i rinvii. Fortuna che di cose se ne portano sempre tante in parete, con un paio di moschettoni in più, qualche fettuccia e cordini si materializzarono una serie di rinvii pronti e affidammo friends e dadi il compito di proteggerci lungo la via. (III)

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Con il sole finalmente pronto a darci il benvenuto inizia la salita del secondo tiro, un altro lungo traverso verso sinistra leggermente più difficile del precedente e poco proteggibile, fino a raggiungere un terrazzino esposto dove effettuare la sosta. Da qui il paesaggio non si può ignorare, i due rifugi ai piedi della parete sempre più distanti e la vallata, ormai completamente illuminata dal sole, splende in tutta la sua bellezza attorno ad essi. (IV)

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Il terzo tiro sale dapprima verticalmente un diedro, per poi traversare verso destra su tacche, con spostamenti in aderenza, e finire col scendere leggermente su appigli che sembrano delle vere e proprie maniglie scavate nella roccia, fino a raggiungere la base di una placconata nera. (V)

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Da qui la via prende due diramazioni diverse. La prima prosegue dritta per una placca compatta per poi aggirare il tetto soprastante a sinistra. La seconda passa invece dritta per dritta sul tetto. Non ci sono dubbi, si opta per il tetto. Un tiro molto deciso ma allo stesso tempo ben appigliato, complice la roccia che riesce a donare al salitore un senso di grande solidità e sicurezza. Il tiro più bello della via. (V+)

Il quinto tiro prosegue verticale oltrepassando a destra un ulterio tetto, molto più esposto del precedente, con difficoltà non banali. Si giunge infine su una cengia dove si tira un bel respiro e ci si ferma quel momento ad osservare il paesaggio attorno. Dalle labbra, istintivamente ed inconsciamente, esce un WOW per lo spettacolo e la soddisfazione. (V/V+)

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Da qui la salita si fa meno impegnativa e più piacevole. Si punta ad una fessura leggermente strapiombante, a nostro parere meno fisica di quanto possa sembrare, per poi tornare ad arrampicare su placca con appigli meno scavati ma con difficolta contenute. (IV/V)

Si sale infine attraverso dei camini piuttosto semplici che danno l’impressione che ormai la cima è vicina. Tutta apparenza perché con una mezza nello zaino ed una in conserva si salgono gli ultimi 150 metri su roccette di secondo grado con la vetta sempre a tiro che, provati dall’impegno sulla via, sembra non giungere mai. (III/II)

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Finalmente si giunge ad un terrazzino che segna la fine della scalata. Di fronte a noi si ergono le torri del Vajolet in tutto il loro splendore, li ferme ad osservarci, come se ci stessero aspettando. Tutto attorno le dolomiti come palcoscenico di una stupenda giornata di sole, arrampicata e amicizia.

Da qui il rientro non è per nulla comodo nè scontato. Degli omini avrebbero dovuto indicare il rientro ma al nostro passaggio non erano presenti. Si scende stando il più possibile sulla sinistra verso il rifugio Re Alberto rimanendo comunque sul versante di punta Emma. Circa 10 metri più in basso nel canalone tra essa ed il Catinaccio è presente un anello cementato per la calata ma per arrivarci bisogna passare un tratto molto esposto e difficile da individuare senza riferimenti. Dopo una calata si arriva direttamente sul sentiero che colega il Re Alberto al Vajolet.

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Quella vallata, di sorprendente bellezza, e le impressionanti cime che la sovrastavano, crearono in noi, per i giorni seguenti, un’immagine talmente forte che, ogni qualvolta chiudessimo gli occhi, ci proiettavamo in essa.

Vigolana – La Madonnina

Manuel, come al solito, mi diede carta bianca sul progetto. Decisi di andare sulla Vigolana, per tentare la salita alla Madonnina. La Madonnina è uno sperone di roccia che si erge per circa 50-60 metri sopra il bivacco della Vigolana, visibile perfino da Trento. E’ proprio questa sua peculiare visibilità che lo impresse nella mia mente da bambino quando le prime volte alzavo lo sguardo verso le vette che mi circondavano. E’ un sogno che si avvera, era da tanto che nelle mie fantasie mi vedevo virtualmente in cima a quel dente solitario, e oggi avrei provato a realizzarlo. Entusiasta della scelta programmai la partenza alla mattina, ore 8:30. Il giorno dopo alle 9:00 eravamo al parcheggio del rifugio Paludei per la partenza, zaini in spalla, corde e moschettoni, pranzo al sacco. L’avvicinamento alla roccia non è il più comodo, camminiamo per 3 ore tra mutevoli paesaggi montani, dalle strade bianche bianche dei boschi a valle, fino ai canaloni di frane passate, per giungere dopo 1000 metri di dislivello alla nuda roccia della base della parete finale della Vigolana posta a 2030 m.s.l.m.

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La Madonnina a sinistra del bivacco.

Qui il paesaggio sulla valle dell’adige e sull’alta valsugana è indescrivibile. si vedono distintamente sia Trento che i laghi di Levico e Caldonazzo, la Marzola in tutta la sua lunghezza e più a nord le cime del Brenta. Pranziamo al bivacco, piccolo ma ospitale e studiamo visivamente la via che parte a non più di 20 metri di distanza dal punto ristoro. La via Normale è forse la meno logica, segnata come V con 5-6 spit vecchi come protezione, parte dul lato ovest e sale dapprima un enorme gradino di 10 metri sul quale si erge la punta della Madonnina. La giornata non è delle migliori, tira vento e in lontanaza verso la valle dei Mocheni si sentono tuoni. Ci prepariamo in fretta per la salita, prima che il temporale sopraggiunga. Decidiamo di dividere la salita in 2 tiri, il primo per oltrepassare il gradone di base, e il secondo per concludere, il tutto per non stressare troppo la corda che avrebbe strusciato su troppi spigoli. La roccia è ottima, solida, amica. Il tratto iniziale è boulderoso in uscita su vistosa crepa che prosegue orizzontalmente in capo alla roccia, sulla quale fare completo affidamento. Sono presenti 2 spit in questo tratto. Scavallato la difficoltà, un anello invita alla sosta. Recupero Manuel su comodissimo terrazzino e riparto all’attacco del tiro più impegnativo. Qui si prosegue su attrezzato diedro con crepa centrale fino ad una protezione a clessidra. Il passo chiave della via è questo: dalla clessidra un traverso verso sinistra di 4 metri porta sullo spigolo dello sperone il quale va affrontato su un passaggio di V, per poi rientrare 5 metri sopra la clessidra con un traverso verso destra. E’ il punto più divertente ed esposto della salita che si conclude con altri 10 metri di facile arrampicata fino all’anticima dove si trova il secondo anello di sosta e quello di calata. La cima vera è propria si trova 5 metri più in alto. non difficile da raggiungere, dove è posta una madonnina di ferro che è possibile ruotare nella direzione desiderata. Si dice che se girata verso la propria casa, porti bene. Ammiriamo il panorama, avvalorato dalla visione del bivacco sottostante e scendiamo con una doppiache arriva quasi giusta in fonda sulla parete nord.

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Dopo un ultima sosta al bivacco ci camminiamo soddisfatti verso il rifugio Casinei, passando per la cima vera e propria della Vigolana, il Becco di Filadonna, posto a 2143 metri di quota. Inizia a piovere e ci affrettiamo a scendere. La pioggia non dura più di 5 minuti e torniamo tranquillamente alla macchina completando il giro ad anello. Sebbene la lunghezza e le difficoltà non sono eccessive, la Madonnina offre un piccolo scorcio di alpinisco storico nei dintorni di Trento, una via da salire almeno una volta.

Monte Baone – Via del 92° Congresso

Il risveglio stamattina è stato semplice, senza troppe sveglie, eccitato all’idea di fare qualcosa di entusiamante, sfruttando la previsione di una soleggiatissima giornata. La destinazione è Chiarano di Arco, la vetta è il monte Baone. Dal parcheggio di Chiarano imbocchiamo il sentiero in salita che dal paese porta brevemente ad alcuni spettacolari terrazzamenti di uliveti che caratterizzano tutta la zona di Arco e del Sarca in particolare. Qui il paesaggio ricorda tutt’altro che le spioventi vette trentine. Da un lato c’è il lago, dall’altro la pianura, ma le montagne sono sempre lì, a 360 gradi tutto intorno, con le loro placche di roccia viva intervallate dagli intrepidi arbusti che hanno scelto di mettere radici tra le crepe. Il sentiero prosegue fino in cima ad una collina dove spicca un pilastro di roccia mista a vegetazione, da dove inizia la via vera e propria. Il primo tratto è un misto di roccia e vegetazione, la salita è facile a gradinate, senza bisogno protezioni e senza troppe indicazioni. La particolarità della via stessa è che può essere salita da più angolazioni, lasciando all’alpinista carta bianca sulla quale esprimere la propria arte. Di tanto in tanto dei bolli bianchi e rossi sono comunque visibli sulla roccia per segnalare rispettivamente il percorso facile e quello un pò più impegnativo. Spavaldi e sicuri delle nostre capacità decidiamo di seguire il più possibile la via rossa per tutto il tempo.

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La verticaltà si fa meno prorompente mano a mano che si prosegue, ma l’esposizione si fa sempre sentire per via dello strapiombo a destra che da qui alla cima accompagnerà l’intero itinerario. Dopo 10 minuti di arrampicata su roccette e terrazzini, arriva una delle parti più divertenti dell’itinerario. Sopra di noi si ergono 25 metri di parete compatta. Il tiro, di III+ al massimo, non è protetto, e la possibilità di integrare con friends e dadi è quasi nulla. Solo due alberi consentono l’utilizzo di altrettante fetuccie. Apro le danze, scarpette ai piedi, elevandomi sopra la pancia del primo boulderoso tratto della via. L’arrampicata è piacevole su tacche e fessure orizzontali con naturali punti di sosta qualora necessari. Non manca mai l’aderenza e in poco tempo raggiungo il punto di sosta. Sebbene la difficoltà non sia mai elevata, la via naturale sale lungo il bordo del precipizio il quale rende la salita più cauta e soprattutto divertente. La sosta è assente, ma è possibile recuperare tramite clessidra quasi in cima su comodo pianerottolo.

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Proseguiamo su placche e terrazze fino a raggiungere un esposto traverso verso destra più protetto rispetto alla precedente difficoltà. Sono presenti in tutto 2 chiodi e la possibilità di integrare con una clessidra, su un totale di 15 metri di progressione. Gli appigli sono tutti buoni e la roccia dà molta sicurezza, a tal punto da dimenticarci del vuoto sottostante. La linea obbliga l’assunzione di una posizione non proprio comoda e distesa, ma il tratto è breve e il peso sulle gambe quasi non si sente. Superato il traverso un facile muretto verticale di 3 metri si interpone tra di noi e il punto di sosta posto su un albero in cima ad un terrazzino.

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L’ultimo tratto della via è caratterizzato da un susseguirsi di conformazioni rocciose fino a raggiungere la vetta a quota 480 m s.l.m. Qui il panorama è stupendo. Ad est è possibile ammirare Arco e il suo castello. A nord la valle del Sarca con le marocche di Dro, a sud, infine, Garda e il lago. E’ quasi d’obbligo riporre le nostre emozioni sul libro di vetta, per consolidare un’altra bella avventura.

 

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