Val Camonica

La val Camonica, nel bresciano e per brevi tratti nel bergamasco, si snoda per un centinaio di chilometri, dalle nevi che circondano il passo del Tonale, alle sponde verdeggianti del lago d’Iseo, sempre seguendo il tortuoso corso del fiume che la modella: l’Oglio. Stretta e lunga è incastonata ad est tra le alte vette dell’Adamello, spesso oltre i 3000 metri, e ad ovest dalle prealpi Orobiche o Bergamasche, con quote attorno ai 2000 metri, è particolarmente ricca di sculture rupestri, testimonianza dell’antica storia della valle che a sua volta le avvalora e ne riconosce l’importanza adottando come simbolo dell’intera regione proprio la più famosa incisione della zona: la rosa camuna.

La roccia presente in valle varia dai classici lineamenti del calcare alle più ricercate geometrie del verrucano lombardo, offrendo quasi sempre arrampicata su roccia compatta e di gran aderenza. Come prima tappa del nostro breve soggiorno ci dirigiamo verso Cimbergo, per passare la mattinata in una falesia dall’atmosfera magica e fiabesca. Situata nel bosco, in un parco naturale dedicato alle incisioni rupestri, offre un arrampicata varia e prevalentemente verticale, su un centinaio di vie di lunghezza variabile tra i 20 e i 30 metri.

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Partiamo con un 5a ed un 5b, “il comandante” e “il critico”. Vie carine, facili e ben spittate, così giusto per avere un assaggio della roccia. Rapidamente ci spostiamo su un 6a+ leggermente strapiombante, a mio parere più duro di quanto sia gradato. Dopo una prima parte relativamente tranquilla, l’uscita dalla via richiede movimenti decisi e boulderosi, su prese accennate e con il componente gravità sulle spalle.

Il 6a alla sinistra, “il menefreghista”, sale un bellissimo e fisicissimo diedro, con chiodatura sulla destra. L’arrampicata è fin da subito sostenuta, già nei primi metri la fatica avanza e la respirazione si fa affannosa. E’ uno sforzo continuo tra un passaggio e l’altro senza mai riuscire a trovare una posizione comoda dove poter scaricare bene la tensione. Raggiunto il culmine del diedro si può finalmente tirare il fiato e l’arrampicata diventa facile. Solo un passaggio in uscita richiede un ultimo sforzo per trovare l’equilibrio migliore tra un movimento e l’altro su piccole tacche.

Ancora più a sinistra sale “con permesso”, 6b quasi totalmente strapiombante ma ben appigliato. Due sono i passi chiavi della via, entrambi prevalentemente di forza, il primo per riuscire a mantenere l’equilibro ed il baricentro attaccato alla parete, il secondo per allungarsi quanto basta per afferrare una comoda insenatura subito sopra. La prima asperità riguarda un traverso con inclinazione sfavorevole, da destra verso sinistra, su lama storta da prendere con entrambe le mani. Ci si sente come bandiere al vento e fintanto che i piedi riescono ad ancorarsi per attrito alla roccia, tutto è fermo in quiete. Appena ci si sposta ci si sente in bilico. Bisogna andare convinti a prendere una tacca sulla sinistra tenerla quel poco che basta per spostare il corpo completamente a sinistra ed entrare in crepa con la mano destra. Qui torna a prevalere la tranquillità. Il passaggio successivo è per persone dannatamente alte. Si tiene la fessura con la mano destra e si alza la mano sinistra su un altra tacchetta molto scomoda da tenere, ma fondamentale. Si alza il piede destro a livello ginocchio e si ruota il busto, anch’esso verso destra, portando, con movimenti lenti e delicati, la mano destra più in alto possibile a sfiorare con mignolo ed anulare la comoda crepa per la rinviata. A dire la verità il passaggio sofferto così è veramente elegante e soddisfacente, forse con qualche centimetro in più lo sarebbe di meno. La catena la si incontra poco più in alto, dopo una divertente sequenza di fessure.

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Con permesso – 6b

Non si può andarsene da questo posto senza provare nemmeno un tiro sullo scenografico paretone principale. Per qualcuno è stato amore a prima vista… Con il meteo che minaccia pioggi ed i tuoni all’orizzonte non c’è molto tempo per avventurarci su difficoltà troppo severe, optiamo per salire “legge basilia”, 6a+. Parete tutta strapiombante ma con prese molto ben visibili, piedi buoni e mani su liste e svasi sempre comodi. Nei primi metri la via presenta qualche passaggio di piedi, su tacche, per poi farsi più facile su lame e scanalature ben delineate: ad ogni passaggio si riesce tranquillamente a scioglere e riposare le braccia per i movimenti successivi.

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Legge Basilia – 6a+

Il pomeriggio mettono pioggia, e non si fa attendere molto. Uno sguazzo verso le 14:00 ci costringe alla ritirata. Ci spostiamo verso il campo base e facciamo giusto in tempo a visitare la piccola falesia di Malonno, visto anche l’avvicinamento nullo, che poco dopo torna a piovere. Qui sono presenti 6-7 monotiri di breve lunghezza. Avvicinandoci bene alla parete per valutare le vie, non avendo i gradi alla mano, notiamo che la roccia, almeno sulla parete di destra, è assai fragile. Non si salva nemmeno un tiro. Sulla sinistra ivece, su una paretina legermente distaccata, è presente una placchetta dall’aspetto stranamente compatto. La proviamo. Il passaggio chiave è sulla pancia che separa le due placche della via, quella sotto breve e fessurata, quella sopra un pò più lunga e di aderenza su piccole prese. Il tettino si approccia con la mano destra per prima alla ricerca della fessurina soprastrante, la mano sinistra si incrocia su un altra fessura da tenere con convinizione ed allungarsi con la destra, verso destra, per sgrovigliare le braccia. Si alza il piede sulla placca soprastante e si spinge fidandosi delle scarpette e rimontando il tetto con tutto il corpo. La placca superiore è abbastanza appoggiata è richiede solamente un lavoro mentale di equilibri. Tiro alla fine dei conti divertente che ci sentiamo di gradare come 6b per il passaggio centrale.

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No name – 6b?

L’indomani, sveglia presto, ci spostiamo verso la sponda nord del lago d’Iseo, a Darfo Boario Terme. Vicino all’archeopark si trova la falesia di Monticolo che fa da contorno  ad un sasso con una chiara incisione rupestre raffigurante strumenti di caccia: asce e frecce. La roccia ricorda molto, per chi ha avuto il piacere di visitarla, quella presente nel settore principale della falesia di Rizzolaga, a Pinè. Il frastuono della statale che passa alle nostre spalle non è proprio il clima che si cerca quando si arrampica, ma purtroppo anche oggi il tempo non è stabile e qui l’avvicinamento è veramente breve, ottimo per le fughe rapide.

Dopo aver affrontato qualche facile 5a di riscaldamento, proviamo un 5b+, “Guarda in sù”, ed un 5c, “Nessuno è perfetto”. “Guarda in su” sale sull’estrema destra del settore dapprima una placchetta appoggiata, per poi rimontare una grande pancia sulla parete leggermente distaccata alla sinistra. Suggestivo è proprio questo passaggio con un piede per parte ed il corpo sospeso, per un attimo, nel vuoto del crepone che divide le rocce. “Nessuno è perfetto”, invece, presenta un passaggio iniziale molto atletico, con un piede alto a rimontare, con decisione, un agglomerato. Poi la linea si fa più facile senza difficoltà tecniche né fisiche. Solo gli ultimi metri regalano alcuni passi delicati, in bilancio su piedi piccoli e piccole tacche da non sottovalutare, con il baricentro il più possibile attaccato alla parete.

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Raid – 6a+

“Toini Sport” è un 6a molto carino che corre a sinistra del settore. Le difficoltà sono concentrate prevalentemente nella parte centrale del tiro dove una placca pocco appigliata fa da padrona. La parte superiore è anch’essa molto interessante e vede il superamento del tetto sommitale tramite un lungo e appigliato traverso verso destra. Qualche metro più a destra sale “Raid”, 6a+, specchio della precedente. Via molto bella con passaggi di placca centrali dove la sensazione di eleganza nell’arrampicata e la delicatezza nei passaggi ne fanno risaltare la bellezza. Si sale così fin sotto al tetto dove sono presenti due linee di uscite differenti (gradate nello stesso modo). Quella seguita, verso sinistra, è di facile comprensione e supera agilmente il tetto. La via in generale è chiodata forse troppo ravvicinata, stile palestra, ed al nostro passaggio erano presenti alcuni piccoli alverari di vespe attivi, fare attenzione!

Ci spostiamo dietro il sasso “inciso” per provare qualcosa di più duro. La nostra attenzione ricade, un po’ per il nome ed un po’ per la linea, su “Lo specchio dei pazzi”, 6c. Bellissima. La parte inferiore della via presenta un’arrampicata di puro equilibrio ed è intervallata da un naso bastardo, di non facile risoluzione. Sotto di esso il diedro levigato, ma con un grip pazzesco, obbliga ad una arrampicata di aderenza, con piedi leggermente in spaccata che spingono sui laterali per non scivolare. Qui, aiutandosi con il piccolo rovescio sotto il naso ci si alza quanto basta per raggiugere la presa in alto a destra, scomoda da matti. Il passaggio è questo, bisogna tenerla anche se scappa, essere atletici e rimontare il terrazzino sulla destra. Da qui si sale una stupenda liscia che obliqua verso sinistra fino a riportarsi sulla verticale del primo spit. L’ultimo passaggio, parecchio boulderoso, regala l’ultimo brivido. Si alza il piede sulla destra, tenendosi con quello che si può e si carica convinti il peso per alzarsi lentamente verso lo svaso alto, non comodissimo a dire la verità, anch’esso sulla destra, che consente la rinviata in catena.

Il tempo inizia a farsi brutto e scende qualche goccia, ma sopra di noi c’è un ampio tetto, si arrampica fino a che non diluvia. Due vie più a sinistra sale “Legend” un 6c+. Il nome non è dato a caso, il passaggio a metà via su dietro esposto è veramente tosto, non riusciamo a passarlo in nessun modo, né tenendo la crepa sulla sinitra, né tenendo il rovescio di destra. Dopo un oretta comoda rinunciamo, si mette a diluviare, è ora di pranzo.

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Legend – 6c+

Dopo pranzo il tempo si tira decisamente fuori ed esce pure il sole, inaspettato fino a poco prima. Nel tornare verso la base ci fermiamo, anche se un po’ sfiniti ed appensatiti dai panini non proprio salutari che abbiamo divorato, alla falesia di Cividate Camuno. Falesia storica, una delle prime, se non la prima, in valle. Di fronte alla parete è presente un prato attrezzato a barbecue e tavolini, idilliaco come posto dove poter conciliare attività arrampicatoria e culinaria. C’è anche un bar proprio attaccato, e subito rieccheggiano, ad alta voce, pensieri preoccupanti:

“Se abitassi da queste parti questo posto sarebbe la mia rovina. Ogni sera sarei qui a bere e ad arrampicare, e le cose non vanno proprio a braccetto”

Caldi dalla mattinata approcciamo subito un 6a, “Lisca di pesce”, con passaggio boulderoso in partenza su prese unte e usurate dal tempo, ed un 6a+, “Silhoette”. Quest’ultimo, vuoi la stanchezza, vuoi la pausa pranzo, vuoi le prese unte, vuoi… Non è venuta tranquillissima. Già dai primi passaggi si ha la sensazione che le tacche incidano le dita e che ogni piede appoggiato alla parete scivoli verso il basso. I passaggi sono sostanzialmente su monoditi e piccole svasature nella parte centrale, ed il leggero strapiombo su appigli poco scavati nella parte superiore è da prendere con le pinze.

Con le energie praticamente finite e con la punta di ogni singolo dito che chiede pietà approcciamo le ultime due fatiche di questa nostra avventura. La scelta ricade su “Equilibrista”, 6c, e su “Dalai Lama”, 7a. La prima si articola su placca prevalentemente appoggiata con bei movimenti su monoditi e biditi. Dopo il terzo spit un traverso verso sinistra molto bello su tacche impegna non poco a livello mentale e di equilibrio. Si sale sempre con passaggi delicati ma via via più facili fino alla base del tetto. Sulla sinistra è presente una catena, ma purtoppo è quella della via a fianco, il passo chiave deve ancora venire, la nostra linea prosegue a destra della placca ancora per alcuni metri. Il passaggio non è di semplice lettura e senza l’aiuto di alcuni locals sarebbe stata dura venirne a capo in tempi celeri. Nonostante le continue indicazioni, dopo una ventina di tentativi falliti, rinunciamo.

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Lisca di pesce – 6a

La seconda via, “Dalai Lama”, è un boulder, dall’inizio alla fine, senza un attimo di respiro, su prese ormai usurate. I passaggi singoli a fatica vengono quasi tutti, qualcuno più pulito degli altri, ma nelle condizioni attuali mettere assieme il tutto è utopia.

Nel complesso la val Camonica ha impresso in noi dei bei ricordi e soprattutto la voglia di ritornare per scoprire tutto il suo potenziale. L’arrampicata, notevolmente diversa rispetto a quella a cui siamo abituati, ha reso il tutto un pizzico più esplorativo e divertente. I magici luoghi, colmi di storia, che abbiamo visitato rimarranno incisi nei nostri pensieri, suggerendoci che probabilmente questo capitolo non si chiude qui, ma che verrà sicuramente ricalcato in un futuro non troppo lontano.

Rocca di Badolo

Badolo presenta una roccia molto particolare, molto sabbiosa e farinosa. L’acqua e soprattutto il vento, col tempo, hanno eroso la falesia disegnando geometrie armoniche, onde parallele che si inseguono lungo tutta la parete. Proprio per questa particolare malleabilità della roccia le prese, per la maggior parte, sono state scavate manualmente per poter scalare dove la natura, di fatto, non lo consentirebbe. Tutt’ora, infatti, continua imperterrita a levigare, erodere e rimodellare il profilo di tutte le vie che immancabilmente, col tempo, variano linea e difficoltà.

“Qui a Badolo abbiamo il vanto che è una delle poche falesie al mondo nella quale le vie cambiano nel tempo, un 6a oggi potrebbe essere un 7b domani.”

Il lato negativo di definire in partenza le prese delle vie è che non viene lasciato alcun spazio all’interpretazione, i passaggi diventano obbligati, e la linea perde un po di fascino. Dall’altro lato il colore monotono della roccia rende molto difficile vedere le prese in fase di salita e costringe a ricercare, ad ogni movimento, la posizione della tacca successiva, tastando con le mani di qua e di la.

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Per prendere un po di confidenza con la roccia partiamo tranquilli in un settore di recente chiodatura alla destra del santuario in cima alla rocca. Le sensazioni sono da subito contrastanti, sembra che tutto possa crollare da un momento all’altro, eppure tutto regge. Ogni sbavatura della roccia rilascia sabbia al contatto creando, da un certo punto di vista, un ossimoro per l’arrampicata, stai scalando su qualcosa che la tua testa rigetta. Arrampicare a Badolo è arrampicare su un labile castello di sabbia, la delicatezza nei movimenti gioca un ruolo fondamentale.

Ma ancora più fondamentale è la testa. La rocca ti insegna, o meglio dire ti forza, a fidarti ed abbandonare le paure. E’ un ottimo allenamento per le vie di montagna dove le condizioni della roccia non sono sempre ottimali e avere fermezza di nervi aiuta a proseguire ed a non andare nel panico.

Ci spostiamo su qualcosa che sulla carta dovrebbe essere più duro: Ultimatum a Saddam, 6a, 20m. Prima pelata della giornata. Riesce, più o meno a vista, ma che fatica abituarsi alla roccia e soprattutto alla ricerca delle prese nascoste. Nonostante tutto la lezione non sembra essere imparata ed affrontiamo in sequenza Qui, Quo e Qua, rispettivamente un altro 6a, un 6b ed un 6c di 20m. Il primo è indolore, sulla falsa riga della via precedente, ma che con l’esperienza acquisita saliamo più agevolmente.

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Umberto su Diretta del Fico (5b)

Quo è una che va interpretata, movimenti lenti e posati per equilibri non sempre immediati. Le mani e i piedi appoggiano sempre sulle ondulazioni orizzontali  della roccia, su prese sono tutt’altro che scavate. l’uscita alla catena ospita il passo chiave: a pochi metri dalla fine della via si notano due catene una leggermente a destra della linea degli spit, mentre l’altra decisamente più a sinistra. L’istinto suggerisce che quella giusta sia la prima, ma dopo diversi tentativi su microtacche, quasi impercettibili, un local, sentendo “filosofeggiare”, evidenzia l’errore di valutazione. Lo spostamento verso sinistra si rivela essere il passaggio più esaltante della via, un monodito di
pollice da tenere assieme ad una appena accennata, ma efficace, tacca, da tenere con il medio e l’anulare della mano rovesciata, ti porta a salire al termine della difficoltà.

Qua ha un passo in partenza veramente non banale, su tettino strapiombante. Tenere la presa sabbiosa e levigata sopra il tetto per alzare bene i piedi e allungarsi a prendere lo svaso soprastante, si rivela davvero un impresa ostica. Non riesce la prima, la seconda, neppure la terza volta. Si prova e riprova, quattro, cinque, sei, enne volte, ma ancora niente. Probabilmente per pietà, a conteggio oramai perso, finalmente il passaggio viene e con un balzo si è sopra il tetto. Da li la via prosegue più facile, con passaggi sempre belli e delicati, fino alla catena.

Cambiamo settore, ci spostiamo a Badolo basso. Neanche a dirlo la roccia è la medesima. Carico dalla positiva giornata mi butto, al calar del sole, su un 7a, Paperetta. Qui gli svasi risultano molto meno marcati rispetto alle vie precedenti, e molto spesso lasciano spazio a monoditi e biditi appena accennati. I passaggi sono prettamente di equilibrio ma probabilmente qualcosa manca, a tratti infatti la roccia risulta più fragile si sgretola al tatto. E’ un peccato perché la via avrebbe meritato parecchio, ma senza la stabilità dei piedi, l’equilibrio risulta essere troppo precario. La giornata giunge al termine e si va a riposare.

L’indomani crediamo di aver ormai preso un po di confidenza con la parete, ma per iniziare decidiamo di volare basso, giusto per non prendere delle bastonate fin da subito. Partiamo con quello che dovrebbe essere un 4a da 22m, Spigolino. L’arrampicata è divertente su bombè nel tratto basso e su placca in quello alto, su un mix prese scavate abbondantemente e monoditi a “palla da bowling”. Un grado più realista, al giorno d’oggi è comunque un 5a/b. Proseguiamo con Spigolo della Nadia, un 5a che probabilmente si assesta più sul 5c. Anche qui l’arrampicata è caratterizzata da svasi e buchi, con il tratto superiore della via appena strapiombante. Umberto si butta su Righi, 5c, 18m. In realtà il 5c gli va abbastanza stretto, con un inizio molto deludente tra svasi e buchi creati troppo artificialmente che rendono subito ogni movimento troppo leggibile. Nel mezzo della parete però la via cambia esposizione ed ospita dei bellissimi buchi naturali levigati che alzano un po’ il grado e la rendono più interessante. Purtroppo, o per fortuna, il penultimo rinvio prima della catena è tagliato di netto, obbligando a concludere la via appoggiandosi sulla linea affianco. La tipologia di prese e la bellezza dei passaggi di questi ultimi metri meritano tutta la fatica precedente.

Io, audace, tento un 6c, Buccia di Banana, 20m. Non lascia tregua. E’ un continuo ricercare dell’equilibrio migliore. Nessun passo è lasciato al caso, la via non molla un attimo ed ogni movimento va studiato e provato nel minimo dettaglio. Quello che più sorprende è che la maggior parte delle prese sono naturali, crepe, rovesci, terrazzini, quasi non pare vero. E’ la via che in tutta l’esperienza “Badolo” ci ha maggiormente soddisfatto. Una coppia di locals ci avverte, tra una nostra imprecazione e l’altra, che la via che stiamo salendo è una delle più impestate della falesia. A quanto pare sembra che a noi piaccia mettere il culo tra le pedate, ma la soddisfazione di essere arrivati in catena è indescrivibile. In seguito aggiungono:

“Abbiamo scritto sul gruppo di arrampicata locale che c’è un gruppo di ragazzi da Trento che sono venuti apposta a Badolo per arrampicare, uno vi saluta che vi ha incontrati ieri, gli altri se la ridono allegramente ipotizzando che quantomeno dovreste avere roba buona da fumare”

Sotto consiglio dei nostri nuovi amici provo Il giovane Wimper, un 6b+ di 18m. La via parte con un diedro bombato, molto simpatico per poi proseguire su placca poco appigliata e molto di equilibrio. L’ultimo tratto è perlopiù strapiombante, quasi tutto su biditi. Le fatiche della giornata si fanno sentire e qualche rest è dovuto. Questa è un altra via che merita davvero e che, se fossi stato più fresco, mi sarei goduto di più. Umberto termina, ormai a fine giornata, con la via Dulfer, 6a+, 25m. E’ dal giorno prima che preme per salire questo diedro fessurato che termina alla base di un tetto, non pensa ad altro.

La via è per la maggior parte naturale, con uno stile di salita che pare essere puramente alpino, molto distante dagli standard di questo ambiente. Per necessità solo gli appoggi per i piedi sono leggermente scavati. Si sale in opposizione con le braccia e le gambe tra una parete e l’altra, aiutandosi per quanto si può con la fessura centrale. Lo sforzo fisico è notevole e non lascia molto spazio a dubbi e tentennamenti, anche perché la chiodatura è abbastanza distante. Alla fine della crepa si arriva sotto uno strapiombo che si aggira molto facilmente verso destra. A questo punto la linea salirebbe verticale ma, come successo in precedenza, anche qui mancano dei resinati e si è, immancabilmente, obbligati a proseguire sulla via accanto, caratterizzata dall’ormai inconfondibile “stile Badolo”, buchi scavati ma da ricercare con attenzione.

Arrampicare a Badolo è semplicemente particolare, un esperienza da provare almeno una volta nella vita. Torniamo a Trento sorridenti, con un bagaglio decisamente più ricco, con il piacere di aver conosciuto gente nuova e con la soddisfazione di esserci messi alla prova su qualcosa di, banalmente, diverso.

 

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