San Vito Lo Capo

Visto le temperature usualmente rigidi dell’inverno Trentino quest’anno, per le vacanze natalizie, abbiamo deciso di spostarci al sud alla ricerca di mete più miti dove arrampicare. La scelta è ricaduta sulla Sicilia, San Vito Lo Capo per l’esattezza, molti ne parlano bene. Tra l’altro, per pura coincidenza, due anni fa come pacco gara dell’Arco Rock Stars, all’interno degli Adventure Awards Days (qui il link all’articolo), ci era stato consegnato anche un libricino sulle falesie della zona di San Vito. Emozionati dall’idea prenotiamo subito volo, macchina a noleggio ed alloggio per una settimana di pura arrampicata tra il 26 ed il 31 Dicembre. La mattina del 26 dicembre fa un freddo becco, la sveglia suona alle 3 e 45 di mattina, direzione Verona dove ci attende il volo Volotea delle 7 direzione Palermo. Il volo è tranquillo, snack a bordo come colazione e alle 8 e mezza atterriamo all’aeroporto Falcone e Borsellino con 14 gradi a darci il benvenuto. Ci affrettiamo a prendere la macchina e affrontare l’oretta e qualcosa di viaggio che ci separa dalla nostra meta finale. San Vito Lo Capo è una cittadina piccola e tranquilla sovrastata dal Monte Monaco, deserta durante il periodo invernale, ma molto attiva turisticamente d’estate visto che è anche una rinomata meta balneare. Il check-in all’alloggio è previsto per sera, non ci resta che andare direttamente in falesia. La strada che scende verso la costa non è delle migliori, sterrata, piena di buche e sassi che sporgono di parecchi centimetri dal terreno, e mette a dura prova il nostro mezzo di locomozione. Fortunatamente il tragitto non è lungo e alle 11 ci troviamo di fronte alla scogliera di Calamancina, col sole alto nel cielo, i gabbiani che garrucano e le onde che si infrangono sugli scogli. Classico ambiente marino. Dietro a noi la falesia, bella, gialla, arancio e rossa, a tratti liscissima, a tratti frastagliata, che si estende per circa 5 chilometri. Siamo arrivati, è ora di mettere mano sulla roccia.

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Calamancina e la sua grotta

Giorno 1

Come prima via scegliamo un 5a, del resto qui per noi è tutto nuovo, il viaggio è stato lungo e da qualcosa dobbiamo pur sempre cominciare. “Walk the Dinosaur” è stato un buon confronto con la roccia di Calamancina, compatta e molto lavorata, erosa, piena di fessure e di buchi. Subito sulla sinistra sale “April Skies”, un 5c+ con catena in comune. Questa via non ci ha entusiasmato, abbastanza strana nella parte centrale dove sale una rampetta obliqua. Non ci lasciamo abbattere da ciò e andiamo ad esplorare la prima delle tante grotte attrezzate che si susseguono lungo la costiera. Qui, in fondo ad essa, sale Canna Biologica un 6a+ che per un motivo o per l’altro mi ero imposto di provare visto qualche foto che mi è passata davanti. E’ una delle vie più salite del luogo, purtroppo inizia a farsi sentire, ma in generale la qualità della roccia è buona. Sale verticale per i primi metri dove subito inizia a farsi leggermente strapiombante. Qui si incontra la canna che da il nome alla via. E’ grande e compatta, molto lavorata e comoda da tenere in qualsiasi posizione. Corre verticale come appendice della parete, fino ad infilarsi in un grande buco. Qui la via guadagna notevolmente esposizione e diventa estremamente fisica. Gli ultimi metri sono su prese non ottime in quanto usurate e richiedono numerosi aggiustamenti di corpo con i piedi che spesso e volentieri danzano nel vuoto. Col senno di poi la reputo essere una via sopravvalutata, bella ma senza gloria.

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Affamati d’esplorazione ci spostiamo al prossimo settore: il Campo Base. Sulla sinistra di “La Rizzagliata (6c+)” parte una linea che non è presente sulla guida, ma che sembra estremamente divertente e non troppo complessa. Decidiamo di provarla. Sale una serie di strapiombetti, sempre ottimamente appigliati, fino ad arrivare in catena. La via in generale è più fisica che tecnica e non ci sentiamo di gradarla più di 6a+.

Mi sembra di aver preso abbastanza confidenza con la roccia da provare qualcosa di più audace tornando a Calamancina: “The Riddle 7a”. La linea l’avevo adocchiata già in mattinata, tra un riscaldamento e l’altro, bella placcosa, gialla e supercompatta, intervallata da qualche buco medio piccolo e qualche fessura per lo più orizzontale. La linea degli spit corre leggermente obliqua verso destra, con una pancia a metà dove si capisce subito che ci sarà il crux. La guardo dal basso, la studio un po’, cerco di capire come sarà possibile passare da sinistra a destra del bombè senza evidenti prese, nè per le mani, nè per i piedi. Sarò abbastanza lungo da raggiungere le prese agli estremi? Mi convinco sempre di più che nel dubbio lancerò. Ignoro il resto della via, mi sembra abbordabile. I primi metri iniziano abbastanza semplici fino a raggiungere due buconi sulla sinistra. Sopra di essi due monoditi. Il primo lo si raggiunge in allungo, è abbastanza comodo. Il secondo è leggermente più in alto, ci si arriva con un piccolo sforzo di tendini. In alto altri buchi, decisamente più capienti, ma arrivarci non è banale, i piedi non ci sono, sono spalmati sulla roccia a cercare l’aderenza migliore. Se voglio alzare i piedi mantenendo contatto con la parete devo per forza di cose rovesciare il monodito alto e spingere. Ci arrivo quasi al limite, ma la presa è comoda e la tengo senza grossi problemi. Sono a metà parete, arriva la difficoltà. Con i piedi che hanno preso il posto delle mani nel buco mi trovo pancia a pancia con il bombè e la presa successiva è larga a destra. Allungo la mano mantenendo l’equilibrio. Ci arrivo a malapena, la sento, ma non abbastanza da muovermi, sono una croce in mezzo alla parete. Lo sapevo che non sarei stato abbastanza lungo da passare agevolmente e quello mi pare l’unico movimento sensato da fare. Dal basso la fessura sembra molto pronunciata ma arrivandoci malapena se mollo la sinistra sbandiero al cento per cento. Beh, e che bandiera sia! Prendo un respiro profondo e mi butto spingendomi completamente a destra con un piccolo balzo che mi consente di incrociare la mano sinistra al di là della destra ed entrare nella stessa fessura. I piedi battono inevitabilmente sulla roccia ma nel frattempo mi sono rannicchiato e riesco a mantenere salda la presa. E’ fatta, manca ancora un piccolo sforzo di braccia per raggiungere il buco soprastante e poi posso tirare il fiato. Da qui in poi non sembra più esserci difficoltà evidente, solo un piccolo tratto di equilibrio prima di raggiungere la catena. Non contengo l’emozione, è il mio primo 7a a vista, anche se non lo ho trovato troppo impegnativo.

Nonostante l’euforia del momento l’ultima via della giornata è di scarico. Optiamo per “Topi Sfrattati 6a”. Qui la roccia è estremamente diversa rispetto a qualche metro più in la. E’ molto lavorata dall’acqua, tutta a goccie e leggermente appoggiata. E’ un’arrampicata molto divertente e di equilibrio, solo i polpastrelli e la gomma delle scarpette non sono proprio propensi a ringraziare. Il tramonto che saluta la giornata è qualcosa di spettacolare.

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Martina su “Topi Sfrattati”, 6a

Giorno 2

Il secondo giorno ci spostiamo più in giù sulla costiera con l’intento, nel primo pomeriggio, di visitare la tanto rinomata Grotta del Cavallo. Per la mattina però decidiamo di fermarci alla fine del settore B del “Campo Base” e di scaldarci su “My head hurts, my feet…”, un 5b corto, carino, e senza troppe pretese. Una ventina di metri più a sinistra sale “No drill no party 5b+”. Non ho mai scalato un 5b di così difficile lettura. I primi 15 metri salgono obliqui una facile rampa che segue la conformità della parete. Gli ultimi 5 metri rappresentano il vero problema. Lo spit successivo è verticale a noi e, sotto di esso, si intravedono una serie di prese leggermente smagnesate. Seppure salire verticalmente appaia come la scelta più logica, è abbastanza impensabile, almeno se si vuole stare su un 5b+. l’uscita corretta, anche se meno logica, corre sulla destra e aggira completamente l’ostacolo, quasi collidendo con il 6a a fianco. La prossima via che ci sentiamo di salire è “Calze Nere 6a+”. Questa, come suggerisce il nome, si inerpica su roccia prevalentemente di colore scuro, dapprima sormontando un tettino ben appigliato, in seguito su placca fino ad un secondo terrazzo. Le difficoltà principali sono proprio sulla parte più placcosa della via dove è richiesto un po’ di equilibrio e di decisione per superare le asperità.

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La Grotta del Cavallo

Ci spostiamo quindi alla Grotta del Cavallo. Che sia una grotta non ci piove, che fosse così suggestiva non ce lo aspettavamo! Lungo tutte le pareti e sul tetto si sono formati col tempo numerosi conglomerati, alcuni di dimensioni notevoli. Ovunque si guardi è uno spettacolo della natura. Sulla parete di sinistra, entrando, sono stati chiodati alcuni itinerari strapiombanti tra cui “Baldassarre 6b+”. La via è caratterizzata da una sequenza di colate e canne dalle forme più varie con anche qualche clessidra qua e la. L’arrampicata, neanche dirlo, è estremamente fisica e di movimento. La prima parte si svolge su roccia leggermente strapiombante e tutto sommato se ci si muove bene non è faticosa. Gli ultimi 5 metri l’inclinazione muta notevolmente rendendo ogni passaggio fisicamente più faticoso. L’ultimo passaggio per giungere in catena è il più complesso di tutta la via e staccare una mano per rinviare non è banale. Nel complesso non c’è nulla di tecnico, con un po’ di forza e soprattutto resistenza si scala senza grossi problemi.

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Dritti a noi sale Baldassarre
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Simone su “Baldassarre”, 6b+

Vorremmo rimanere dentro la grotta a provare qualche altro tiro ma decidiamo di non bruciarci completamente le braccia. Qualche metro a sinistra della grotta, su roccia sensibilmente più verticale che strapiombante, sale “Baywatching 6c”. Via corta, non più di 10 metri, ma estremamente continua su piccole tacche gialle. Non banale l’uscita atletica per arrivare in catena.

Una delle vie che prima di partire mi ero imposto di provare, un po’ per sentito dire meritare, un po’ perché il grado sembra abbordabile, è “Banana Biologica 7a+” al settore D di Calamancina. A vederla dal basso è magistrale, roccia gialla e rossa, estremamente liscia, leggermente strapiombante, intervallata solo da una serie di buchi di piccole/medie dimensioni che definiscono la linea da seguire. Solo una nota a sfavore, dopo la metà via, la distanza tra uno spit e l’altro inizia a farsi davvero importante. Sotto il passo chiave una maglia rapida suggerisce che superare quel tratto non sarà poi così semplice. I primi metri sono un continuo salto da un buco all’altro. L’arrampicata decisamente dinamica e divertente su prese estremamente comode da tenere, atletica in generale. Il passaggio sotto la ghiera è un po’ più delicato rispetto alla parte inferiore della via e si sintetizza con un incrocio spallato di destra per giungere la presa comoda in alto a sinistra. Da qui si nota subito che il prossimo passaggio sarà esplosivo. Il prossimo buco comodo visibile è estremamente in alto, a sinistra. E’ un salto, non c’è molto da pensare. Faccio in ogni caso un paio di tentativi statici ma niente, in qualunque modo posiziono il mio corpo, non ci arrivo. Finalmente mi decido ad alzare bene i piedi, rannicchiarmi a rana, caricare e saltare. Tengo la presa, non è scomoda, ma nemmeno comodissima. Provo a posizionarmi meglio ma niente, cedo dopo un paio di movimenti di transizione su un terrazzino pancioso. La rinviata qui è lunga, il prossimo rinvio ancora 3 metri sopra a dove arrivo. Rieseguo lancio più successivi movimenti altre 4-5 volte ma la fatica prende il sopravvento e per oggi posso ritenermi soddisfatto. Non avrò’ più modo di provarla nei giorni seguenti, ma mi piacerebbe tornarci un giorno.

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Il sole sta già iniziando a tramontare ma decidiamo di scalare ancora una via di scarico. La scelta ricade su “Attenzione 6b”. Essendo a 5 metri dalla via della sera precedente l’arrampicata è la medesima: tecnica e di movimento su roccia a gocce, un ottimo compromesso quando le braccia sono ormai stanche.

Giorno 3

Le previsioni meteo per la mattinata non sono delle migliori e la pioggia a tratti ci spinge a visitare Erice, grazioso borgo posto sulla vetta dell’omonimo monte. Un tornante dopo l’altro saliamo sul monte fino a giungere a porta Trapani dove possiamo parcheggiare all’ingresso della cittadina. Un cartello illustra due percorsi suggeriti per visitare i luoghi di interesse del centro cittadino, optiamo per il percorso lungo che si estende lungo le mura esterne della città partendo dal Duomo dell’Assunta.

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Duomo dell’Assunta

Il tragitto è ben indicato con frequenti cartelli. Proseguiamo verso i quartieri spagnoli dove si apre una spettacolare vista sulla costa. Ci aggiriamo per l’edificio dei quartieri spagnoli all’interno del quale è presente una mostra di artigianato locale. Continuiamo il nostro percorso fino a giungere al castello di Venere posizionato sulla cima del monte e da dove è possibile osservare la città di Trapani. Purtroppo non è possibile accedere all’interno del castello ma possiamo comunque passeggiare per i giardini e parte delle mura esterne in tranquillità.

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Resti del Castello di Venere

Riprendiamo il nostro cammino che da qui in poi si dirama per i vicoli del borgo. Fortunatamente le strade non sono molto affollate in inverno e possiamo continuare la nostra visita tra una chiesa e l’altra, non facendoci scappare le numerose pasticcerie. Visto che è l’ora del dolce, optiamo per entrare in una di queste, molto probabilmente la più vicina in quel momento, dove assaggiamo le genovesi (tipico dolce siciliano ) e la torta delizia (come anticipa il nome, una deliziosa torta a base di pasta di mandorle). Nel frattempo il sole sta iniziando a fare capolino tra le nuvole allietando la fine della nostra visita.

Sulla strada di ritorno per San Vito Lo Capo decidiamo di fare una capatina alla falesia “Never Sleeping Wall”, ai piedi del Monte Cofano. La vista che offre è notevole, e spazia dalla campagna a due passi dalla parete, al mare poco più oltre, fino ad intravedere Erice, in cima al suo monte. La roccia qui è estremamente compatta ed è intervallata da numerosissime colate che formano bellissime canne verticali. Le vie sono in generale lunghe e i gradi sopra il 6b. Ci sono comunque un 5b ed un 6a per scaldarsi. Il primo, “Harissa”, è breve e senza troppe difficoltà, nonostante la roccia sia consumata dalle numerose ascensioni.

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Martina su “Peperoncini, 6a”

Poco più a destra sale invece il 6a, “Peperoncini”, sulla falsariga della precedente, molto verticale e un po’ più tecnica, con difficile uscita. Il tempo è poco e stanchi dai giorni precedenti decidiamo di non forzare troppo e buttarci su “Fun & Seitenstrang”, un 6b che corre completamente in obliquo, da destra a sinistra, per i primi 15 metri fino ad una grande fessura orizzontale, per poi finire in verticale gli ultimi 5 metri. Fino alla fessura l’arrampicata è di spostamento, tra una canna e l’altra, pendenza a sfavore ma niente di estremamente fisico. Arrivati alla fessura si riesce comunque a riposare agevolmente se necessario. Proprio quest’ultima spesso offre riparo ai nidi di qualche uccello e non è raro fare qualche incontro ravvicinato appena la si approccia. Da qui in poi l’arrampicata diventa fisicamente più impegnativa. Oltrepassare la fessura non è semplice e le canne superiori, seppur spettacolari, sono tendenzialmente più grosse rispetto a quelle presenti nella parte inferiore e richiedono maggiore pinzata e resistenza negli avambracci. Auguri poi a smontare la via!

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Martina su “Fun & Seitenstrang”, 6b
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Simone su “Fun & Seitenstrang”, 6b

Pochi metri sulla sinistra due ragazzi stanno provando “Tears of Freedom, 7a+”, sembra veramente uno spettacolo ma il sole ormai sta tramontando. Soddisfatti facciamo rientro a San Vito, pronti per il giorno successivo.

Giorno 4

Nonostante la giornata si preannuncia coperta e particolarmente ventosa scendiamo in falesia nella speranza che durante il giorno migliori. A Calamancina ci scaldiamo su “Lions, Tigers and Bears 5b”. La via è nel complesso scalabile, sempre su buone prese e leggermente appoggiata. L’uscita in catena è invece atletica su prese piccole e tacche per i piedi abbastanza usurate. E’ necessario un buon lavoro di testa più che altro. L’uscita è difficile per essere un 5b. Girato l’angolo della parete, a sinistra della grotta di Calamancina, un 6b, “Caldo Umido”, attira la nostra attenzione. La linea sale obliqua verso sinistra incontrando due enormi buchi nella parte inferiore e prosegue poi su fessura verticale fino ad oltrepassare la pancia soprastante. I primi metri sono semplici su placca appoggiata, ma comunque molto soddisfacenti. Giunti sotto la pancia si sale la comoda crepa tenendola con entrambe le mani e i piedi a spingere nella direzione opposta. Il passaggio non è fisico ma più di movimento. Si lascia infine la crepa per raggiungere due prese in alto, si alzano i piedi e si rimonta il terrazzino.

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Martina su “Caldo Umido”, 6b

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Cambiamo settore e andiamo al Campo Base per provare qualche via leggermente più impegnativa. La scelta ricade su due 6c uno accanto all’altro: “Nessuna conquista è per sempre” e “Scottys World”. Le due linee si assomigliano parecchio, hanno lo stesso stile di arrampicata, con tratti di pura placca verticale alternati da piccoli e atletici strapiombetti. Proprio la placca rappresenta il crux della prima via. Qui è necessario muoversi in maniera delicata cercando di rimanere quanto più in equilibrio possibile mentre ci si sposta continuamente da destra a sinistra e da sinistra a destra, seguendo la linea degli spit. Terminata la placca un ultimo passaggio per sormontare un terrazzino richiede un po’ di attenzione. Da qui la via cambia completamente e la roccia si fa più lavorata e tagliente, ogni presa è comoda ma molto dolorosa per le dita. Scotty’s World, invece, è tendenzialmente più atletica e di continuità. Si snoda a zig-zag passando dapprima a destra di un’enorme fessura, e poi a sinistra di un’altro grande buco posto poco più sopra. Come la linea precedente parte in placca la lo stile cambia quasi immediatamente. La prima fessura, al suo interno, offre buone prese solo molto al suo interno, il che costringe and un’arrampicata fisica dentro il camino. Usciti da esso ci si sposta leggermente a destra su prese piccole. Il grado della via lo fa proprio questo passaggio dove occorre avere presa salda ed effettuare un movimento deciso. da qui si sale alcuni metri per poi spostarsi nuovamente verso sinistra. Qui le difficoltà finiscono e si può godersi gli ultimi metri su buone prese.

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Simone su “Scotty’s World”, 6c

Prima di lasciare il settore decidiamo di salire anche “Le Sirene di Calamancina”, un 6a+ poco più a sinistra. La parte inferiore si svolge su roccia appoggiata e molto appigliata mentre quella superiore sale un pilastro verticale con un naso subito sotto la sua sommità. Proprio qui si palesa l’unica difficoltà della via. Arrampicare il pilastro è tutt’altro che semplice, non si capisce bene come approcciarlo, se a destra, centrale oppure a sinistra. Nonostante la linea degli spit sale leggermente verso destra, la scelta migliore sembra essere quella di salire a sinistra per poi traversare in seguito. Il passaggio è tutt’altro che scontato ma una volta sopra la via può ritenersi conclusa.

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Nei giorni precedenti siamo spesso passati di fronte ad “Alfa Romeo, 7a+” ed ogni volta il mio sguardo si alzava per capire se rientrasse nelle mie possibilità e cercare di immaginare i movimenti chiave. Finalmente mi faccio coraggio e decido di provarla. La via parte a destra di una canna nera che si raggiunge dopo un paio di metri di arrampicata abbastanza tranquilla. I segni della magnesite lasciata dai precedenti salitori è evidente e cancella un po’ il fascino della lettura che solitamente caratterizza l’arrampicata di una nuova via. In effetti però qui il tempo per esplorare diverse soluzioni è poco, la via strapiomba e le prese non consentono di tergiversare troppo. Agguantata la clessidra la si segue giusto qualche metro fino ad incontrarne un’altra, posta poco più a destra, gialla questa volta. La si segue fino al suo culmine, dove si incontra il primo passo chiave della via. L’obiettivo è spostarsi su di un’altra clessidra nera, posta poco più in alto, ma molto più a destra. Il passaggio per raggiungerla è molto delicato. Consiste principalmente nel tenere un bidito rovescio con la mano sinistra, alzare bene i piedi sulla canna precedente portandosi in posizione quasi orizzontale e spingere bene per raggiungere in allungo, oppure leggermente saltando, la base del conglomerato cannoso. Qui si riesce a riposare leggermente seppure la gravità continua a farsi sentire. in poco tempo ci troviamo alla base di un tetto che va traversato completamente da sinistra a destra per poi essere rimontato nella sua parte più debole. Qui il secondo passaggio chiave della via. La base del tetto non presenta alcuna crepa né presa utile per gli arti superiori, solo qualcosa di piccolo dove appoggiare i piedi. Per le mani c’è invece una scomoda presa giusto a metà del tetto, orizzontalmente parlando, subito dove la roccia riprende la sua verticalità. Tengo la presa salda con la mano sinistra e provo il movimento per raggiungere l’estrema destra del tetto che sembra comodo. niente fallisco un paio di volte, devo riposare, l’avambraccio non regge e la mano si apre. Dopo un po’ di resting su corda ritento, questa volta il movimento viene, non rimane altro che catapultarsi con le mani sul comodo terrazzino un metro sopra il tetto e rimontarlo. Qui effettivamente si riesce a riposare completamente prima dell’ultimo passaggio per giungere in catena. Non è niente di particolarmente difficile ma le numerose prese smagnesate confondono le idee e non si riesce bene a capire quali sono quelle corrette da prendere. La soluzione migliore, a mio parere, è quella di traversare verso destra fin sotto la catena e rimontare il pilastrino. Ci metto un po’ per capirlo ma finalmente metto la corda in catena e contento mi faccio calare.

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Simone su “Alfa Romeo”, 7a+

Come ultima via della giornata ci buttiamo nuovamente sul solito settore che ospita le placconate nere a gocce. La via di oggi è “Giornata Ecologica 6b”. Lo stile di arrampicata è abbastanza monotono, si passa da una fessura orizzontale all’altra alzando ogni volta bene i piedi. Alcuni passaggi richiedono di tenere presette non ottimali ma il fatto che la via sia leggermente appoggiata rende l’arrampicata più di piacere che di fatica.

Giorno 5

La pioggia inaspettata dell’ultimo giorno ci costringe a trovare un’alternativa alla falesia. Due opzioni catturano la nostra attenzione: un’escursione presso “La Riserva dello Zingaro” situata a sud-est di San Vito oppure una passeggiata sul Monte Monaco che si erge ad est del paese con i suoi 528 m di altitudine. Il lancio della monetina ci porterà in cima al Monte Monaco. La passeggiata non si preannuncia troppo impegnativa durata complessiva è stimata attorno alle 2 ore e mezza. La pioggia ci costringe a raggiungere l’attacco del sentiero in macchina, la salita al Monte comincia appena fuori dal paese dove ha inizio la campagna siciliana (circa 20-25 minuti di cammino dal centro di San Vito). Iniziamo la camminata nel primo pomeriggio sperando di avere una finestra di bel tempo sufficientemente lunga.

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La destinazione è ben visibile fin dall’inizio così come il percorso da seguire, ben evidente tra la bassa vegetazione caratteristica dell’isola. È visibile come la pendenza del sentiero sia più ripida nei primi metri salendo lungo il versante ovest per poi addolcirsi lungo la cresta del monte in prossimità della vetta. Saliamo i primi metri senza troppa fatica, la vegetazione iniziale si presenta cespugliosa ed arida per poi aprirsi in un verde “prato”. Il vero divertimento qui lo troveremo durante la discesa quando potremmo correre giù salterellando, cosa non raccomandabile nel resto del percorso a causa del terreno sassoso non molto adeguato ad una corsetta. Poco prima di raggiungere la cresta del monte, dove la pendenza del percorso si addolcisce, è situata una cava di marmo, decidiamo di esplorarla. Restiamo meravigliati dalle pareti lisce intervallate da qualche crepa più o meno larga, più o meno solida, anche ad altezze accessibili che potrebbero invogliare ad un’audace arrampicata.

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Finita l’esplorazione della piccola cava continuiamo la nostra passeggiata raggiungendo la cima del monte da cui è possibile osservare non solo la costa di San Vito ma anche il Monte Cofano e, più in lontananza, anche Erice. Scendiamo qualche decina di metri dopo la croce situata in cima al Monte ed osserviamo il paesaggio marino reso particolarmente suggestivo dalle nuvole temporalesche in avvicinamento.

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È evidente che le nuvole si muovono rapidamente, ma fortunatamente la pioggia, e qualche chicco di grandine, ci accompagnano solo per pochi metri. Il vento inizia a soffiare più prepotentemente e decidiamo di iniziare la nostra discesa. Dopo aver salterellato giù per i prati il cielo si riapre leggermente e ci offre la possibilità di ammirare un flebile arcobaleno che nasce proprio ai piedi del monte. E’ solo la quiete prima della tempesta vera e propria. Ci affrettiamo a scendere concludendo così la nostra escursione e facendo ritorno in paese bagnati ma soddisfatti della giornata.

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Giorno 6

La vacanza sta ormai giungendo al termine, prima di abbandonare il clima mite della Sicilia che ci regala le ultime ore di sole facciamo sosta al Castello di Carini prima di prendere l’aereo e tornare a casa. La fortezza medioevale si trova nell’omonima cittadina, Carini, situata su un promontorio e facilmente raggiungibile in macchina, circa 20 minuti in macchina dall’aeroporto di Palermo in direzione sud-est. A differenza di San Vito Lo Capo ed Erice, non assaltate dal turismo dal turismo invernale e particolarmente tranquille a fine dicembre, Carini risulta più affollata. Tuttavia, riusciamo a parcheggiare in prossimità del castello di cui siamo i primi visitatori della giornata.

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Cominciamo la nostra visita dalla cappella a piano terra, continuiamo ad esplorare le stanze attigue dove è stata installata una mostra di arte moderna prima di salire al piano superiore da dove possiamo accedere nuovamente alla cappella ed ammirarla dall’alto. Non ci lasciamo sfuggire la mostra dei famosi pupi siciliani le cui tematiche spaziano dalla mitologia alla politica moderna. Ci spostiamo infine all’esterno sui bastioni del castello, da qui possiamo dare un ultimo sguardo al paesaggio e salutare, solo per il momento, il territorio di cui abbiamo iniziato la scoperta.


E’ sempre triste dover tornare con i piedi per terra, alla quotidianità, ma l’aereo riparte alle 14 e dobbiamo anche riconsegnare la macchina. Avremmo tempo per ripensare alla fantastica settimana appena conclusa, piena di emozioni, poche delusioni e tante soddisfazioni. San Vito è proprio un bel posto dove arrampicare, è stata una piacevole esperienza che porteremo dietro per molto tempo e sia mai che un futuro non torneremo a calcare nuovamente le pareti Siciliane, circondati da sole, mare e pasticcini.

Val Camonica

La val Camonica, nel bresciano e per brevi tratti nel bergamasco, si snoda per un centinaio di chilometri, dalle nevi che circondano il passo del Tonale, alle sponde verdeggianti del lago d’Iseo, sempre seguendo il tortuoso corso del fiume che la modella: l’Oglio. Stretta e lunga è incastonata ad est tra le alte vette dell’Adamello, spesso oltre i 3000 metri, e ad ovest dalle prealpi Orobiche o Bergamasche, con quote attorno ai 2000 metri, è particolarmente ricca di sculture rupestri, testimonianza dell’antica storia della valle che a sua volta le avvalora e ne riconosce l’importanza adottando come simbolo dell’intera regione proprio la più famosa incisione della zona: la rosa camuna.

La roccia presente in valle varia dai classici lineamenti del calcare alle più ricercate geometrie del verrucano lombardo, offrendo quasi sempre arrampicata su roccia compatta e di gran aderenza. Come prima tappa del nostro breve soggiorno ci dirigiamo verso Cimbergo, per passare la mattinata in una falesia dall’atmosfera magica e fiabesca. Situata nel bosco, in un parco naturale dedicato alle incisioni rupestri, offre un arrampicata varia e prevalentemente verticale, su un centinaio di vie di lunghezza variabile tra i 20 e i 30 metri.

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Partiamo con un 5a ed un 5b, “il comandante” e “il critico”. Vie carine, facili e ben spittate, così giusto per avere un assaggio della roccia. Rapidamente ci spostiamo su un 6a+ leggermente strapiombante, a mio parere più duro di quanto sia gradato. Dopo una prima parte relativamente tranquilla, l’uscita dalla via richiede movimenti decisi e boulderosi, su prese accennate e con il componente gravità sulle spalle.

Il 6a alla sinistra, “il menefreghista”, sale un bellissimo e fisicissimo diedro, con chiodatura sulla destra. L’arrampicata è fin da subito sostenuta, già nei primi metri la fatica avanza e la respirazione si fa affannosa. E’ uno sforzo continuo tra un passaggio e l’altro senza mai riuscire a trovare una posizione comoda dove poter scaricare bene la tensione. Raggiunto il culmine del diedro si può finalmente tirare il fiato e l’arrampicata diventa facile. Solo un passaggio in uscita richiede un ultimo sforzo per trovare l’equilibrio migliore tra un movimento e l’altro su piccole tacche.

Ancora più a sinistra sale “con permesso”, 6b quasi totalmente strapiombante ma ben appigliato. Due sono i passi chiavi della via, entrambi prevalentemente di forza, il primo per riuscire a mantenere l’equilibro ed il baricentro attaccato alla parete, il secondo per allungarsi quanto basta per afferrare una comoda insenatura subito sopra. La prima asperità riguarda un traverso con inclinazione sfavorevole, da destra verso sinistra, su lama storta da prendere con entrambe le mani. Ci si sente come bandiere al vento e fintanto che i piedi riescono ad ancorarsi per attrito alla roccia, tutto è fermo in quiete. Appena ci si sposta ci si sente in bilico. Bisogna andare convinti a prendere una tacca sulla sinistra tenerla quel poco che basta per spostare il corpo completamente a sinistra ed entrare in crepa con la mano destra. Qui torna a prevalere la tranquillità. Il passaggio successivo è per persone dannatamente alte. Si tiene la fessura con la mano destra e si alza la mano sinistra su un altra tacchetta molto scomoda da tenere, ma fondamentale. Si alza il piede destro a livello ginocchio e si ruota il busto, anch’esso verso destra, portando, con movimenti lenti e delicati, la mano destra più in alto possibile a sfiorare con mignolo ed anulare la comoda crepa per la rinviata. A dire la verità il passaggio sofferto così è veramente elegante e soddisfacente, forse con qualche centimetro in più lo sarebbe di meno. La catena la si incontra poco più in alto, dopo una divertente sequenza di fessure.

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Con permesso – 6b

Non si può andarsene da questo posto senza provare nemmeno un tiro sullo scenografico paretone principale. Per qualcuno è stato amore a prima vista… Con il meteo che minaccia pioggi ed i tuoni all’orizzonte non c’è molto tempo per avventurarci su difficoltà troppo severe, optiamo per salire “legge basilia”, 6a+. Parete tutta strapiombante ma con prese molto ben visibili, piedi buoni e mani su liste e svasi sempre comodi. Nei primi metri la via presenta qualche passaggio di piedi, su tacche, per poi farsi più facile su lame e scanalature ben delineate: ad ogni passaggio si riesce tranquillamente a scioglere e riposare le braccia per i movimenti successivi.

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Legge Basilia – 6a+

Il pomeriggio mettono pioggia, e non si fa attendere molto. Uno sguazzo verso le 14:00 ci costringe alla ritirata. Ci spostiamo verso il campo base e facciamo giusto in tempo a visitare la piccola falesia di Malonno, visto anche l’avvicinamento nullo, che poco dopo torna a piovere. Qui sono presenti 6-7 monotiri di breve lunghezza. Avvicinandoci bene alla parete per valutare le vie, non avendo i gradi alla mano, notiamo che la roccia, almeno sulla parete di destra, è assai fragile. Non si salva nemmeno un tiro. Sulla sinistra ivece, su una paretina legermente distaccata, è presente una placchetta dall’aspetto stranamente compatto. La proviamo. Il passaggio chiave è sulla pancia che separa le due placche della via, quella sotto breve e fessurata, quella sopra un pò più lunga e di aderenza su piccole prese. Il tettino si approccia con la mano destra per prima alla ricerca della fessurina soprastrante, la mano sinistra si incrocia su un altra fessura da tenere con convinizione ed allungarsi con la destra, verso destra, per sgrovigliare le braccia. Si alza il piede sulla placca soprastante e si spinge fidandosi delle scarpette e rimontando il tetto con tutto il corpo. La placca superiore è abbastanza appoggiata è richiede solamente un lavoro mentale di equilibri. Tiro alla fine dei conti divertente che ci sentiamo di gradare come 6b per il passaggio centrale.

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No name – 6b?

L’indomani, sveglia presto, ci spostiamo verso la sponda nord del lago d’Iseo, a Darfo Boario Terme. Vicino all’archeopark si trova la falesia di Monticolo che fa da contorno  ad un sasso con una chiara incisione rupestre raffigurante strumenti di caccia: asce e frecce. La roccia ricorda molto, per chi ha avuto il piacere di visitarla, quella presente nel settore principale della falesia di Rizzolaga, a Pinè. Il frastuono della statale che passa alle nostre spalle non è proprio il clima che si cerca quando si arrampica, ma purtroppo anche oggi il tempo non è stabile e qui l’avvicinamento è veramente breve, ottimo per le fughe rapide.

Dopo aver affrontato qualche facile 5a di riscaldamento, proviamo un 5b+, “Guarda in sù”, ed un 5c, “Nessuno è perfetto”. “Guarda in su” sale sull’estrema destra del settore dapprima una placchetta appoggiata, per poi rimontare una grande pancia sulla parete leggermente distaccata alla sinistra. Suggestivo è proprio questo passaggio con un piede per parte ed il corpo sospeso, per un attimo, nel vuoto del crepone che divide le rocce. “Nessuno è perfetto”, invece, presenta un passaggio iniziale molto atletico, con un piede alto a rimontare, con decisione, un agglomerato. Poi la linea si fa più facile senza difficoltà tecniche né fisiche. Solo gli ultimi metri regalano alcuni passi delicati, in bilancio su piedi piccoli e piccole tacche da non sottovalutare, con il baricentro il più possibile attaccato alla parete.

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Raid – 6a+

“Toini Sport” è un 6a molto carino che corre a sinistra del settore. Le difficoltà sono concentrate prevalentemente nella parte centrale del tiro dove una placca pocco appigliata fa da padrona. La parte superiore è anch’essa molto interessante e vede il superamento del tetto sommitale tramite un lungo e appigliato traverso verso destra. Qualche metro più a destra sale “Raid”, 6a+, specchio della precedente. Via molto bella con passaggi di placca centrali dove la sensazione di eleganza nell’arrampicata e la delicatezza nei passaggi ne fanno risaltare la bellezza. Si sale così fin sotto al tetto dove sono presenti due linee di uscite differenti (gradate nello stesso modo). Quella seguita, verso sinistra, è di facile comprensione e supera agilmente il tetto. La via in generale è chiodata forse troppo ravvicinata, stile palestra, ed al nostro passaggio erano presenti alcuni piccoli alverari di vespe attivi, fare attenzione!

Ci spostiamo dietro il sasso “inciso” per provare qualcosa di più duro. La nostra attenzione ricade, un po’ per il nome ed un po’ per la linea, su “Lo specchio dei pazzi”, 6c. Bellissima. La parte inferiore della via presenta un’arrampicata di puro equilibrio ed è intervallata da un naso bastardo, di non facile risoluzione. Sotto di esso il diedro levigato, ma con un grip pazzesco, obbliga ad una arrampicata di aderenza, con piedi leggermente in spaccata che spingono sui laterali per non scivolare. Qui, aiutandosi con il piccolo rovescio sotto il naso ci si alza quanto basta per raggiugere la presa in alto a destra, scomoda da matti. Il passaggio è questo, bisogna tenerla anche se scappa, essere atletici e rimontare il terrazzino sulla destra. Da qui si sale una stupenda liscia che obliqua verso sinistra fino a riportarsi sulla verticale del primo spit. L’ultimo passaggio, parecchio boulderoso, regala l’ultimo brivido. Si alza il piede sulla destra, tenendosi con quello che si può e si carica convinti il peso per alzarsi lentamente verso lo svaso alto, non comodissimo a dire la verità, anch’esso sulla destra, che consente la rinviata in catena.

Il tempo inizia a farsi brutto e scende qualche goccia, ma sopra di noi c’è un ampio tetto, si arrampica fino a che non diluvia. Due vie più a sinistra sale “Legend” un 6c+. Il nome non è dato a caso, il passaggio a metà via su dietro esposto è veramente tosto, non riusciamo a passarlo in nessun modo, né tenendo la crepa sulla sinitra, né tenendo il rovescio di destra. Dopo un oretta comoda rinunciamo, si mette a diluviare, è ora di pranzo.

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Legend – 6c+

Dopo pranzo il tempo si tira decisamente fuori ed esce pure il sole, inaspettato fino a poco prima. Nel tornare verso la base ci fermiamo, anche se un po’ sfiniti ed appensatiti dai panini non proprio salutari che abbiamo divorato, alla falesia di Cividate Camuno. Falesia storica, una delle prime, se non la prima, in valle. Di fronte alla parete è presente un prato attrezzato a barbecue e tavolini, idilliaco come posto dove poter conciliare attività arrampicatoria e culinaria. C’è anche un bar proprio attaccato, e subito rieccheggiano, ad alta voce, pensieri preoccupanti:

“Se abitassi da queste parti questo posto sarebbe la mia rovina. Ogni sera sarei qui a bere e ad arrampicare, e le cose non vanno proprio a braccetto”

Caldi dalla mattinata approcciamo subito un 6a, “Lisca di pesce”, con passaggio boulderoso in partenza su prese unte e usurate dal tempo, ed un 6a+, “Silhoette”. Quest’ultimo, vuoi la stanchezza, vuoi la pausa pranzo, vuoi le prese unte, vuoi… Non è venuta tranquillissima. Già dai primi passaggi si ha la sensazione che le tacche incidano le dita e che ogni piede appoggiato alla parete scivoli verso il basso. I passaggi sono sostanzialmente su monoditi e piccole svasature nella parte centrale, ed il leggero strapiombo su appigli poco scavati nella parte superiore è da prendere con le pinze.

Con le energie praticamente finite e con la punta di ogni singolo dito che chiede pietà approcciamo le ultime due fatiche di questa nostra avventura. La scelta ricade su “Equilibrista”, 6c, e su “Dalai Lama”, 7a. La prima si articola su placca prevalentemente appoggiata con bei movimenti su monoditi e biditi. Dopo il terzo spit un traverso verso sinistra molto bello su tacche impegna non poco a livello mentale e di equilibrio. Si sale sempre con passaggi delicati ma via via più facili fino alla base del tetto. Sulla sinistra è presente una catena, ma purtoppo è quella della via a fianco, il passo chiave deve ancora venire, la nostra linea prosegue a destra della placca ancora per alcuni metri. Il passaggio non è di semplice lettura e senza l’aiuto di alcuni locals sarebbe stata dura venirne a capo in tempi celeri. Nonostante le continue indicazioni, dopo una ventina di tentativi falliti, rinunciamo.

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Lisca di pesce – 6a

La seconda via, “Dalai Lama”, è un boulder, dall’inizio alla fine, senza un attimo di respiro, su prese ormai usurate. I passaggi singoli a fatica vengono quasi tutti, qualcuno più pulito degli altri, ma nelle condizioni attuali mettere assieme il tutto è utopia.

Nel complesso la val Camonica ha impresso in noi dei bei ricordi e soprattutto la voglia di ritornare per scoprire tutto il suo potenziale. L’arrampicata, notevolmente diversa rispetto a quella a cui siamo abituati, ha reso il tutto un pizzico più esplorativo e divertente. I magici luoghi, colmi di storia, che abbiamo visitato rimarranno incisi nei nostri pensieri, suggerendoci che probabilmente questo capitolo non si chiude qui, ma che verrà sicuramente ricalcato in un futuro non troppo lontano.

Rocca di Badolo

Badolo presenta una roccia molto particolare, molto sabbiosa e farinosa. L’acqua e soprattutto il vento, col tempo, hanno eroso la falesia disegnando geometrie armoniche, onde parallele che si inseguono lungo tutta la parete. Proprio per questa particolare malleabilità della roccia le prese, per la maggior parte, sono state scavate manualmente per poter scalare dove la natura, di fatto, non lo consentirebbe. Tutt’ora, infatti, continua imperterrita a levigare, erodere e rimodellare il profilo di tutte le vie che immancabilmente, col tempo, variano linea e difficoltà.

“Qui a Badolo abbiamo il vanto che è una delle poche falesie al mondo nella quale le vie cambiano nel tempo, un 6a oggi potrebbe essere un 7b domani.”

Il lato negativo di definire in partenza le prese delle vie è che non viene lasciato alcun spazio all’interpretazione, i passaggi diventano obbligati, e la linea perde un po di fascino. Dall’altro lato il colore monotono della roccia rende molto difficile vedere le prese in fase di salita e costringe a ricercare, ad ogni movimento, la posizione della tacca successiva, tastando con le mani di qua e di la.

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Per prendere un po di confidenza con la roccia partiamo tranquilli in un settore di recente chiodatura alla destra del santuario in cima alla rocca. Le sensazioni sono da subito contrastanti, sembra che tutto possa crollare da un momento all’altro, eppure tutto regge. Ogni sbavatura della roccia rilascia sabbia al contatto creando, da un certo punto di vista, un ossimoro per l’arrampicata, stai scalando su qualcosa che la tua testa rigetta. Arrampicare a Badolo è arrampicare su un labile castello di sabbia, la delicatezza nei movimenti gioca un ruolo fondamentale.

Ma ancora più fondamentale è la testa. La rocca ti insegna, o meglio dire ti forza, a fidarti ed abbandonare le paure. E’ un ottimo allenamento per le vie di montagna dove le condizioni della roccia non sono sempre ottimali e avere fermezza di nervi aiuta a proseguire ed a non andare nel panico.

Ci spostiamo su qualcosa che sulla carta dovrebbe essere più duro: Ultimatum a Saddam, 6a, 20m. Prima pelata della giornata. Riesce, più o meno a vista, ma che fatica abituarsi alla roccia e soprattutto alla ricerca delle prese nascoste. Nonostante tutto la lezione non sembra essere imparata ed affrontiamo in sequenza Qui, Quo e Qua, rispettivamente un altro 6a, un 6b ed un 6c di 20m. Il primo è indolore, sulla falsa riga della via precedente, ma che con l’esperienza acquisita saliamo più agevolmente.

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Umberto su Diretta del Fico (5b)

Quo è una che va interpretata, movimenti lenti e posati per equilibri non sempre immediati. Le mani e i piedi appoggiano sempre sulle ondulazioni orizzontali  della roccia, su prese sono tutt’altro che scavate. l’uscita alla catena ospita il passo chiave: a pochi metri dalla fine della via si notano due catene una leggermente a destra della linea degli spit, mentre l’altra decisamente più a sinistra. L’istinto suggerisce che quella giusta sia la prima, ma dopo diversi tentativi su microtacche, quasi impercettibili, un local, sentendo “filosofeggiare”, evidenzia l’errore di valutazione. Lo spostamento verso sinistra si rivela essere il passaggio più esaltante della via, un monodito di
pollice da tenere assieme ad una appena accennata, ma efficace, tacca, da tenere con il medio e l’anulare della mano rovesciata, ti porta a salire al termine della difficoltà.

Qua ha un passo in partenza veramente non banale, su tettino strapiombante. Tenere la presa sabbiosa e levigata sopra il tetto per alzare bene i piedi e allungarsi a prendere lo svaso soprastante, si rivela davvero un impresa ostica. Non riesce la prima, la seconda, neppure la terza volta. Si prova e riprova, quattro, cinque, sei, enne volte, ma ancora niente. Probabilmente per pietà, a conteggio oramai perso, finalmente il passaggio viene e con un balzo si è sopra il tetto. Da li la via prosegue più facile, con passaggi sempre belli e delicati, fino alla catena.

Cambiamo settore, ci spostiamo a Badolo basso. Neanche a dirlo la roccia è la medesima. Carico dalla positiva giornata mi butto, al calar del sole, su un 7a, Paperetta. Qui gli svasi risultano molto meno marcati rispetto alle vie precedenti, e molto spesso lasciano spazio a monoditi e biditi appena accennati. I passaggi sono prettamente di equilibrio ma probabilmente qualcosa manca, a tratti infatti la roccia risulta più fragile si sgretola al tatto. E’ un peccato perché la via avrebbe meritato parecchio, ma senza la stabilità dei piedi, l’equilibrio risulta essere troppo precario. La giornata giunge al termine e si va a riposare.

L’indomani crediamo di aver ormai preso un po di confidenza con la parete, ma per iniziare decidiamo di volare basso, giusto per non prendere delle bastonate fin da subito. Partiamo con quello che dovrebbe essere un 4a da 22m, Spigolino. L’arrampicata è divertente su bombè nel tratto basso e su placca in quello alto, su un mix prese scavate abbondantemente e monoditi a “palla da bowling”. Un grado più realista, al giorno d’oggi è comunque un 5a/b. Proseguiamo con Spigolo della Nadia, un 5a che probabilmente si assesta più sul 5c. Anche qui l’arrampicata è caratterizzata da svasi e buchi, con il tratto superiore della via appena strapiombante. Umberto si butta su Righi, 5c, 18m. In realtà il 5c gli va abbastanza stretto, con un inizio molto deludente tra svasi e buchi creati troppo artificialmente che rendono subito ogni movimento troppo leggibile. Nel mezzo della parete però la via cambia esposizione ed ospita dei bellissimi buchi naturali levigati che alzano un po’ il grado e la rendono più interessante. Purtroppo, o per fortuna, il penultimo rinvio prima della catena è tagliato di netto, obbligando a concludere la via appoggiandosi sulla linea affianco. La tipologia di prese e la bellezza dei passaggi di questi ultimi metri meritano tutta la fatica precedente.

Io, audace, tento un 6c, Buccia di Banana, 20m. Non lascia tregua. E’ un continuo ricercare dell’equilibrio migliore. Nessun passo è lasciato al caso, la via non molla un attimo ed ogni movimento va studiato e provato nel minimo dettaglio. Quello che più sorprende è che la maggior parte delle prese sono naturali, crepe, rovesci, terrazzini, quasi non pare vero. E’ la via che in tutta l’esperienza “Badolo” ci ha maggiormente soddisfatto. Una coppia di locals ci avverte, tra una nostra imprecazione e l’altra, che la via che stiamo salendo è una delle più impestate della falesia. A quanto pare sembra che a noi piaccia mettere il culo tra le pedate, ma la soddisfazione di essere arrivati in catena è indescrivibile. In seguito aggiungono:

“Abbiamo scritto sul gruppo di arrampicata locale che c’è un gruppo di ragazzi da Trento che sono venuti apposta a Badolo per arrampicare, uno vi saluta che vi ha incontrati ieri, gli altri se la ridono allegramente ipotizzando che quantomeno dovreste avere roba buona da fumare”

Sotto consiglio dei nostri nuovi amici provo Il giovane Wimper, un 6b+ di 18m. La via parte con un diedro bombato, molto simpatico per poi proseguire su placca poco appigliata e molto di equilibrio. L’ultimo tratto è perlopiù strapiombante, quasi tutto su biditi. Le fatiche della giornata si fanno sentire e qualche rest è dovuto. Questa è un altra via che merita davvero e che, se fossi stato più fresco, mi sarei goduto di più. Umberto termina, ormai a fine giornata, con la via Dulfer, 6a+, 25m. E’ dal giorno prima che preme per salire questo diedro fessurato che termina alla base di un tetto, non pensa ad altro.

La via è per la maggior parte naturale, con uno stile di salita che pare essere puramente alpino, molto distante dagli standard di questo ambiente. Per necessità solo gli appoggi per i piedi sono leggermente scavati. Si sale in opposizione con le braccia e le gambe tra una parete e l’altra, aiutandosi per quanto si può con la fessura centrale. Lo sforzo fisico è notevole e non lascia molto spazio a dubbi e tentennamenti, anche perché la chiodatura è abbastanza distante. Alla fine della crepa si arriva sotto uno strapiombo che si aggira molto facilmente verso destra. A questo punto la linea salirebbe verticale ma, come successo in precedenza, anche qui mancano dei resinati e si è, immancabilmente, obbligati a proseguire sulla via accanto, caratterizzata dall’ormai inconfondibile “stile Badolo”, buchi scavati ma da ricercare con attenzione.

Arrampicare a Badolo è semplicemente particolare, un esperienza da provare almeno una volta nella vita. Torniamo a Trento sorridenti, con un bagaglio decisamente più ricco, con il piacere di aver conosciuto gente nuova e con la soddisfazione di esserci messi alla prova su qualcosa di, banalmente, diverso.

 

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