Ferrata di Favogna

Sebbene sia gennaio le temperature non sono certo invernali. Il meteo prevede una giornata grigia e nuvolosa ma senza precipitazioni. Con un po’ di stanchezza sulle gambe dovuta alle arrampicate dei giorni precedenti, optiamo per una via ferrata a bassa quota al confine tra Trentino ed Alto Adige: la via ferrata di Favogna. Viste le giornate corte del periodo ed il fatto che la discesa si preannuncia più lunga della salita, decidiamo di parcheggiare a ridosso del paese di Roverè della Luna, al campo da calcio (210 m.s.l.m.), così da fare più strada la mattina ed accorciare il rientro. Giunti a destinazione verso le 9:30 ci dirigiamo verso l’attacco della ferrata proseguendo lungo la provinciale. L’avvicinamento non è dei più entusiasmanti in quanto per circa 30 minuti si cammina su strada asfaltata con scarso interesse paesaggistico: qualche industria e una zona militare apparentemente abbandonata sulla sinistra e le caratteristiche vigne della valle sulla destra. Fortunatamente la strada non è particolarmente trafficata e, mentre la percorriamo, ci convinciamo che affrontare questo tratto con la luce del mattino sia stata una buona idea piuttosto che rischiare di percorrerlo col buio della sera per tornare alla macchina. Finalmente dopo un lungo rettilineo, sulla sinistra, troviamo le indicazioni per la via ferrata (220 m.s.l.m.) e, lasciando la strada asfaltata, iniziamo a percorrere il sentiero che sale attraversando la zona boschiva e conduce ripido alla parete. Il sentiero si fa via via più pendente sino a giungere in prossimità di un piccolo salto roccioso dove si trova il primo cavo metallico dove decidiamo di indossare per sicurezza l’attrezzatura da ferrata nonostante il cartello “ufficiale” di inizio ferrata si trova un centinaio di metri più avanti.

Il primo tratto è attrezzato con sole 3 sezioni di fune e non presenta difficoltà rilevanti. Tuttavia, per mantenere la massima sicurezza raccomandiamo di effettuarlo già imbragati ed attrezzati. Da subito concordiamo con quanto riportato in alcune delle relazioni trovate la sera prima: il cavetto non è tiratissimo ed i fittoni per il supporto sono talvolta distanti fra loro. Sicuramente ciò non disturba la salita ma è bene tenerlo a mente prima di avventurarsi su questa via ferrata. Continuiamo a salire lungo l’unico ed evidente sentiero sino a giungere in prossimità di un camino roccioso dove il cartello ufficializza l’inizio della ferrata. I primi passaggi del camino sono divertenti e consentono anche di “assaporare” un po’ di roccia sfruttando gli appigli per le mani sulla parete di sinistra e gli appoggi per i piedi sia a destra che a sinistra. Ovviamente è sempre possibile usufruire del supporto del cavo. Proseguendo lungo il camino i passaggi diventano via via meno impegnativi fino al termine del cavo. A nostro parere la fune metallica termina un po’ prematuramente in questo tratto con un ultimo passaggio sprotetto e abbastanza pericoloso visto che le prese su cui fare affidamento sono notevolmente usurate dalle numerose ripetizioni. Il seniero prosegue verso sinistra su di un largo terrazzo sino a giungere ai piedi di una parete verticale attrezzata con staffe metalliche da usare anche come assicurazione dato che il cavo non è presente. Le difficoltà tecniche e l’impegno fisico di questo tratto, nonostante la sua verticalità, sono più contenuti rispetto al camino iniziale. L’unico eventuale “ostacolo” che ci sentiamo di segnalare è il raggiungimento del primo fittone per potersi assicurare visto che questo è posto a circa 3 metri da terra e potrebbe suscitare un po’ di inquietudine. Anche qui la roccia è molto usurata ma i passaggi per raggiungerlo sono tutto sommato molto semplici. Al termine della prima placca ci dirigiamo verso destra su di una cengia protetta da fune metallica che conduce alla prima scala a pioli del percorso. Al termine della scala notiamo che il cavo ci invita a rimanere bassi e dirigerci verso destra prima di riconquistare il sentiero che in breve ci conduce ad un tratto in discesa da cui è possibile vedere la seconda scala a pioli da risalire. Questa si raggiunge scendendo su stretta cengia terrosa che costeggia la parete. Le difficoltà tecniche della scala sono sempre limitate e permettono di raggiungere il termine in breve tempo. Continuando a seguire il cavo affrontiamo una lunga e monotona salita a “zig-zag” che alterna tratti vegetativi a tratti più rocciosi senza particolari difficoltà. Prestare comunque attenzione a questo tratto visto che si svolge lungo canale detritico e sabbioso dove gli appoggi non sempre sono stabili e si rischia di far rotolare inerti ai danni di chi segue. Termina così il primo e più lungo tratto di ferrata a circa 550 m.s.l.m. dove si trova un punto panoramico per poter osservare il paesaggio circostante.

Per raggiungere il successivo tratto attrezzato è necessario fare altri 450m di dislivello in cui si alternano brevi tratti rocciosi un po’ esposti e tratti di sentiero boschivo la cui pendenza si fa sentire su fiato e gambe. Nonostante la giornata sia secca e nuvolosa il sudore gronda copioso. Ci rallegriamo del fatto che stiamo affrontando la ferrata in una “fredda” e nuvolosa giornata invernale piuttosto che in una calda e soleggiata giornata estiva! Per riprendere un po’ di fiato lungo questa salita ci fermiamo ogni tanto ad ammirare il panorama della valle che si apre sotto i nostri piedi. Usciti dal bosco si ritrovano alcune roccette, dove la traccia di salita non è molto evidente, che conducono alla base della parete superiore dove seguiamo una larga cengia ascendente verso sinistra che porta all’attacco del secondo tratto di ferrata.

Da prima si segue una cengia esposta verso sinistra sino a giungere alla base di una grande fessura che si affronta facilmente per poi proseguire verso destra su roccia appoggiata fino a raggiungere il libro di via custodito all’interno di una cassetta metallica (980 m.s.l.m.). Importante non togliersi l’attrezzatura in quanto la ferrata non termina qui ma prosegue ancora per alcuni tratti. Il primo aggira uno spigolo verso destra risalendo in seguito delle roccette verticali. Un secondo protegge invece un sentiero piuttosto tortuoso che conduce ad una croce con vista sulla piana Rotaliana. Da qui in poi non si trovano altri tratti attrezzati ma un centinaio di metri di dislivello ci separano ancora dal punto più alto dell’escursione (1150 m.s.l.m.) nel mezzo del boschetto che conduce al paese di Favogna di Sotto.

Il resto del percorso si sviluppa prevalentemente nel bosco, i segnavia non mancano e, là dove potremmo essere in dubbio, troviamo un cartello che ci indica il sentiero da seguire. Data la stagione invernale ed il fatto che, per quanto abbiamo potuto osservare, siamo gli unici escursionisti della giornata, ci troviamo a camminare nel silenzio del bosco dove l’unico rumore è dato dai nostri passi sulle foglie cadute a terra. A tale proposito meglio prestare attenzione ai sassi scivolosi nascosti tra esse. La salita si fa via via più dolce sino a diventare quasi pianeggiante prima di cominciare un ultimo strappo per raggiungere la strada asfaltata e le prime abitazioni in località Pichl-Colle (1110 m.s.l.m.). Prima di iniziare il rientro controlliamo l’orologio: per giungere fino a qui abbiamo impigato circa 3 ore e un quarto. Lungo la discesa sono presenti dei sentieri che permettono di evitare l’asfalto per brevi tratti e poter proseguire lungo tracce nel bosco. Noi procediamo sempre in direzione Favogna di Sotto e, dato che non abbiamo fretta di scendere a valle, facciamo una piccolissima deviazione ed andiamo a vedere il lago di Favogna (1040 m.s.l.m.) che, in questa stagione dell’anno, è tutto ghiacciato e ci permette di azzardare qualche passo sulla sua superficie. Da qui, volendo, è possibile raggiungere in breve anche Favogna di Sopra ma per oggi ci riteniamo soddisfatti. Finita la deviazione riprendiamo la notra discesa, ancora una volta su strada asfaltata costeggiata da poche abitazioni, e ci manteniamo a destra fino a giungere ad una strada senza fondo dove incontriamo il cartello che indica la direzione per Roverè della Luna (tempistica stimata 1 ora e mezzo). Il sentiero scende sin da subito in maniera abbastanza ripida. Come nel tratto precedente il suolo è coperto da un manto di foglie che nascondono sassi scivolosi. Il tratto iniziale della discesa è costeggiato da piccole cascate sulla sinistra e, dopo poco, ci si trova ad attraversare un piccolo ponticello di legno per superare un’altra cascatella d’acqua. Il paesaggio boschivo in inverno è suggestivo. Dopo qualche ripido e stretto tornante finalmente il sentiero inizia a spianare e troviamo le indicazioni del segna via numero 502B che in 45 minuti conduce a Roverè della Luna con un piccolo guado di un ruscello e del segnavia numero 502A che permette di fare una deviazione alla Cascata Zambei (670 m.s.l.m.) prima di proseguire la discesa verso il paese. Ci dirigiamo verso la cascata che ci riserva un bello spettacolo e la sua acqua limpida indurrebbe a rinfrscarsi un po’, se le temperature lo permettessero. Attraversiamo senza difficoltà il corso d’acqua che prosegue a valle dopo la cascata e continuiamo lungo il sentiero sino a giungere ad un grande prato dove si trovano due edifici. Da qui in poi la discesa si sviluppa su ampia strada prevalentemente cementata. Giungiamo in località Molin Grant (500 m.s.l.m.) dove iniziamo a scorgere le prime abitazioni e successivamente il località Friedrich (390 m.s.l.m.) per poi trovare il centro abitato e dirigerci verso il campo sportivo dove avevamo parcheggiato. Siamo di ritorno per le 15:30 dopo un totale di 6 ore di escursione.

L’escursione è piacevole e richiede un po’ di preparazione fisica. La ferrata non presenta particolari difficoltà tecniche ma piuttosto ci sono alcuni passaggi esposti senza cavo che potrebbero mettere un po’ a disagio alcuni neofiti. In generale ci sentiamo di consigliare l’escursione per giornate non troppo calde e soleggiate per evitare di accentuare ulteriormente le fatiche. 

Via ferrata Ottorino Marangoni

Il sole splende nel cielo, il che preannuncia una bella domenica soleggiata di metà novembre. Reduci da un piacevole sabato arrampicatorio decidiamo di trascorrere la mattinata sulla via ferrata Ottorino Marangoni che, partendo dal pasese di Mori, risale tutta la bastionata rocciosa posta ai piedi del monte Faè, denominata Monte Albano, offrendo notevoli scorci sull’abitato e su tutta la Vallagarina. La parete è inoltre esposta a sud-est e, pertanto, possiamo goderci tutto il calore che la giornata ci riserva. Giunti in prossimità dell’abitato di Mori, proveniendo da Isera, troviamo parcheggio lungo la via Roma, alle porte del paese in corrispondenza della verticale dell’evidente santuario di Monte Albano, prima tappa verso l’attacco della ferrata. Ci incamminiamo lungo la strada con omonimo toponimo, che sale abbastanza ripidamente fin da subito, fino a raggiungere, dopo pochi tornanti, proprio il santuario (290 m.s.l.m.). I suoi giardini, così come i ruderi del vecchio castello, si possono visitare liberamente. Da qui è inoltre possibile ammirare un primo bel panorama sulla vallata. Proseguendo sulla strada, che già da qualche decina di metri non è più asfaltata, si trova il “Parco Boulder Montalbano” che attraversiamo seguendo la caratteristica segnaletica a fasce bianche e rosse che indica il sentiero. Questo prosegue sino ad un bivio (352 m.s.l.m.) dove sono presenti le indicazioni per la ferrata sulla destra (dal sentiero di sinistra si rientra). Dopo un breve strappo in salita si raggiunge uno spiazzo con panchina dove si trovano la targa commemorativa alla base dell’attacco della ferrata.

I primi metri sono i più pericolosi di tutto il percorso, soprattutto perché la fune d’acciaio non è presente e la prima staffa si trova a circa 3 metri da terra. Una volta raggiunto il terrazzino ci si può assicurare al cavo che continua, senza interruzioni, per tutta la lunghezza della ferrata. Il primo tratto di ferrata si sviluppa in una zona un po’ vegetativa traversando prima a destra per poi risalire in verticale prima di tornare a dirigersi verso sinistra. Sebbene le difficoltà sono limitate la roccia molto levigata costringe a mantenere l’attenzione alta ed è chiaro fin da subito che il grip non sarà il massimo per il resto del percorso. In breve giungiamo ad un salto di roccia ben attrezzato con scalette metalliche che conducono al primo esposto traverso della via. Il cavo offre un solido supporto per le mani lungo tutto il traverso mentre le staffe per i piedi si alternano ad appoggi rocciosi naturali. Al termine del traverso si risale una sporgenza rocciosa, che richiede un po’ di impegno fisico, prima di fare un piccolo zig-zag (prima a destra e poi a sinistra) e ritrovarsi alla base di un diedro che viene superato facilmente grazie alle staffe metalliche presenti su tutta la sua lunghezza. Terminato quest’ultimo inizia una lunga traversata verso sinistra: da prima si affrontano facili roccette per poi proseguire su di un vero e proprio sentiero (costantemente protetti dal cavo) fino a giungere ad un’ampia e comoda cengia rocciosa che prosegue in leggera discesa.

Al termine della cengia ci troviamo davanti ad un camino verticale i cui primi passaggi non sono stati ancora attrezzati con staffe e pertanto richiedono un po’ di impegno fisico. Una volta terminato il camino si esce verso sinistra e si prosegue tra rocce sconnesse e levigate. Nonostante le rocce siano ben solide il fatto che siano così frammentate lascia il dubbio per il quesito “com’è possibile che sia tutto così stabile?”. Proseguendo lungo la cengia, in discesa, il percorso si fa via via più stretto sino a raggiungere un caratteristico spigolo che, nonostante aggirarlo sia piuttosto semplice, genera comunque una bella scarica d’adrenalina per via della marcata esposizione. Qui, difatti, sembra che la ferrata si getti nel vuoto direttamente sull’abitato sottostante. Aggirato lo spigolo il traverso continua verso sinistra e le difficoltà limitate permettono di rilassarsi ed ammirare il panorama che si apre sotto i nostri piedi. Al termine del traverso si trova una piccolo “ballatoio” di metallo dove è anche presente il libro di via che è possibile firmare prima di affrontare gli ultimi tratti verticali che conducono all’uscita. Nonostante tutto il percorso sia eccellentemente protetto da qui in poi non è da sottovalutare l’impegno fisico necessario per terminare il percorso. Prima di ripartire può essere opportuno concedersi qualche piccola pausa in più vista anche l’umana dose di stanchezza accumulata per giungere fino a qui.

Si continua quindi sfruttando le staffe metalliche con cui è stato attrezzato il tratto verticale successivo. Dopo pochi passi verso destra inizia un lungo diedro ben attrezzato con ulteriori staffe come nella parte precedente ma, a differenza di quest’ultima, l’impegno fisico è un po’ maggiore a causa della lieve pendenza negativa. Sempre supportati dal cavo di acciaio continuiamo a salire verso sinistra e ci ritroviamo alla base dell’ultima fatica della giornata: una placca leggermente strapiombante ci separa dalla cima. Quest’ultimo tratto è facilmente affrontabile sfruttando le numerose staffe che formano una scaletta continua fino al culmine della fascia rocciosa (569 m.s.l.m.). Dal terrazzino sommitale è possibile ammirare l’abitato di Mori, tutta la vallata e godersi anche un po’ di meritato riposo prima di cominciare la discesa che, senza alcuna difficoltà, riporta in breve al santuario.

La via ferrata nel complesso è molto piacevole e l’esposizione a sud la rende perfetta per le ore centrali delle giornate invernali. Sebbene molto ben attrezzata e divertente, la salita non deve essere sottovalutata in quanto richiede un po’ di preparazione fisica ed esperienza per essere goduta a pieno. 

Via ferrata Giulio Segata

La pioggia di questi giorni d’agosto ci tiene lontani dalle salite alpinistiche in Dolomiti. Approfittiamo del fatto che le previsioni sono incerte anche in valle per goderci un giro panoramico sulle tre cime del Bondone con la speranza che il meteo regga e ci permetta di affrontare la ferrata Giulio Segata. Partiamo al mattino presto cercando di evitare la calca di turisti che in questo periodo tende ad invadere le nostre cime, con ogni probabilità comunque già disincentivati dal meteo non molto promettente.

Dopo aver parcheggiato alle Viote (1550 m s.l.m.) attacchiamo il sentiero numero 636 seguendo le indicazioni per il sentiero delle tre Cime fino al raggiungimento di un bivio dove ci attende un piccolo cerbiatto che non perde tempo a nascondersi non appena entriamo nel suo raggio visivo. Qui si entra nel bosco seguendo il sentiero che sale ripido e, dopo una bella scarpinata verticale tra sassi e radici rese scivolose dalla pioggia del giorno precedente, usciamo alla base di Cima Verde. Si continua a salire per ripidi pendii erbosi, mantenendo la destra, in direzione Doss d’Abramo, congiunto a Cima Verde da un evidente sentiero. Volendo, e facendo un piccolo sforzo in più, si può salire ancora qualche metro prima di raggiungere il Doss d’Abramo e raggiungere così proprio la vetta di Cima Verde (2102 m s.l.m.). Un po’ provati dalla salita terminata da poco, e con le nuvole all’orizzonte, decidiamo di non perdere tempo e di dirigerci subito verso la via ferrata. Giunti in prossimità del Doss d’Abramo iniziamo ad aggirarlo alla ricerca dell’attacco ma ci accorgiamo dopo breve di essere giunti sulla cengia a metà della salita dove si trova una possibile via di fuga dopo il primo tratto attrezzato. Torniamo indietro e scendiamo costeggiando la parete raggiungendo così l’attacco. Qualche indicazione ci era sfuggita di vista. 

Ci troviamo davanti la targhetta commemorativa ed il caratteristico foro che caratterizza l’inizio della ferrata: la salita è molto divertente e si svolge all’interno del buco che si sviluppa in una sorta di breve spirale verticale e culmina su di un minuto terrazzino. I numerosi pioli ed appigli naturali sulla roccia garantiscono una progressione continua, un po’ fisica ma sempre sicura con esposizione quasi nulla in questo tratto visto che le pareti ti avvolgono a 360°. Una volta usciti si affronta un tratto nel quale l’utilizzo del cavo di sicurezza e dei pioli a parete risulta praticamente indispensabile per il prosieguo che rimane comunque abbastanza faticoso vista la verticalità della parete, in alcuni tratti leggermente strapiombante. Si raggiunge una comoda cengia, la stessa su cui ci eravamo trovati poco prima sbagliando attacco, che permette un’eventuale fuga nel caso questa prima sezione di ferrata sia risultata troppo difficile, in quanto la seconda parte della ferrata è più lunga ed altrettanto impegnativa.

La ferrata prosegue quindi verticalmente con progressione sempre fisica e faticosa, agevolata dai pioli e dal cavo, fondamentali visto anche la roccia risulta particolarmente avara di appoggi per i piedi e prese per le mani. Dopo aver affrontato il primo canalino si esce verso destra su placchetta molto liscia che, mano a mano che si sale, diviene più appoggiata ed agevole da affrontare. Si raggiunge in breve un comodo terrazzino che fa da base al camino finale, più lungo rispetto a quello iniziale, anche questo molto caratteristicamente chiuso su tutti i lati. La salita si sviluppa principalmente lungo i pioli a parete con il cavo di protezione che corre alla loro destra. Anche qui la progressione è fisica e l’umidtà all’interno del foro, un po’ per via della giornata e un po’ per il fatto che funge anche da colatoio, non semplifica di certo le cose rendendolo abbastanza scivoloso. Si esce direttamente sulla cima del Doss d’Abramo (2140 m s.l.m.) dove è possibile godere di un bel panorama, oggi limitato dalle nuvole.

Terminata la ferrata il meteo sembra riservarci anche un po’ di sole e ci concediamo il lusso di terminare il giro ad anello raggiungendo prima la rocciosa cima del Monte Cornetto (2180 m s.l.m.) ed in seguito in discesa verso valle e quindi al parcheggio per terminare il giro ad anello.


Escursione bella e divertente con interessanti scorci sulla valle dell’adige e i promontori circostanti. Data l’altitudine il percorso si presta ad essere affrontato anche in periodi più caldi. Ci sentiamo di consigliare la ferrata a chi ha già esperienza: seppur breve questo tratto ferrato presenta difficoltà tecniche, esposizione ed impegno fisico da non sottovalutare.