Karlovacko

Tra il Pilastro Tibet ed il pilastro Poero, a Mandrea, si estende la parete Fabio Giacomelli: una breve fascia rocciosa, non molto alta, che ospita interessanti itinerari, soprattutto per le mezze giornate con tempo incerto. Karlovacko è uno di questi, capace di offrire un’arrampicata divertente e a tratti impegnativa, come la partenza del primo tiro e l’uscita dalla via. La chiodatura risulta essere ottima e ravvicinata e le difficoltà possono essere dunque livellate in qualsiasi momento.

Il primo tiro parte subito con un tratto di difficile lettura, su placca gialla costituita da buchetti e da piccoli conglomerati. Sebbene la linea degli spit si sussegue verso sinistra, almeno per i primi metri la progressione si svolge a destra rispetto quest’ultima, alla ricerca delle prese migliori. Inizio molto intenso ed impegnativo, soprattutto se affrontato a freddo. La chiodatura è comunque ottima e ravvicinata e permette un’eventuale azzeramento. Superato il terzo rinvio ci si riporta verso sinistra per proseguire su lama grigia che termina su di un piccolo terrazzino con alberello. Qui le difficoltà terminano e la linea continua pochi metri lungo un solido diedro, leggermente appoggiato verso destra, fino alla sosta ottimamente attrezzata. Forse perchè non ci siamo scaldati bene ma la placchetta iniziale ci è sembrata più severa del 6b dichiarato. 20m, 6b?/A0.

Il duro tratto subito in partenza alla via, 6b?/A0

La seconda lunghezza riparte verticale su muretto grigio leggermente strapiombante, ma ben manigliato lungo tutta la sua estensione. Il tratto in strapiombo è comunque molto corto e non pone troppa resistenza. In breve tempo ci si trova, quasi senza accorgersene, alla base di una placchetta grigia e compatta, lavorata a buchi belli fondi che è un piacere affondarci le mani. Solo l’ultimo tratto quest’ultima presenta qualche difficoltà aggiuntiva. Qui, infatti, la parete inizia a fare pancia e le prese si fanno via via più rare mano a mano che si sale fino all’uscita dove il terriccio e la vegetazione sommitale non aiutano di certo la progressione. La sosta è posta pochi metri a destra rispetto all’uscita dalla placca. 20m, 6a.

La partenza e l’uscita del secondo tiro, 6a.

Il terzo tiro inizia obliquando verso sinistra seguendo una piccola cengia che porta alla base di una semplice placchetta al cui termine è presente un piccolissimo tetto. La parte bassa di quest’ultimo è ben appigliata e di facile risalita, mentre il tratto superiore presenta difficoltà ben maggiori e movimenti più di equilibrio. L’arrampicata è intensa e piacevole. L’ultimo tratto del tiro, purtroppo, attraversa una fascia di rocce rotte abbastanza instabili su cui è necessario prestare massima attenzione, soprattutto se sono presenti altre cordate. Le difficoltà sono in ogni caso contenute e si giunge in breve alla comoda sosta. 15m, 6a.

Simone sulla terza lunghezza, 6a.

La quarta ed ultima lunghezza si sposta verso il diedro, posizionato leggermente a destra rispetto alla sosta, senza mai entrarci veramente, se non per un brevissimo tratto al suo ingresso, ma sfruttando piuttosto la bella e compatta placconata che ci corre affianco. I primi metri del tiro consentono infatti di raggiungere, tramite facile arrampicata, la base di questo bel muro. Nella parte inferiore di esso si usufruisce del diedro per una manciata di metri, fino a raggiungere una fessura che corre verticale sulla destra. Sfruttando quest’ultima si sale in aderenza la placca con passaggi a volte non semplici ma di grande soddisfazione fino a raggiungere un piccolo terrazzino. Qui la fessura termina e rimane da scalare un tratto severo in pura placca, con prese per le mani molto esigue e per i piedi quasi assenti. E’ possibile azzerare quest’ultimo tratto ma, viste anche le protezioni ravvicinate, almeno un tentativo in libera è d’obbligo! La difficoltà proposta qui è 6b+ ma è, con molta probabilità, sottostimata di qualche grado. Si esce su rampa terrosa e alberata che in breve porta alla comoda cengia soprastante dove si sosta. 30m, 6b+/A0.

Martina alle prese con la compatta placca dell’ultimo tiro, 6b+?/A0.

Karlovacko è una via breve ma interessante, peccato che in alcuni tratti, molto probabilmente a causa delle poche ripetizioni, la roccia risulta essere un po’ polverosa. Noi ci siamo divertiti nel salirla e ci sentiamo di consigliarla. Seppur breve è in grado di regalare una piacevole mezza giornata e se non bastasse è sempre possibile avventurarsi sulle altre linee della parete.

Nonni Sprint

Con la riapertura dei confini comunali siamo finalmente riusciti a spostarci in valle del Sarca per effettuare la prima salita stagionale. La meta è Dro, la parete è quella della Piramide Lakshmi. Nonni Sprint è una di quelle vie che da tempo era segnata nel taccuino dei possibili itinerari da salire come ripiego nel caso quelli limitrofi, e più interessanti, fossero presi d’assalto. Questa volta però è toccato proprio a questa alternativa visto che sulla prima scelta della giornata erano gia presenti alcune cordate. La guida la valuta 3 stelle su 5, almeno un pò di fascino dovrebbe averlo no?

Il primo tiro inizia, con arrampicata semplice e prevalentemente di movimento, salendo l’evidente rampetta che obliqua verso destra. Al termine di essa una placchetta in leggero strapiombo, abbastanza ben appigliata, ci riporta verso sinistra dove sono presenti 3 chiodi uniti da un lungo cordone nero come rinforzo. Da qui inizia un breve traverso, ancora verso sinistra, che passa sotto ad un albero con cordone penzolante e riporta sulla verticale rispetto all’assicuratore sottostante. Oltrepassato l’albero la linea prosegue verticalmente giungendo ad un tratto delicato in placca un po’ sprotetto e con pochi appigli sia per mani che per piedi. Qui prestare attenzione perchè quel poco che c’è non è proprio stabile. L’ultimo tratto del tiro continua lungo una poco marcata fessura che in breve porta ad un terrazzino molto sporco sopra il quale è presente un grosso albero per la sosta. Il tiro è abbastanza contorto e sporco, si capisce subito che la via è stata ripetuta poche volte. L’attrito delle corde si sente notevolmente già a partire dalla placchetta finale, consigliamo quindi di rinviare le doppie intelligentemente! Anche il grado a nostro parere è un pò stretto, potrebbe essere tranquillamente almeno mezzo grado in più. 35m, VI.

L’inizio della prima lunghezza, VI.

Il percorso della seconda lunghezza non è chiaro, complice la vegetazione che sta iniziando a prendere il possesso della poca roccia nuda permasta. Si supera l’albero di sosta sulla sinistra e si risale la rampa puntando ad un grosso albero dove è possibile scorgere un paio di cordoni. Sotto l’albero la rampa è completamente coperta di terra, prestare attenzione a non scivolare. Oltrepassata la vegetazione, secondo la recensione, dovrebbe esserci una traccia che entra nella boscaglia di sinistra fino alla prossima sosta. Purtroppo al momento del nostro passaggio la vegetazione era veramente folta e non abbiamo identificato nessun passaggio tra le frasche. Siamo quindi proseguiti verso destra sulla rampa rocciosa fino ad aggirare completamente il boschetto. Raggiunto un masso staccato abbiamo facilmente traversato 3 metri verso sinistra fino a giungere ad un albero da dove è visibile il proseguo del tiro successivo (chiodo brillante piantato di recente). Qui abbiamo atrezzato una sosta. Guardando verso il basso si riesce a scorgere un cordone nero su un muretto in mezzo al bosco, presumiamo quindi che questa sia effettivamente la sosta corretta. 35m, III.

Simone in partenza e Martina in uscita al secondo tiro, III.

Il terzo tiro risale le rocce rotte soprastanti gli alberelli di sosta fino a raggiungere una piccola cengia dove si prosegue lungo un’evidente fessura in placca in cui sono ben visibili una serie di chiodi arruginiti. La roccia nel primo tratto non è bella e bisogna fare attenzione a quello che si tiene. Giunti alla placca la storia cambia: la roccia si fa più solida e anche la qualità dell’arrampicata migliora notevolmente. La fessura che corre verticalmente offre discreti appigli per le mani, mentre per i piedi è presente qualche tacca qua e là. All’altezza dell’ultimo chiodo è importante non farsi ingennare dal cordone nero che si scorge in alto a destra: affrontando questa sezione puntando direttamente a quest’ultimo, infatti, le difficoltà aumentano notevolmente. Un po’ nascosto in una conchetta sulla sinistra è invece presente un altro cordone che, tramite traverso ben appigliato verso sinistra, rende l’uscita dalla placca più agevole e di grado consono a quanto dichiarato. Superati entrambi i cordoni ci si ritrova ad un bivio. Sulla sinistra, in direzione di un boschetto (sul quale al nostro passaggio faceva capolino un camoscio), rocce rotte. Sulla destra, invece, un invitante muretto che porta su un terrazzino alberato. Decidiamo di proseguire sulla destra e fermarci all’albero dove è possibile allestire una sosta comoda. 30m, VI.

La placchetta d’uscita della terza lunghezza, VI.

Fronte a noi si palesa un’ampia rampetta che si infrange nella boscaglia soprastante. Anche qui la linea non è per niente chiara con molteplici possibilità di progressione. L’unica cosa certa è che sarà necessario entrare nel bosco prima o poi. Puntiamo quindi verso lo scorcio tra gli alberi posto leggeremente sulla sinistra rispetto alla sosta precedente. Una volta entrati nel boschetto manteniamo la destra fino a scorgere un cordone nero su di una pianta. Raggiungerlo non è semplice per via della rampa pendente costituita da 15cm comodi di terra: ogni 3 passi in avanti sono 2 passi in dietro. Il cordone si rivela essere con molta probabilità l’originale S3, una quindicina di metri più in alto di dove la abbiamo allestita noi.

Nella scivolosa zona boschiva prima di S3.

La quarta lunghezza è totalmente esplorativa ed allo stato attuale non è onestamente possibile fornire delle indicazioni accurate. Tendenzialmente l’arrampicata si svolge nel canale boschivo in cui si entra subito sopra la sosta. Le fitte ramaglie, le spine ed i molteplici rami secchi sparsi lungo tutto il percorso rendono l’individuazione dell’itinerario complesso e l’arrampicata si muta in una lotta continua con la vegetazione. In linea di massima nel primo tratto bisogna proseguire in obliquo verso sinistra senza andare troppo in orizzontale verso la parete. La roccia la si inizia a toccare nuovamente soltanto dopo circa 30 metri di faticosa progressione, dove il canale inizia a stringersi e farsi via via più pendente. Qui è possibile scorgere finalmente un cordone nero che direziona la salita. Superato quest’ultimo è presente una piccola cengia posta sotto un canale/diedro dove è possibile allestire una sosta. 40m, IV.

Il quinto tiro prosegue nel canalino sporco. Il disegno della relazione suggerisce di percorrerlo tutto per poi uscire sulla sinistra una volta terminato. Seguiamo le indicazioni ma ci accorgiamo presto di essere decisamente fuori via. Giunti sotto un’alberello infatti notiamo lontano sulla sinistra una clessidra con cordone nero. In definitiva la via non segue il canale per tutta la sua interezza ma lo interrompe neanche a metà salendo il muretto di sinistra. I chiodi per la verità sono presenti ma incassati a parete e veramente poco visibili. Noi ormai continuiamo per la nostra strada raggiungendo in breve un’altro albero questa volta con cordone blu abbastanza recente. Rincuorati di non essere stati gli unici a perdere la retta via facciamo sosta qui. 25m, IV (V+ il tiro originale).

Il diedro/canale del quinto tiro, IV/V+.

Fortunatamente il terrazzino su cui siamo permette un’agevole traversata verso sinistra al fine di ricongiungersi all’originale. Si giunge alla base della placchetta finale. La placca non è niente di entusiasmante, un lungo lastrone appoggiato formato da roccia prevalentemente rotta e condito con molti fastidiosi sassolini che rotolano che è un piacere. Nonostante la roccia compatta sembra andare verso destra, la via esce diritta, leggermente a sinistra fino ad incrociare la traccia di sentiero che porta a quello principale. Noi siamo stati costretti a fare una sosta intermedia per via del giro panoramico sul tiro precedente, ma se si segue l’itinerario corretto non è necessario. 40m, III.

Martina in uscita dalla via su placche di dubbia bellezza, III.

La via nel complesso non ci è piaciuta e non ci sentiamo di consigliarla. Allo stato attuale necessita un gran lavoro di pulizia, sia delle zone rocciose, sia di quelle boschive. Sebbene il primo ed il terzo tiro tutto sommato siano arrampicabili e a tratti divertenti, questi due da soli, secondo il nostro parere, non bastano a giustificare l’intera salita.

Lo Scudo

Sull’assolato Calisio una placca liscia e compatta, ben visibile dal fondovalle e la cui forma ricorda vagamente uno scudo, fa da palcoscenico all’omonima falesia, scoperta tempo addietro ma rivalorizzata solo di recente. La solida placca calcarea offre linee tendenzialmente verticali e corte, con qualche eccezione, che offrono un’arrampicata prevalentemente tecnica e in aderenza. La chiodatura è super, nuova e ravvicinata per tutte le vie di nuova realizzazione. Alcune delle vecchie linee originali sono ancora presenti ma andrebbero quantomeno rispittate prima di essere provate.

Fuckini Verdi 5c / 14m

La via è la prima della parete e non si trova sulla evidente placca che dà il nome alla parete stessa, pertanto anche lo stile di arrampicata non è quello caratteristico della placca. Fuckini Verdi si sviluppa lungo una rampa all’interno del diedro la cui parete di sinistra risulta essere appoggiata. La prima parte della via è di facile lettura e lo stile di arrampicata è quello caratteristico dei diedri. Gli ultimi metri richiedono invece di spostarsi sulla sporgenza a destra, sebbene gli spit rimangano sempre sulla parete di sinistra, sulla quale sono ben evidenti gli appigli che permettono di raggiungere la catena. A nostro avviso il passaggio chiave si trova proprio qui dove è necessario spostarsi nuovamente verso sinistra per poter raggiungere la catena. La roccia compatta e la chiodatura buona rendono questa via gradevole.

La rampa/diedro di Fuckini Verdi, 5c.

Fuckoltà 6a+ / 22m

Bella via con singolo nella parte alta della parete. La partenza si svolge su placca molto fessurata e piacevole da arrampicare. Circa a metà lunghezza un tettino ostacola leggermente la visuale e le prese migliori per rimontarlo vanno un po’ ricercate a tatto. Da qui la placca si fa meno fessurata fino a giungere ad un paio di metri sotto il terrazzino dove è posta la catena. Si può scegliere ora se affrontare il passaggio stando poco a destra dello spit (passo probabilmente di un grado in più rispetto al 6a+ proposto e roccia da verificare) oppure spostarsi completamente a sinistra dello spit e puntare ad una fessurina verticale che corre alla destra degli evidenti arbusti. Si rimonta lo zoccolo e si torna sulla verticale della via per poi salire sopra il terrazzino finale.

Parte iniziale di Fuckoltà, 6a+.

Fuckoltativo ? / 30m

Fuckocero 4c / 15m

Facile placca ben appigliata su roccia solida, come il resto della parete. Le difficoltà del tiro sono molto contenute, in accordo con il grado, e la spittatura è ottima. Il tronco di un albero tagliato, difficilmente aggirabile, potrebbe dare un po’ di fastidio in partenza.

Fuckoltoso 5a / 15m

Un “dolce” riscaldamento in preparazione alle vie che si sviluppano alla sua destra. La salita in placca lavorata risulta nel complesso ben appigliata, continua e senza particolari difficoltà in tutta la sua lunghezza. La spittatura, come in tutta la falesia, è molto buona e ravvicinata e la roccia è decisamente solida e compatta.

Fucktotum 6b / 15m

Come il resto delle vie di questa bellissima parete l’arrampicata si svolge prevalentemente su placca appoggiata. Le difficoltà maggiori si trovano all’inizio, giusto i primi metri, dove è necessario lavorare bene d’equilibrio per traversare verso sinistra alla ricerca di prese comode. Da qui in poi si prosegue su rocce più frastagliate con molteplici appigli fino alla placchetta finale. Quest’ultima va affrontata con decisione, traversando leggermente verso destra fino alla lama, ma nel complesso non presenta troppe difficoltà.

Fucks 6c+ / 15m

Rispetto al 6c+ successivo questo probabilmente è mezzo grado in meno. Stile molto simile ma con unico passo più complicato, rispetto al reso della via, solo in uscita in catena. Qui infatti sono presenti solo una serie di microtacche, sia per mani che per piedi, che non offrono un comodo avvicinamento alla rinviata finale.

Fucktory 6c+ / 15m

Bella via in placca con passo finale decisamente aleatorio. Anche la partenza non è banale e rinviare il primo spit non è comodissimo. Si parte su placchetta intervallata da una piccola ma discretamente lunga presa obliqua che corre verso destra. Una volta rimontata, nella parte più alta, ci si inizia a spostare verso sinistra su prese più buone e piedi in placca fino a raggiungere un tratto di roccia meno solida subito al di sotto di una leggera pancia. Superata quest’ultima passando sulla sinistra ci si trova in piedi sopra di essa, di fronte al passo chiave della via: un piccolo buchetto sulla destra aiuta ad alzare i piedi fino ad arrivare alla scomoda lama sulla sinistra. Per la mano destra invece c’è una piccola tacchetta centrale. Si spinge con il sinistro su placca fino a giungere alla presa appena accennata a destra della catena. Passaggio estremamente aleatorio, scivolare nel mentre si spinge è facile, a lungo andare ci si fà l’abitudine.

Martina poco prima del passaggio chiave di Fucktory, 6c+.

Fuck Simile 6c / 25m

Via lunga rispetto allo standard della falesia con passo in uscita veramente lungo. La partenza è quella classica di tutta la fascia rocciosa, aderenza e movimenti delicati. Segue un tratto centrale con appigli più marcati, roccia più frastagliata ed arrampicata più semplice, che traversa per un ampio tratto in obliquo verso sinistra. Da qui alla catena, spostata sulla destra rispetto alla verticale, solo un marcato buco, difficile da raggiungere e difficile da infilarci i piedi per alzarsi. Una volta nel buco anche il passaggio successivo, per raggiungere la scomoda lama sotto la catena, è veramente tosto, con i piedi su placca bianca, liscia e scivolosa. Esclusivamente per gli amanti dell’aderenza.

Dettaglio della difficile placca finale di Fuck Simile, 6c.

S.N. ? / 26m

S.N. ? / 26m

Via del Missile

Il monte Casale gode di molteplici itinerari, di diversa difficoltà, sviluppati in vari periodi alpinistici. Uno di questi, nonchè uno dei più famosi della parete, è la “via del missile”, aperta da Giuliano Stenghel e Alessandro Baldessarini ormai nel lontano 1981. Si tratta di una linea molto logica, mai banale, caratterizzata da diedri, fessure, placche e traversi, il tutto concentrato in sole 9 lunghezze.

La parete con l’evidente sagoma del missile in arancio sulla destra.

L’attacco della via, giunti in prossimità della base del “missile”, non è di facile individuazione perché non è ben segnalato e tutto il primo tiro non ospita alcuna protezione che aiuterebbe quantomeno ad orientare la salita. In linea di massima si sale, verso sinistra, lungo un canale abbastanza erboso fino a dove esso termina. Da qui inizia un traverso, sempre verso sinistra, con i primi passi non semplici e su roccia instabile, per poi proseguire, senza ulteriori difficoltà, fino a raggiungere una comoda cengia. Qui, un ramo di un arbusto, oppone un pò di resistenza nell’essere oltrepassato. Oltre ad esso si trova la sosta, posta su di uno spuntone con cordone viola penzolante. 35 metri, IV+.

Il secondo tiro continua brevemente il traverso iniziato in precedenza fino a sorpassare uno spigolo esposto che invita ad entrare nell’evidente diedro rosso. Qui, visivamente parlando, sembra che tutto sia poco stabile e la prima impressione è quella di prestare attenzione e cercare di non tirare le prese. In realtà la roccia, anche se scaglionata, è stata oramai ripulita dalle numerose ripetizioni e risulta abbastanza solida. Si continua nel diedro oltrepassando un grande e lungo tetto sulla destra e, dopo un passaggio in leggero strapiombo, si sosta sopra un pulpito da dove inizia il traverso del prossimo tiro. 40 metri, V.

La terza lunghezza consiste in un bel traverso verso sinistra prendendo come riferimento per le mani la marcata fessura orizzontale. E’ incredibile, e un po’ triste, constatare il quanto la roccia sia stata logorata e levigata nel corso degli innumerevoli passaggi prima di noi, tanto da dare fastidio e costringere a passare rimanendo il più rannicchiati possibile con il corpo per evitare di scivolare ad ogni passo. Tuttavia questo tiro, anche rispetto all’intera salita, risulta essere ben protetto a chiodi per tutta la sua lunghezza. All’altezza di un chiodo con cordone penzolante ci si abbassa leggermente su piccole tacche e si traversa su di esse ancora qualche metro prima di raggiungere la sosta posizionata poco più in alto. Il passo finale non è di facile lettura, ma una volta capito si giunge in sosta senza problemi. Il tiro nel complesso richiede un certo sforzo fisico e mentale. La sosta, inoltre, è costituita da chiodi vecchi e logorati dal tempo e vanno quindi valutati bene prima di essere congiunti. 25 metri, VI+.

Il caratteristico traverso del terzo tiro, VI+.

Il quarto tiro prosegue lungo la verticale, con passaggio iniziale in placca non facile, per poi rientrare verso destra all’interno di un bellissimo diedro grigio completamente da proteggere. Qui l’arrampicata, nonostante la roccia non dia molta sicurezza di stabilità, risulta invece essere molto divertente. Al termine del diedro si trova la sosta. 45 metri, V+.

Il diedro della quarta lunghezza, V+.

La quinta lunghezza prosegue su diedro poco a destra della sosta. Già alla partenza è possibile identificare dove si troverà il passo chiave: dopo una serie di chiodi un cordone bianco e lungo invita all’azzeramento. Quasi una certezza che l’asperità del tiro si trovi proprio in corrispondenza di questa sequenza di protezioni. Tutto il diedro è infatti notevolmente levigato e l’arrampicata si svolge prevalentemente su tacchette per le mani e appoggi minimali per i piedi. Bisogna sicuaramente capire bene come posizionarsi e muoversi lungo i primi metri, è un gioco di equilibrio e di resistenza e le prese comode arrivano solo dopo aver superato tutte le protezioni iniziali. Da qui in poi le difficoltà tornano ad essere contenute. Sormontato un ultimo masso si esce verso sinistra dove è presente una comoda sosta su 2 chiodi distanziati tra loro. 35 metri, VII- o A0.

Il sesto tiro è veramente meritevole: dalla sosta si puntano una serie di rocce rotte fino a raggiungere una lama staccata. Qui le numerose fessure presenti potrebbero far perdere un po’ la linea ma una bellissima lama grigia, solida, compatta e leggermente strapiombante, non lascia dubbi sulla direzione da prendere. L’arramicata in questo tratto è leggermente fisica ma spettacolare, almeno per gli amanti del dulfer. Il tiro è completamente da proteggere, è presente solo un chiodo all’inizio della lama. Due serie di friends medi rendono il tiro facilmente proteggibile. E’ importante comunque non farsi ipnotizzare dalla possibilità di piazzare materiale ovunque in quanto i 45 metri del tiro richiedono una certa dosatura della ferraglia a disposizione. 45 metri, VI+.

Umberto sul sesto tiro, VI+.

La settima lunghezza risale uno stretto camino, incastrarsi è molto facile. Pari o dispari per decidere lo sfortunato che porterà lo zaino e si parte. Nei primi metri l’unica protezione disponibile è un cordone penzolante attorno ad un masso incastonato. In alternativa portare friends enormi. In generale bisogna cercare di rimane più esterni possibili rispetto al camino usciendone infine sulla destra in prossimità della “testa del missile” che da il nome alla via. Qui c’è la possibilità di una sosta (vivamente consigliata per via dell’attrito della corda in prossimità della sosta successiva). Noi la abbiamo invece lasciata stupidamente alle spalle e abbiamo subito affrontato in verticale la variante del tiro originale che prosegue su placca. Sfruttando una lama che ci corre nel mezzo, si sale con passaggi tecnici in arrampicata sublime fino alla base di un tetto dove è presente uno spit da allungare per bene. Da qui, infatti, parte un traverso delicato, ma su buone prese, in obliquo verso destra fino ad uno spuntone su cui atrezzare la sosta (1 chiodo originale). 45m, VI alla prima sosta. 10m, V+ il secondo tratto.

L’ottavo tiro prosegue in corrispondenza di una fessura atletica sulla sinistra. Al suo termine si traversa verso destra per circa 8 metri puntando ad una zona boschiva fino a trovarsi al cospetto di un albero dove è posta la sosta. 35 metri, V+.

Stefano su uno dei tiri finali.

L’ultima lunghezza non ha nulla di diverso rispetto alle precendi. Si sale l’evidente grossa fessura puntando a 2 chiodi. I passaggi non sono mai di semplice esecuzione e, vista anche la stanchezza accumulata, devono essere sempre ben ragionati. Si oltrepassa un piccolo strapiombo per uscire su placca liscia e non proteggibile. Da qui si traversa delicatamente fino alla grossa fessura risalendola fino al suo culmine per entrare infine nel tratto boschivo in cima alla parete e sostare su pianta. 35 metri, VI.

La salita è una perla di rara bellezza. I pochissimi chiodi presenti la rendono senza ombra di dubbio una via dallo stampo puramente alpinistico. Diedri, fessure, lame, traversi e qualche passo in strampiombo rendono la linea completa di ogni stile di arrampicata. Richiede sicuramente un bel sforzo sia dal punto di vista fisico che mentale, ma una volta in cima ne vale veramente la pena.

Cane Cico

Cima alle Coste, in valle del Sarca, offre numerosi itinerari di diversa lunghezza e difficoltà. L’antiscudo, nello specifico, si presta bene a linee corte per tempo incerto o per le brevi giornate invernali. Cane Cico, che sale più o meno a metà parete, è una di queste. Recensita come S1, e con i gradi relativamente bassi sembra perfetta come plaisir di fine stagione. Ormai a fine novembre e con il termometro che segna -1°C al parcheggio ci avviamo verso l’attacco.

Il primo tiro inizia alla sinistra della targhetta su cui è riportato il nome della via: “In memoria di un cane di nome Cico”. La linea sale la placchetta verticale per pochi metri per poi proseguire lungo una evidente fessura orizzontale che porta a traversare verso destra. Gli spit all’interno dell’ampia fessura sono un po’ distanti tra di loro e la roccia non è ottima per cui è opportuno prestare attenzione. Tuttavia le difficoltà di questo primo tratto sono contenute. Una volta rimontata verticalmente la fessura un passo di equilibrio ci porta al di sopra di una piccola cengia su cui è presente qualche arbusto da aggirare. Traversando verso destra, si giunge alla liscia placca sotto la sosta dove si trova il passaggio chiave del tiro. Trovare l’equilibrio giusto per uscire dalla placca è tutt’altro che semplice. A differenza della parte precedente la roccia qui è molto compatta e solida. 20m, 6a.

Simone sul primo tiro, 6a.

La seconda lunghezza prosegue il traverso verso destra iniziato nel primo tiro. Nonostante sia presente qualche spit qua e là, a sinistra e destra della sosta, la linea da seguire per il primo tratto è abbastanza evidente: si segue il cornicione giallo staccato dalla parete principale fino alla cima del dente per poi rimontarlo. Da qui si prosegue sempre verso destra per ancora un paio di metri fino a trovarsi di fronte ad una placchetta intervallata da qualche ciuffo d’erba. La si sale stando a destra dell’albero (lo si può usare come protezione aggiuntiva) fino a giungere all’attacco di un diedrino obliquo che sale verso destra. Si segue quest’ultimo per tutta la sua interezza fino a scorgere la sosta successiva, posta su di un terrazzino un po’ più a sinistra e sotto l’evidente tettino. Il passo per raggiungerla richiede attenzione. Tiro tutto sommato carino anche se non entusiamante, roccia solida dall’inizio alla fine. 30m, 5b.

Sul dente all’inizio del secondo tiro, 5b.

Il terzo tiro parte qualche metro a sinistra della sosta. Il tetto va sormontato atleticamente su prese non proprio ottime. Giunti sulla placca soprastante iniziano i veri problemi: il tratto di 6a+ è veramente tosto! La placca è completamente liscia e non riusciamo a trovare il modo di salirla in libera. Ci troviamo costretti ad azzerrare. La parte superiore del tiro serpenteggia alla ricerca delle zone più solide. In questo tratto la roccia è infatti di qualità scadente e le protezioni, distanti tra loro, non aiutano psicologicamente. Si sale comunque in leggero obliquo verso sinistra fino ad un terrazzino con pianta dove è presente la sosta. 35m, 6a+?

Martina persa nella giungla della terza lunghezza, 6a+.

L’ultima lunghezza, secondo la relazione, dovrebbe essere la più bella e svolgersi su stupenda placconata verticale. Nella realtà la placca c’è, ed è anche bella da vedere, ma salirla in libera è davvero improbabile. La linea quindi purtroppo passa alla sua destra, nel canale erboso e detritico, togliendo tutta la magia creata dall’aspettativa. Il tiro inizia comunque parecchi metri sotto la placca, in un largo caminetto che costringe dapprima a stare sulla parete di destra e spostarsi sulla sinistra una volta terminata. Da qui si procede su placchetta interrota da crepe fino al terrazzino soprastante dove partono gli ultimi metri della via. Qui la qualità della roccia è decisamente scadente e occorre fare molta attenzione a dove si passa. Le protezioni sono parecchio distanziate (anche 7-8 metri) ed in generale non è possibile integrare, è necessario mantenere i nervi ben saldi e rimanere leggiadri. Il canale che costeggia la placconata è molto detritico ma almeno il bordo di sinistra è compatto e ci si può fare affidamento per le mani. Non capiamo il motivo di così poche protezioni in un tratto così delicato, ma in poco tempo raggiungiamo il terrazzino dove è presente l’ultima sosta. Da qui solo un facile muretto ci separa dall’uscita della via. 40m, 5b.

Il canale erboso dove passa l’ultimo tiro, 5b.

In generale, a nostro personale parere, la via non merita una ripetizione. La linea, anche se a tratti scalabile, è molto forzata e la qualità della roccia, almeno nella parte superiore, non è delle migliori. In ogni caso non lasciatevi trarre in inganno dall’S1 proposto: le protezioni partono numerose per poi diradarsi sempre più. Per concludere anche il grado proposto, a nostro avviso, è un pò stretto.

Diedro Baldessarini

Ci sono giornate in cui ti svegli carico per salire qualche bella via suggestiva ed impegnativa, una di quelle che hanno fatto la storia e invece il tuo partner te ne propone una che solitamente non prenderesti nemmeno in considerazione perchè non la ritieni abbastanza fascinosa per i tuoi gusti e quindi, un po’ ingiustamente, la snobbi. Alla fine accetti la proposta, anche se un po’ di malavoglia, prepari il materiale e parti all’avventura. Una cosa pero’ è certa: le cose inaspettate sono sempre poi in realtà le più belle.

La via in questione, “Diedro Baldessarini”, ha subito notevoli mutamenti nel corso del tempo, con l’apertura di svariate varianti che hanno reso la salita più continua e su roccia più solida, rendendola nel complesso molto più godibile.

Il primo tiro non è comunque dei migliori: sale su rocce frastagliate dove bisogna fare molta attenzione a qualsiasi cosa si tocca ed ogni protezione che si prova a piazzare onestamente risulta abbastanza precaria. Come riferimento si punta verso un cordone bianco situato circa una decina di metri più in alto dove si rinvia. Poco più in alto è presente un altro chiodo che, nonostante le difficoltà siano limitate, ci fa sentire più tranquilli. Si continua verso la base di un alberello dove si attraversa, infine, verso sinistra fino alla sosta su fix. 35m, V-.

Stefano sul primo tiro, V-.

La seconda lunghezza sale verticale dalla sosta precedente oltrepassando un chiodo a pressione e seguendo la progressione di clessidre e chiodi presenti. Qui si arrampica su bella placca compatta, ben protetta e con movimenti davvero meritevoli. Si giunge presto alla base di uno strapiombetto, posto leggermente più a sinistra della verticale, costituito da rocce rotte ma belle solide. Una volta sormontato quest’ultimo si esce in direzione di un piccolo arbusto che, una volta sorpassato, rivela i fix della sosta posta alla base dell’evidente diedro. 20m, VI.

In uscita dalla seconda lunghezza, VI.

Questi primi due tiri sono in realtà una variante della linea originale che saliva poco più a sinistra della nostra sosta su roccia molto precaria.

Il terzo tiro segue il diedro rosso e giallo in tutta la sua interezza. Sale obliquando verso sinistra costringendo ad alcuni classici movimenti in spaccata tra le due facce. Verso la metà è presente un allungo non proprio semplice per arrivare ad una buona presa in alto. Alzare bene i piedi è di fondamentale importanza. Anche l’ultimo passo, prima di uscire dal diedro, ospita qualche difficoltà: con decisione si portano i piedi sulla placconata di sinistra per poi rientrare nel diedro e seguirlo fino al suo termine dove si sosta su di un albero. Il tiro è completamente da proteggere. 25m, VI.

Il diedro rosso della terza lunghezza, VI.

La quarta lunghezza sale verso destra dove un diedro grigio, con al suo interno una appena accennata fessura, obbliga a passaggi atletici su prese non ottime per le mani. Ogni passaggio va attentamente ponderato ed eseguito con decisione. Nemmeno i piedi sono molto buoni ma osservando bene si trova sempre qualche tacchetta qua e la dove poter caricare il peso. Passata la metà del diedro si riesce ad usufruire di una fessura posta sulla destra con mani decisamente più comode rispetto alla precedente. Al di sopra del diedro si continua dritti su rocce rotte uscendo infine su una grande cengia. Qui è necessario fare molta attenzione sia ai massi instabili che al possibile fogliame presente (essendo alla nostra ripetizione autunno inoltrato) che rende la progressione più instabile. Con percorso non obbligato si punta verso destra alla base del grande diedro. 35m, VI+.

Anche quest’ultimo tiro in realtà è un variante della linea originale.

Il quinto tiro sale, almeno per i primi 7 metri, la placchetta con roccia gialla posta a sinistra del diedro. A dire la verità non dà la sensazione di non essere molto solida, ma al nostro passaggio fortunatamente è rimasto tutto al suo posto. Passati i primi tre chiodi sembrano ora esserci 2 varianti: un cordone rosso ancora a sinistra del diedro ed un chiodo all’interno del diedro stesso. Optiamo di proiettarci all’interno dove c’è abbondanza di prese ma la roccia è sempre un po’ da valutare. Saliamo fino all’altezza di un fico dove, sopra di esso, è presente la sosta su 3 chiodi. Ad ogni modo consigliamo di integrare la sosta con il fico in quanto la roccia sotto i chiodi non è delle migliori. 20m, VI.

L’inizio del quinto tiro, VI.

La sesta lunghezza è a nostro parere la più bella di tutta la via. Sale ancora a tratti interna al diedro, questa volta grigio e molto compatto, e a tratti esterna su placca plasmata da gocce stupende. Proprio quest’ultima presenta movimenti molto belli e tutti diversi tra loro con la possibilità di riposare dopo ogni singolo passaggio. L’unica nota negativa è che lo spazio dove poter posizionare protezioni non è molto. Si arriva quindi al di sotto di un tetto che si sale aggirandolo sulla sinistra, con comoda presa al di sopra di esso da spallare di destro per giungere in sosta composta da 1 fix e 2 chiodi. Bellissimo movimento. 25m, VI+.

La sesta lunghezza vista dall’alto, VI+.

Il settimo tiro continua in verticale fino alla base di un tetto dove inizia un bel traverso esposto verso destra su buone prese. A metà del traverso è presente un passo in allungo dove con una spaccata, su piccoli appoggi per i piedi, ci si porta al di fuori delle difficoltà. Passo non banale. Usciti dal traverso si continua a salire su buone prese fino ad uscire dalla via con sosta da attrezzare su albero. 25m, VI.

Stefano sul traverso per uscire dalla via, VI.

La via originale a metà del traverso salirebbe in verticale su rocce rotte. Evitate.

La via nel complesso presenta roccia buona, ottima a tratti, con ormai le parti meno solide ripulite dalle numerose ripetizioni. Non presenta ancora usura nei passaggi chiave. Anche se all’apparenza può sembrare una via che sale prevalentemente in diedro, con arrampicata monotona, presenta invece passaggi in placca, in fessura ed in generale mai banali ne ripetitivi. Le protezioni lungo la via sono presenti in quantità sufficiente ma alcuni tratti necessitano di essere integrati. A nostro avviso una bella via che merita sicuramente di essere ripetuta con entusiasmo.

Lungo il fiume e sull’acqua

La pareti attorno all’abitato di Tessari ospitano sicuramente molte alternative per facili e brevi salite. Non solo la facilità degli itinerari ma gli avvicinamenti ed i rientri altrettanto comodi e di breve durata offrono molte possibilità anche ai più pigri. Queste pareti, negli ultimi anni, sono infatti state prese d’assiedo in tutti i sensi: sia dal punto di vista della frequentazione che dal continuo aumentare di nuove proposte da scalare che colorano la base della parete di scritte rosse ogni 2 metri. La via che andiamo a recensire non è però di recente apertura. In compenso, recentemente, dovrebbe essere stata riattrezzata per quanto riguarda le protezioni e proposta come S1 sulle moderne recensioni cartacee.

Alla base della parete dove sale la via dovrebbe essere presente il nome completo, ma l’unica cosa che si può individuare è un rettangolo bianco. Sopra di esso, come se fosse stata incisa con le unghie, sembra di scorgere qualche riferimento alla scritta “FIUME” ma solamente le ultime 3 lettere si possono cogliere distintamente.

Dalla partenza si riescono a scorgere giusto i primi 2 spit, all’altezza circa di 8/9 metri da terra. Qui ci sale qualche dubbio se siamo sulla linea corretta ma l’immagine con il tracciato della via, che riporta il tettino subito sopra la partenza da aggirare sulla destra, non ci fa esitare più di tanto e partiamo decisi verso questa nuova avventura. Passiamo alla destra di un albero per poi rientrare al di sopra del tetto dove passiamo un paio di spit abbastanza ravvicinati tra loro. Nonostante sopra il tetto la roccia sia della migliore qualità la linea sembra suggerirci di spostarsi verso rocce più frastagliate, costringendoci a lottare tra gli alberelli e le piante presenti. Qui gli spit spariscono completamente e compare solo una timida clessidra che, portandoci ad attraversare il fogliame, ci porta ad una sosta su 2 spit da congiungere. Il grado proposto dalle recensioni è un 4a di 30 metri ma a nostro parere è almeno qualche grado in più, diciamo 5a. Contiamo le protezioni passate, 4 spit e 1 clessidra su 30 metri di tiro ci sembrano pochini per una spittatura dichiarata essere S1. Sebbene le difficoltà siano contenute, è un fattore da tenere quantomeno in considerazione se si affronta il tiro con l’intenzione di farlo provare ad aprire a persone con poca esperienza.

Il primo tiro visto dal basso, 5a.

La seconda lunghezza, dalla sosta, sembra subito cambiare marcia. Si notano subito le protezioni ben ravvicinate segno di un tiro ben protetto. Una bella placca verticale, con dei simpatici movimenti su ottima roccia, ci si sposta inizialmente verso sinistra fino alla base di un appena accennato strapiombetto. Quest’ultimo lo si supera direttamente su buone prese e si continua a salire verticalmente in placca sempre con buoni appigli. Alla fine della placca, sulla destra, si trova la sosta, su di una cengia non molto comoda, composta da 2 spit con cordone e magli rapida. 20 metri, 5b.

Marta impegnata sulla placca della seconda lunghezza, 5b.

Il terzo tiro sale obliquando di molto verso destra per le prossime 2 protezioni, leggermente distanziate tra loro. Superati i 2 alberi sopra di noi si palesa davanti a noi una bellissima placca verticale. Tanto bella quanto sprotetta. Osserviamo bene la parete ma non troviamo nessun chiodo, spit o cordone che ci indica che la direzione da prendere è quella. Girando lo sguardo verso sinistra notiamo invece, quasi per sbaglio tra gli alberi, uno spit e la successiva sosta. Peccato perchè la placca sembrava veramente bella e non troppo difficile. La via ci costringe invece ad entrare in una conca lottando ancora una volta con la vegetazione. Il nostro spirito green placa altri tipi di spiriti. Anche qui la relazione grada questo tiro 3c e 20 metri di lunghezza ma più realisticamente sarà un 4c da 15 metri.

L’alberata uscita dal terzo tiro, 4c.

La quarta e quinta lunghezza, se lunghezze si possono chiamare, offrono poche soddisfazioni: solo una placchetta appoggiata in partenza del quarto tiro. La linea poi si immerge nel boschetto dove passano alcune tracce e un sentiero che punta alla parete di fronte. Spostandosi sulla sinistra, ed entrando tra alcuni alberi, si possono notare anche una scritta in rosso di un’altra via oppure della variante “Pensieri”. 3c , 20m ,2a 20m.

La paretina prima della grande cengia boschiva, 3c.

La parete che si trova di fronte presenta una bellissima roccia lavorata e scavata, molto ben appigliata e rugosa, che offre passaggi facili ma comunque divertenti. La prima protezione anche qui si trova all’incirca a 10 metri di altezza, quella dopo ad altri 7 metri e l’ultima ancora a 7 metri dalla precedente. All’uscita della via è presente uno spit con anello. Il grado corretto per questo tiro si aggira attorno al 5a, anche se la guida lo da come 3a. 30 metri.

In uscita dalla via con la bella roccia dell’ultimo tratto, 3a.

La via nel complesso è carina, senza troppe pretese. Qualche scelta di percorso è certamente opinabile ma di certo non capiamo come possa essere stata recensita come S1 come proteggibilità ed avere cosi tanti errori di valutazione per quanto riguarda le difficoltà. Soprattutto per vie così facili un maggiore riguardo nel compilare le recensioni è d’obbligo. Persone che si avvicinano per la prima volta a queste discipline, ingolosite dalla facilità della via e dalle protezioni ravvicinate, potrebbero infatti trovarsi in situazioni spiacevoli lungo la salita. In generale non ne consigliamo la ripetizione se non agli amanti dell’avventura.

Balla sui buchi

La parete del Salto del Faraone è ben visibile anche dall’autostrada nella zona di Tessari e ciò che la contraddistingue è il grande tetto che attraversa tutta la parete. La via Balla sui Buchi sale sormontando il tetto nella parte più meridionale. La scritta in rosso B.s.B sancisce la partenza. Sotto il grande tetto una grande cengia fa da comodo piano per la preparazione del materiale per la salita.

Il primo tiro sale verticale per i primi due spit spostandosi poi verso destra puntando a due alberi. Da qui è ben visibile il prossimo spit che ci obbliga a passare proprio in mezzo agli arbusti per poi continuare in verticale ancora un paio di metri. Non si può non far caso alla stranezza della roccia in questo tratto: sembra quasi come se un operaio, che stava lavorando sul tetto, abbia distrattamente fatto cadere un paio di secchi di cemento armato sparso un po’ qua e un po’ là. Molto particolare. Dal prossimo spit iniza un lungo ma molto facile ed appoggiato traverso verso sinistra che porta fino alla comoda sosta su una cengia con alberello dove sono presenti 2 fix ed un anello. 35m, 6a.

La particolare roccia della prima lunghezza, con passaggio tra i 2 alberi, 6a.

Dalla sosta si sormonta l’alberello presente e si prosegue in verticale dove, poco dopo, si trova forse il passaggio chiave della via: dopo il primo spit si nota una clessidra con cordone rosso, eventualmente per azzerare il passaggio. Qui, rispetto al resto della salita, le mani non trovano grossi buchi, giusto qualche tacchetta. Spostandosi bene con i piedi e utilizzando dei piccoli appigli si vince senza troppa difficoltà la verticalità del passaggio che ci porta sotto il prossimo spit dal quale si sale verso sinistra per uscire su una paretina più appoggiata. Qui la roccia cambia nuovamente con piccoli buchi scavati dall’acqua, l’arrampicata è di equilibrio con dei bei spostamenti su queste belle gocce. Si prosegue salendo verso destra alla base di un diedro dove si trova la sosta attrezzata con 2 fix e con anello. 20m, 6a.

Stefano dopo il passaggio chiave della via, 6a.

Il terzo tiro a nostro parere merita l’intera salita della via: un diedro verticale di circa 15 metri con passaggi delicati ma su ottime prese e nel quale, dopo ogni movimento, si trova sempre la possibilità di riposare mettendosi nella posizione corretta. Già osservando il primo di cordata ci si rende conto dell’eleganza e del divertimento della lunghezza, non si vede l’ora di partire. Alla fine del diedro si esce verso sinistra entrando in una parte boschiva. Dopo un paio di metri si traversa verso destra fino alla sosta alla base di una parete di massi appoggiati dove sono presenti 2 fix ed 1 anello per la sosta. 20m, 6a.

Il lavorato diedro del terzo tiro, 6a.

Subito in partenza alla quarta lunghezza si obliqua verso destra puntando la roccia più solida e compatta dove alcuni fix ci indicano la retta via. Continuando ad attraversare verso destra oltrepassando alcuni spigoli. Alla fine si sale in verticale al termine di essi e si esce su di un un’altra zona boschiva dove si prosegue fino alla base di una parete compatta. Qui ci sono i 2
fix e l’anello di sosta. 45m, 4c.

Il traverso iniziale della quarta lunghezza, 4c.

Da qui in poi la roccia cambia nuovamente. In realtà già dagli ultimi passaggi del tiro precedente la roccia rotta lasciava spazio ad una più compatta, grigia e a buchi con una rugosità che a guardarla ricorda un mix tra la pelle di drago e la cresta di certi camaleonti. Vista dall’alto dona un’impatto incredibile di rigagnoli che si presentano molto taglienti e per questo è necessario prestare attenzione. Si sale in verticale lungo tutta la parete con chiodatura notevolmente lunga (circa uno ogni 7 metri) ma con numerosissime opportunità di integrazione. Tutti i passaggi sono comunque di facile esecuzione e l’arrampicata risulta essere divertente su roccia ottima. La sosta si trova alla base del prossimo muro su comoda cengia. Purtroppo fix e anello sono posti un pò in alto e una persona piccola potrebbe faticare ad attrezzare. 35m, 4a.

I rigagnoli del quinto tiro, 4a.

Nell’ultimo tiro l’arrampicata non cambia e la roccia rimane la stessa del tiro precedente. Su ottime prese per mani e piedi si segue un susseguirsi di clessidre fino all’uscita della via dove è presente uno spit con anello. Noi consigliamo di rinviare ed attrezzare l’ultima sosta poco sopra, su di un albero, appena entrati nel bosco. 25m, 4a.

La salita è breve e ogni tiro corre via velocemente. La particolarità della roccia, l’arrampicata sempre divertente e la varietà dei movimenti la rendono, a nostro parere, una ripetizione valida e di interesse.

Via Spit o Cipriani – Soglio Sandri/Menti

Il soglio Sandri-Menti è il torrione più a sinistra del Gruppo del Fumante ed ospita alcune vie brevi ma molto interessanti. Per raggiungerlo è necessario attraversare completamente il piazzale SUCAI caratterizzato da rimasugli di frane di scivolamento e pendenti sassare alquanto instabili. Per accederci consigliamo di rimanere un centinaio di metri più bassi della Guglia GEI e traversare il piazzale all’altezza degli ultimi mughi. Abbiamo provato ad attraversare più in alto ma lo abbiamo reputato troppo pericoloso.

Il primo tiro parte subito a destra di due evidenti golfari con lettera “C” disegnata a parete. Risale per un primo tratto l’evidente canalino con rocce precarie fino a raggiungere un ampio terrazzino. Qui è visibile il primo spit, abbastanza vecchio, poco più in alto. Stando sulla sinistra si rimontano le rocce incastrate fino ad arrivare sotto ad un’evidente lama. Il passaggio per superarla è molto fisico. Ci si trova quindi di fronte ad una placchetta solida dove sono visibili altri 3 spit. Al termine di quest’ultima è presente una cengia dove, pochi metri a sinistra, è presente la comoda sosta. 25m, V.

Simone sul primo tiro, V.

La seconda lunghezza è la più interessante: con arrampicata continua ed entusiasmante, su roccia solidissima, si prosegue verticalmente sulla placca fronte alla sosta. Il tiro è davvero ben protetto (forse troppo) da un’infinita serie di vecchi spit e cordoni su clessidre ed è, in pochi punti, ulteriormente proteggibile. E’ quindi possibile azzerare a piacimento anche se farlo in libera è assolutamente appagante. La sosta si trova su un terrazzino leggermente più stretto del precedente. 25m, V+.

La placca compatta della seconda lunghezza, V+.

Il terzo tiro sale a destra su roccette appoggiate, ed intervallate da alcune zone erbose, fino ad un cordone. Da qui è visibile il cordone successivo posto sulla sinistra. Raggiunto quest’ultimo si prosegue verticalmente fino ad incontrare una sosta intermedia. Ignorarla e proseguire verticalmente fino a raggiungere un terrazzino. Un muretto facile porta in breve tempo alla sosta aerea. 25m, IV+.

Martina al termine del terzo tiro, IV+.

L’ultima lunghezza prosegue nel facile canale. A metà si incontra un cordone su chiodo. Terminato il canale si trova la sosta per la calata. La vetta, e la conclusione della via del tiro, è invece posta poco più in alto a destra. L’ultimo muretto da affrontare lo si passa atleticamente ed è ben protetto con uno spit nuovo. Qui sono presenti 2 golfari su cui attrezzare la sosta. 25m, IV.

Simone all’inizio del canale dell’ultima lunghezza, IV.

La discesa si svolge lungo la via. Dalla sosta sul masso sono sufficienti 2 calate da 45 metri per raggiungere la base della parete ma volendo è possibile rimanere più conservativi e sfruttare più soste. Sebbene corta la via è molto appagante su roccia sempre solida. Il panorama dalla vetta è discreto e spazia dalla Vallarsa, alle Valli del Pasubio fino alla piana di Campogrosso. Nelle giornate di bel tempo è possibile vedere anche la conca della Vallagarina dove sorge Rovereto.

Via del Buco – Piccolo Lagazuoi

La “Via del Buco” è una classica del Piccolo Lagazuoi, molto frequentata per via della sue difficoltà mai elevate e per la roccia quasi sempre ottima. Nel tempo sono state aperte due varianti, una bassa, che prende il nome di “Cuore T’oro”, ed un uscita alta che evita i canalini detritici degli ultimi tiri, ma spesso bagnata e su difficoltà maggiori (V+). Di seguito si descrive il percorso originale.

Dal passo del Falzarego si prende il sentiero dei Kaiserjäger fino sotto alle prime trincee. Si sale quindi i ghiaioni puntando la base della parete. L’attacco della via si trova poco più a destra della verticale dell’evidente buco che da il nome alla via, in prossimità di un diedro che sale obliquo verso destra.

Il primo tiro risale il diedro nella sua interezza su roccia molto solida ed appigliata. Lungo la lunghezza è presente un unico chiodo, poco visibile, ma in generale è sempre ben proteggibile. La sosta si trova poco sotto, sulla sinistra, il termine del diedro, prima di rimontare il terrazzino caratterizzato da evidente spuntone. 35m, III+.

Martina al termine del primo tiro, III+.

La seconda lunghezza obliqua leggermente verso sinistra su bella placca lavorata. Giunti ad un piccolo terrazzino si prosegue verticalmente su roccia solida fino a giungere alla sosta posta prima della cengia da cui parte l’evidente diedro del tiro successivo. 35m, IV.

Simone sulla partenza della seconda lunghezza, IV.

Il terzo tiro risale i pochi metri che separano la sosta alla cengia soprastante puntando il fessurone che sale verso destra. Si arrampica su bella placca la parete destra della fessura fino sotto ad un piccolo strapiombo. Si evita quest’ultimo traversando di poco verso sinistra finche si giunge sotto la sua parte più debole. Da qui è visibile la prossima sosta. Con passo atletico si vincono le difficoltà e si giunge al terrazzino di sosta. Il passo per uscire dallo strapiombo non è banale e probabilmente è qualcosa di più del IV gradato su molte relazioni. 30m, IV/IV+.

Simone sul passo chiave del terzo tiro, IV+.

La quarta lunghezza prosegue lungo la fessura. All’altezza del secondo anellino cementato si esce verso sinistra e si continua poi verticalmente su placca per alcuni metri. Appena possibile si rientra nella fessura ed in poco tempo si raggiunge la sosta. 30m, IV+.

L’uscita della quarta lunghezza, IV+.

Il quinto tiro si svolge ancora nella fessura che da un pò accompagna la nostra arrampicata. Si supera il primo tratto rimanendo sulla destra di essa (la fessura in questo tratto è solitamente bagnata). Si arrampica quindi tutta la placca fino quasi al termine. Da qui è possibile rientrare nella parte finale della fessura con semplice arrampicata, oppure proseguire in placca con passaggio più difficile (V). La sosta si trova a metà tra l’uscita della fessura e l’evidente cengia erbosa soprastante. 35m, IV/V.

L’inizio della placca del quinto tiro, IV/V.

La sesta lunghezza continua verticalmente su facili roccette sempre molto solide fino alla cengia erbosa. Da qui sempre diritti stando leggermente a sinistra per evitare le zone più erbose e sassose. Giunti in prossimità della parete verticale si sterza bruscamente verso destra fino al di sotto di una grottina con roccia gialla e alla base le clessidre di sosta. 30m, III+.

Le cenge erbose della sesta lunghezza, III+.

Il settimo tiro sale il canale che obliqua verso sinistra su rocce rotte e poco compatte, posto subito a sinistra della sosta (evitare di entrare nel largo canale posto ancora più a sinistra). Al termine del canale si trovano 2 vecchi chiodi per la sosta. Ignorare questi ultimi e proseguire puntando la placchetta in ferro. Lavorando in opposizione si supera questo divertente passo e si giunge alla sosta. E’ possibile sostare indistintamente sulle clessidre sotto il tetto oppure, più a destra, su spit e chiodo (da attrezzare). 35m, IV.

Simone sul canale del settimo tiro, IV.

L’ottava lunghezza obliqua inizialmente verso destra fino all’attacco di una rampa erbosa che sale verso sinistra. Si arrampica su erba e terrazzini terrosi seguendo la rampa fino alla sosta che si trova dentro una grottina (1 spit). Questo è il tiro meno entusiasmante della via. 30m, II.

Alla fine del traverso verso destra, II.

L’ultimo tiro conclude la rampetta, questa volta però la roccia torna ad essere protagonista. Dopo un primo tratto terroso si risalgono le ultime roccette solide che ci separano dall’uscita della via. La sosta è posta sulla sinistra su spit e comodo spuntone. 30m, III.

Martina sull’ultimo tratto della via, III.

Dall’uscita della via ci si trova sul sentiero dei Kaiserjäger, di notevole interesse storico, che è possibile percorrere in salita fino al rifugio Lagazuoi, oppure in discesa per tornare al passo Falzarego. Entrambe le soluzioni percorrono un tratto di semplice ferrata. Proprio per la facilità di quest’ultima il sentiero è molto battuto ed è facile dover aspettare per attraversare i tratti attrezzati. Nel complesso la via è molto bella ed appagante. La roccia è ottima per i primi sei tiri e un pò meno bella negli ultimi tre ma mai pericolosa.