Minuetto a Ceniga

Il primo tiro parte subito con un passaggio duro, giusto perchè riscaldarsi è ormai una cosa troppo mainstream, bisogna essere un po’ alternativi. Risale verticalmente la placca per alcuni metri per poi iniziare ad obliquerare verso destra, su roccia sempre più facile ma delicata, fino a raggiungere la comoda sosta. (6a)

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La seconda lunghezza non presenta particolari difficoltà, si sale leggermente verso destra fino al livello degli arbusti soprastanti, dove si inizia a traversare verso sinistra e passando indifferentemente sopra o sotto l’arbusto situato al centro della parete (il rinvio è stato posto esattamente alla sua sinistra, passando sopra lo si evita ma si evita anche strani giri di corde su difficoltà tutto sommato contenute). La sosta è sulla cengia subito sopra. (5b)

Il terzo tiro è breve ma veramente intenso. Sono si e no 15 metri di pura fisicità su svasi e grandi sassi incastrati che, ad essere sinceri, non danno la sensazione di totale stabilità. Si parte scollinando verso sinistra per risalire poi di alcuni metri in verticale. Da qui la difficoltà maggiore è trovare un modo “semplice” per ritornare verso destra. Il traverso è delicato, su piccole tacche, molto di equilibrio. Le grandi prese tenute fino ad ora non ci sono più e la piccola pancia da oltrepassare sposta il baricentro verso l’esterno. Solo all’estrema destra, vicino alla sosta c’è una comoda lama per rimontare il terrazzino e tirare un respiro di sollievo. (6a+)

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Umberto sul passaggio chiave del terzo tiro (6a+)

Il quarto tiro consente di scaricare un po la tensione accumulata precedentemente per prepararsi alla parte centrale della via, decisamente atletica e continua. Si sale dritti, leggermente verso destra per riportarsi poi verso sinistra sino ad una pianta con cordone. Qui la quida segnala una sosta su pianta, ma 15 metri più in alto ne è presente un’altra meglio attrezzata e facilmente raggiungibile. (5a)

La quinta lunghezza rimonta il bel diedro che parte a destra della sosta. Tutto il diedro è ottimamente appigliato su roccia molto solida, richiede solamente un po’ di atleticità. Al termine parte una bellissima placca a goccie che obliqua verso sinistra, al termine della quale è presente la sosta. (6a+)

Il sesto tiro è uno dei più belli della via. Si rimonta il diedro soprastante con partenza non banale fino a raggiungere il bordo verso sinistra dove ci attende un traverso verso su placca liscia, totalmente di equilibrio. (6b/6b+)

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Sul passaggio chiave del sesto tiro (6b+)

Anche il settimo tiro è degno di nota. Spettacolare è il senso di instabilità che ci accompagna per tutto il tratto. Si costeggia il tetto fino al suo termine, dove lo si rimonta nel tratto in cui è più debole, con passaggi decisi, di forza, su prese ben scavate. (6b)

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Al termine della settima lunghezza (6b)

L’ottava lunghezza rimonta inizialmente una delicata fessura, per poi sgradare su placca ben appigliata (6a+)

Gli ultimi tiri non presentano particolari difficoltà, se non quella di aggirare la vegetazione varia che anticipa il raggiungimento della vetta. (max. 5a)

Fiaba nel bosco

Bell’itinerario sportivo che si snoda alla sinistra del sentiero dell’Anglone su roccia molto solida per i primi 7 tiri, e un po’ meno per i rimanenti 3. Il tratto boschivo di circa 70 metri nell’intermezzo ostacola decisamente la continuità della via, ma non la sua bellezza.

Il primo tiro è abbastanza breve ma parte deciso, su fessura fisica e leggermente strapiombante. Il leggero bombè a metà lunghezza richiede una certa altezza per raggiungere il comodo rovescio soprastante. Da qui, tramite un altro passo lungo e con le ginocchia alla gola, si rimonta la pancia e si raggiunge, in breve e su placca appoggiata, la sosta. Personalmente mi sono sentito davvero goffo a superare questo passaggio, c’è molto da lavorare sulla flessibilità in generale. (5c)

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La fessura del primo tiro.

Il secondo tiro presenta un arrampicata in placca su ottime prese e senza difficoltà particolari, arricchito comunque da un simpatico passaggio di quinto. Dalla sosta precedente si rimonta il muretto sulla sinistra, con un occhio di riguardo ai sassi incastrati, e si prosegue poi verticalmente fino alla sosta soprastante. (5c)

La terza lunghezza sale uno spettacolare diedro che obliqua verso destra, su buone prese per le mani e i piedi in aderenza sulla roccia. La difficoltà è continua lungo tutto il tiro e la chiodatura ravvicinata. Nonostante sulla parete siano presenti palesi tentativi di superare le asperità in maniera alternativa, a nostro parere qui azzerare è illegale, è un tiro che non può che essere scalato e, conseguentemente, goduto. (6a)

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Partenza del terzo tiro

La quarta lunghezza sale dapprima un muretto verticale, per poi effettuare una lunga traversata verso sinistra. La fine del muretto ospita un po’ di vegetazione e soprattutto molto terriccio che ci accompagna per tutto il traverso. Qui, ad osservare le nostre incredibili gesta, abbiamo incontrato anche un serpentello che si è subito dileguato tra le radici di piccoli arbusti. (5c)

Il quinto tiro semplicemente collega il tiro precedente a quello successivo. L’arrampicata è in placca, su rampa decisamente appoggiata e le difficoltà sono basse. (4c)

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Il sesto tiro si risolve nei primi 6 metri di un profondo camino. La guida questo passaggio lo da come 6a, altre relazioni lo mettono come 6b, spesso da azzerare. Noi sinceramente non abbiamo trovato alcuna difficoltà in questo tratto e non ci sentiamo di gradarlo più di un 5c/6a. Effettivamente sembrano esserci 2 diversi modi per affrontare il camino, cosa che potrebbe giustificare le diverse gradazioni. Il primo, più diretto, partendo alla base di esso e spalmando il corpo su entrambe le pareti, sembra in realtà poco logico. Il secondo, invece, suggerisce di rimanere con tutto il corpo sulla parete di destra e spaccare sulla parete di sinistra solamente a metà camino. Dopo una rapida lettura e consultazione abbiamo optato per questa seconda soluzione rivelatasi poi molto naturale. La parte superiore del tiro non presenta ulteriori ostaticoli e si giunge rapidamente in sosta. (5c?/6a?/6b?)

La settima lunghezza sale, con arrampicata non troppo entusiasmante, a zigzag attraverso placche e muretti evitando la vegetazione alla base del ripido boschetto soprastante, intermezzo della via. Vista la folta vegetazione e la ripidità contenuta del tratto boschivo, la soluzione adottata è stata quella di affrontarlo in conserva. (5c)

L’ottavo tiro si inerpica tra placche e diedrini obliquando di qua e di la fino alla sosta. Le difficoltà sono sempre contenute. (5b)

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Sulla sosta dell’ottavo tiro

La nona lunghezza è una delle più interessanti di tutta la via. La progressione è prevalentemente su roccia gialla compatta e la difficoltà è pressochè continua. Nella parte alta del tiro, in uscita alla carena, ci sono un po’ di massi instabili (fare attenzione!) Qui la chiodatura è molto distante rispetto agli standard dei tiri precedenti, ma è comunque integrabile con qualche friend medio/piccolo. Il tiro è da fare tutto di un fiato, non molla neanche un po’ per riposare, 30 metri di grande soddisfazione. (6a)

Il decimo tiro è veramente tanto forzato, si addentra in un camino molto friabile per uscire dalla parete nel bosco soprastante. Con un po’ di accorgimenti probabilmente sarebbe possibile tracciare un’uscita alternativa continuando sulla verticale del tiro precedente, peccato. Solo i 5 metri dell’ultimo muretto giustificano questa scelta, per il resto, l’unico tiro anonimo dell’intera via. (3a, 5b)

Nel complesso la via presenta un’ arrampicata gradevole, senza troppe difficoltà, con chiodatura ravvicinata e soste veramente ben attrezzate. Una via plaisir che sovrasta il centro sportivo di Dro.

Ego Trip

Giornata grandiosa sulla fantastica parete di Mandrea. Star indiscussa la via Ego Trip, 300 metri adrenalinici di arrampicata mai banale, tra placche compattissime e qualche breve tratto strapiombante. Stupende sono le due lunghezze di 6b+ intermedie ed il penultimo tiro della via con panorama di tutto rispetto.

Il primo tiro si articola su un lieve traverso in aderenza da sinistra verso destra, su roccia ottima e senza troppe difficoltà tecniche sino a raggiungere i 2 spit della sosta. (5b).

La seconda lunghezza segue la falsa riga della precedente, con arrampicata divertente in aderenza su gocce. (5b).

Il terzo tiro richiede decisione e rapidità di movimento, essendo il più “fisico” di tutta la via. Arrivati sotto il tetto si riposa quanto basta per affrontare l’asperità e con passi atletici lo si rimonta. Le prese sono comunque buone e lo sforzo è abbastanza contenuto. La parte superiore del tiro procede tranquilla fino alla sosta. Il tetto è scalabile anche in A0 senza difficoltà. (6a+ oppure A0).

La quarta lunghezza rimonta un muretto grigio verticale molto aderente dove lo spostamento di equilibri fa la differenza tra le imprecazioni e la chiusura in scioltezza. (6a).

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Spoiler: Umberto all’uscita della via.

La quinta lunghezza parte facile su placca tanto appoggiata quanto anonima per poi terminare con 6 metri di muretto grigio abbastanza difficile da decifrare. Alla sua base l’impressione che si ha è che la linea più logica da seguire sia proseguire stando quanto più a destra possibile fino a quasi la sua sommità, per poi traversare a sinistra e rimontarlo. In realtà il traverso da destra a sinistra è tutt’altro che semplice e richiede molta resistenza e precisione nei movimenti. La soluzione migliore è quella di procedere dritti per dritti tralasciando la crepa sulla destra. In questo caso l’arrampicata è più lineare ed elegante e consente l’uscita dalla difficoltà con meno passaggi e più energie (6b oppure A0).

Il sesto tiro è secondo noi il tiro chiave della via, nonostante molte relazioni attribuiscono tale etichetta alla lunghezza successiva. La costanza nella difficoltà e l’asperità del singolo di 6b+ rendono il tiro veramente bello e divertente. Data la vicinanza delle protezioni si può decidere di salire in artificiale in caso di non riuscita in libera. Il traverso ad inizio lunghezza vale tutto il giro, è bastardo e non ti regala nulla, se non la soddisfazione di averlo superato. Da qui alla sosta ci sono altri 15 metri comodi di arrampicata su bellissimo muretto strapiombante che concede a chi li cerca, tutti i resting necessari per recuperare le energie tra un passaggio boulderoso e l’altro. (6b+ oppure A0).

La settima lunghezza ricalca le orme della precedente, arrampicata sempre di attenzione e di ricerca del migliore equilibrio possibile per non spendere troppe energie e non sentirsi sempre in tiro. Rispetto al sesto tiro le difficoltà sono leggermente inferiori se si riesce a leggere bene i passaggi chiave, per tutti gli altri è comunque (non) arrampicabile in A0. (6b/6b+ oppure A0).

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Simone superata l’asperità del 7° tiro.

L’ottava lunghezza è un zigzag tra un albero e l’altro, tra zone erbose e rocciose. La difficoltà più grande è recuperare le mezze corde una volta giunti alla sosta. (5c/6a).

Le meraviglie del nono tiro sono indescrivibili. Meravigliosa è la roccia, meravigliosi sono i buchi erosi dall’acqua, meravigliosa è la linea, meravigliosa è l’esposizione e meraviglioso è il panorama. E’ un tiro indescrivibile, assolutamente da goderselo in intimità. (6a).

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Simone sul 9° tiro.

L’ultima lunghezza è lì solo perché calarsi dalla via risulterebbe difficoltoso. Non avvalora la via in sè, ma l’ideale di raggiungere la vetta. (5b).

La via nel complesso è molto divertente e vale la pena salirla almeno una volta, soprattutto per coloro a cui piacciono le soste volanti. Il sesto, il settimo ed il nono tiro sono quello che ogni arrampicatore cerca.

Porci con le ali

Oggi prima esperienza in cordata con Umberto. Al momento di scegliere la via eravamo molto indecisi sulle mille opportunità che la valle del Sarca offre, ma un pò per le difficoltà abbastanza contenute, la lunghezza e sopratutto per il nome, decidiamo per “Porci con le ali” sulla parete di San Paolo. Ci troviamo alle 8:45 a Trento, così da essere in parete verso le 10:00-10:30. La mattinata è molto fredda, bruma ovunque e una fatica bestia a sbrinare i vetri delle auto, ma si parte comunque, porci ma tosti. Arrivati alla base della parete della lunghissima parete di San Paolo, ci mettiamo un pò a trovare l’attacco della via, nascosto in fondo ad un canalone non troppo visibile dal sentiero che costeggia la parete. Il sole, finalmente, fa capolino, e ad attenderci un monito d’avvertimento:

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Un avvertimento: La roccia sarà friabile sul primo tratto

 

La via ha due partenze distinte. La prima, quella originale, segue una facile rampa arborea di IV grado. La seconda, decisamente più impegnativa e appagante, sale diritta su roccia rossa non sempre solida per due tiri fino a collegarsi con l’originale, con difficoltà rispettivamente di 6b e 6a. Decidiamo di optare per quest’ultima soluzione per rendere la salita più interessante.

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Simone sul tratto di 6b del primo tiro

Il prmo tiro parte subito tosto su roccia friabile e leggermente strapiombante nel tratto iniziale, per poi uscire da un dietro su facile e gradonato traverso verso destra, poco protetto. Il sole ha appena accarezzato la parete dopo una fredda nottata, e la roccia è gelida. I polpastrelli, già poco sensibili dalle basse temperture invernali, perdono ancora più senibilità a contatto con la parete, e questo decisamente non aiuta visto che le prese su questo tratto non sono belle scavate, ma appena accennate. Parto convinto, con l’idea di raggiungere il sole e il caldo qualche metro più in alto, e molto prudentemente appoggio il peso su gli appigli che a tastoni sembrano più solidi, ma nessuno di essi mi da realmente una sensazione di sicurezza, ed ogni tanto quanlche sasso vola di sotto. La partenza è molto particolare, sormonto un sasso alla base e rinvio. Salgo sulla destra per poi traversare atleticamente verso sinistra su minuti appigli e sormontare la prima difficoltà. Qui si può subito recuperare le prime fatiche con un buon resting prima di ripartire su un marcato diedro abbastanza appigliato. In poco tempo sormonto anche quest’ultimo e una serie di gradoni mi accompagna al primo punto di sosta. (6b, 4a)

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Umberto sul secondo tiro

Il secondo tiro è un traverso obliquo sotto un tetto. Qui la roccia diventa più solida e compatta e il sole crea una temperatura più ideale con cui scalare. Sormontati i due gradoni iniziali si traversa verso destra fino ad uno spit posto sotto una visibile clessidra. Qui la linea suggerisce un approccio diretto all’uscita a lato del tetto, ma gli appigli scarseggiano e le difficoltà aumentano decisamente. Le tracce di magnesio di precendenti cordate mostrano la corretta via. si traversa obliquamente a sinistra su comodi appigli fino alla base del del tetto. Da qui si traversa verso destra per raggiungere l’uscita. Fondamentale in questo tratto è la lettura della via più facile senza farsi condizionare da quella più corta. Fantastico esempio di cosa significhi leggere la parete. La via prosegue con un traverso esposto su placca grigia con i piedi in aderenza. Particolarità di questo traverso è il suo sviluppo leggermente indirizzato verso il basso, fino alla seconda sosta. (6a, 5c il traverso).

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Umberto in uscita del terzo tiro

Il terzo tiro è un lungo e facile traverso verso destra su una cengia che parte larga e friabile, per finire stretta e solida. (5a)

Il quarto tiro è decisamente il più bello. Si traversa sotto un pronunciato tetto verso destra, fino a sormontarlo dove l’ampiezza è minore. Il traverso sotto il tetto è su placca appena appoggiata, non banale, con chiodatura abbastanza lunga. Durante l’intero traverso il corpo è appiccicato alla roccia per evitare di perdere aderenza con le scarpette. Gli appigli per le mani ci sono e sono scavati il giusto per tenersi in equilibrio. Il lavoro maggiore qui lo fa la testa che è alla continua ricerca di un equilibrio, interiore ed esteriore. Superato il lungo traverso ci aspetta da salire il tetto. Appena alzo lo sguardo non vedo che roccia, il tetto è così vicino e sporgente che ne vedo malapena lo sbalzo. Allungo un braccio alla volta e tasto alla cieca la roccia soprastante. E’ tutta incredibilmente appigliata, e la difficoltà principale sta nel trovare la crepa migliore alla quale affidarsi. Con un passo atletico e un leggero spostamento ancora verso destra sormonto il tetto e respiro. la sosta è una decina scarsa di metri più in alto, ma le difficoltà sono passate. (6a)

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Umberto sul quinto tiro

La quinta lunghezza è un ammasso verticale di blocchi incastonati l’uno con l’altro, tutti in equilibrio precario. Nonostante le difficoltà siano contenute, è il tratto più pericoloso della via e va affrontato con estrema cautela. Ogni appoggio deve essere attentamente controllato e ogni carico ponderato. Superato questo muretto verticale zigzagando da sinistra a destra e da destra a sinistra per arrampicare sulla roccia più solida possibile si giunge sotto un piccolo tetto dove dovrebbe esserci una sosta. (5b)

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Simone sull’ultima lunghezza

La sesta e ultima fatica della via è su placca stupenda e super compatta. Il tetto non è troppo alto ed è veramente ben appigliato anche se i piedi oscillano nel vuoto. Per superarlo è necessario un atletico balzo. Superato questo, 10 metri di facile placca conducono rapidamente e senza troppe difficoltà alla fine della via. (5c, 5b)

In complesso la salita è stata appagante, con dei bei spunti di arrampicata, su roccia molto varia, dalle frastagliate ed instabili rocce rosse ai placconi solidi e aderenti grigi. Anche le tecniche variano molto su questa via, si passa dalla verticalità all’orizzontalità con i traversi, dai movimenti esplosivi dei tetti, alla delicatezza della placca.

“I porci c’erano, le ali per fortuna non sono servite”.

La Cengia rossa

Dopo un lungo periodo di pausa dovuto al tempo non proprio clemente, finalmente venerdì sera ci siamo trovati per decidere l’itinerario della domenica. Tra i tanti nomi papabili è spiccato su tutti “La cengia rossa” sulla parete di San Paolo ai piedi del monte Colt, una via di 7 lunghezze tra il 5a e il 6a. La domenica il ritrovo è alle 13:15 pronti per il breve viaggio fino ad Arco che è durato 45 minuti, tranquillo e senza traffico eccessivo. Il sole ci ha accompagnati lungo tutto il tragitto di andata, stimolando le nostre aspettative di una bella giornata. Arrivati a destinazione parcheggiamo appena dopo del sentiero che sale zigzagando verso la falesia di San Paolo, e ci incamminiamo verso l’inizio della via. Purtroppo il sole ci sta già abbandonando in quanto la parete è completamente esposta ad ovest, ma non ci facciamo scoraggiare, caschetto, imbrago, moschettoni, fetucce e si parte.

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La via parte senza troppe pretese su gradini per 20 metri circa su roccia solida e aderente, per prendere un pò di confidenza con la via. La monotonia della scaletta viene interrotta a fine tiro da un pilastrino che esce prepotente dalla parete. La logica della via suggerisce il modo migliore per superarlo: rimontarlo centralmente per poi traversare verso destra per raggiungere l’anello di sosta. Per guadagnare quota al fine di raggiungere il comodo svaso posto in alto a destra del blocco, su un lato del pilastro, nascosta, c’è una buona lama per la mano sinistra. Qui il lavoro di spalla è esseziale, si alzano i piedi, si blocca e ci si allunga con la mano destra. Una volta giunti a prese più comode, un elegante traverso ci accompagna fino alla sosta. (4c, passo di 6a)

Il secondo tiro segue un bellissimo e logico diedro giallo per 20 metri, tutto ben scavato e appigliato. La progressione è facilitata dal fatto che la faccia sinistra è completamente a scalini, soprattutto nella parte superiore. La parte inferiore, invece, offre gradevoli oppsizioni tra i due lati del diedro. Un esposto traverso verso sinistra porta infine all’anello di sosta. (5b)

Il terzo tiro è il più impegnativo sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. E’ principalmente composto da 3 diverse difficoltà, la prima è il superamento di un tettino gradato 6a, lungo il quale le comode fessure incontrate fino a questo punto sulla salita, lasciano spazio a piccoli e minuti solchi da lavorare in aderenza. Su molte guide questo tratto è segnalato come A0, in quanto per non scervellarsi e consumare troppe energie, è possibile farsi scaletta con una fetuccia e rinviare sullo spit successivo. Dopo un pò di tentativi seguiamo il consiglio di azzerare il passaggio e di fronte a noi ci aspetta una bella placca che va traversata verso sinistra. Qui la roccia è leggermente consumata e unta per quanto riguarda gli appoggi per i piedi, per le mani, invece, ritornano a farsi vive profonde crepe nella roccia. Sebbene la difficoltà non sia eccessiva, il fattore psyco è altamente amplificato dal fatto che il prossimo spit è abbastanza distanziato per gli standard visti fino ad ora durante la salita. Superato questo tratto intermedio, si scollina su ampio terrazzo dopo un ultimo tratto di placca con grandi fessure. (6a/A0, 5c, 5b)

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Il quarto tiro è una semplice attraversata del manto erboso poco esposto di circa 10 metri.

Il quinto tiro parte col botto. Eliminata la “pressione” dovuta all’altezza siamo accolti da un bellissimo tratto boulderoso che in 7 metri ci invita al superamento, dapprima di una pronunciata pancia, ed in seguito di un piccolo tettino. Le difficoltà sono poche e gli svasi abbondano. Superato questo tratto ci si trova sopra un terrazzino, dal quale parte una bella placca appoggiata d superare in aderenza col corpo attaccato alla roccia per i primi metri, per poi ritrovare delle comode lamette in uscita di tiro. (5b)

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La sesta lunghezza parte con uno strano boulder in partenza poco logico. La naturale linea della salita ci porterebbe a destra, ma lo spit è distante a sinistra. Gli appigli sono comunque buoni su tutta la roccia. La via prosegue su facile scaletta rocciosa ben appigliata, fino a raggiungere il traverso che porta all’anello di sosta. (5a)

L’ultimo tiro è forse il più bello ed esposto. La grande cengia rossa ci sovrasta, ma per raggiungerla bisogna superiore un’ultima placca interrotta da grandi buconi. Si parte con un suggestivo traverso verso destra che rimonta un piccolo tetto sul vuoto. Qui la fatica si inizia a sentire, ed è veramente difficile cogliere la magnifica essenza della linea con tranquillità. La salita continua su svasi enormi fino all’uscita su roccia rossa. (5b)

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La vetta della via offre un magnifico panorama sulla valle del Sarca e sul castello di Arco.

Considerazioni

Cima alle coste – Parete di Sherwood – Via Little John

Sveglia 8:30, per preparare il materiale con calma. Manuel passa a prendermi per le 9:30, direzione valle del sarca, Dro per l’esattezza. L’obiettivo: la via Little John sulla parete di Sherwood, un conglomerato roccioso alla base della cima alle Coste. Fermata alle Sarche per i panini e poi dritti in valle. Parcheggiamo presso il campo sportivo in località Oltra, ultima controllata al materiale e ci incamminiamo nella strada forestale proseguendo a destra fino ad una stanga con ometto a sinistra per segnalare l’accesso ai tiri su ghiaione. Proseguiamo costeggiando la roccia per una decina di minuti oltrepassando altri multipitch, fino ad arrivare alla via desiderata. Carichi di passione tocchiamo per la prima volta la roccia, sporchetta a prima vista ma attira.

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Il primo tiro è rabbia e sudore, non per la difficoltà, che non è per nulla eccessiva, ma per la roccia che sembra creare un ossimoro con l’aderenza delle scarpette. La crepa su cui lavorare con le mani c’è, non è comodissima ma neanche malvagia, quello che manca è il grip sui piedi. Sicuro di passare carico sulla gamba destra una volta, scivola, due volte, scivola ancora, provo la terza, niente. A malincuore azzero il passaggio dopo aver consumato fin troppe braccia a freddo per compensare l’equilibrio. L’uscita del tiro è una grande pancia compatta da superare infilando le mani nella crepa di sinistra e progredendo impuntandosi con le punte sulle microtacche presenti sulla placca. Qui la pendenza gioca più a nostro favore, e la sosta viene raggiunta senza troppi problemi.

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Il secondo tiro è il più lungo, più entusiasmante, più vivo. La partenza anche questa volta fa da padrona. La verticalità inizia a farsi sentire e i primi 5 metri vengono superati atleticamente facendo opposizione sul pilastrino staccato di fronte alla parete, fino ad arrivare a sedersi sulla sulla vetta per assicurarsi per la prima volta. In spaccata sul vuoto inizio l’ascesa catapultandomi sulla parete principale, che prosegue in obliquo a destra su placca affiancata sulla sinistra da una crepa. Qui la roccia non è ottima, tasto bene prima di decidere di affidarmi ad un appiglio, e proseguo fino ad un terrazzino dal quale si innalza un pilastrino, l’uscita della seconda lunghezza. Le crepe fino ad ora nostre alleate scompaiono e lasciano spazio a buchetti levigati. La roccia fa un pò pancia e con le mani sulla roccia è difficile vedere dove mettere i piedi. Approfitto per il terrazzino per soffermarmi a studiare il passaggio. Memorizzo i possibili incavi per le scarpette e parto. La crepa da raggiungere sulla destra va presa di rovescio ed è bella comoda, da sicurezza e permette di uscire agevolmente e raggiungere la sosta. Il panorama sulle marocche merita la fatica.

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Il terzo tiro è di passaggio, 10 metri di sentierino sulla roccia non protetto per arrivare all’attacco dell’ultimo tiro. La quarta lunghezza è defaticante, l’arrampicata è principalmente su facili blocchi scollegati l’uno dall’altro, intervallati da terrazzini. La sosta finale va fatta sull’albero superata l’ultima pancia di roccia friabile.

La via è stata divertente e in generale ci ha soddisfati, la qualità della roccia tutto sommato è buona, non ci sono segni di usura, qualche sasso è mobile e le placche sono un po sporche. La chiodatura è molto buona, è quasi inutile integrare con dadi o friends. Le soste sono composte da due fix ognuna, portare cordini per integrare. Il panorama è molto godibile, meglio con un buon panino in vetta.

Qui il link alla scheda della via:

Via Little John – Parete di Sherwood – Cima alle coste sud

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