Perla Nera

Il nostro approccio alla via “Perla Nera”, alla Parete Centrale del Monte Colt, è avvenuto in due fasi. Sei mesi fa circa il primo tentativo che si era infranto alla sosta del primo tiro per via delle condizioni avverse del momento: tanto caldo, tanto unto (che per noi puristi senza magnesite crea ulteriori problemi) e relativamente poca voglia. In una mezza giornata di fine marzo decidiamo di ritentare la salita e col senno di poi per fortuna visto che la linea è una vera perla, del resto lo suggerisce anche il nome!

Il primo tiro parte semplice rimontando le facili roccette subito oltre la targhetta che identifica la via. Queste terminano in corrispondenza di un piccolo terrazzino dove la vegetazione disturba un po’ la progressione ma che termina immediatamente al raggiungimento di un diedrino giallo con fix sulla parete di destra. A discapito di ciò si sale però lungo la parete di sinistra che offre appigli migliori e conduce al di sotto di un piccolo tetto. Questo, fessurato alla base, si sviluppa verso sinistra obbligando ad un delicato traverso, su roccia ormai usurata, con le mani in rovescio sotto il tetto ed i piedi che si spostano lentamente alla ricerca degli appigli migliori. Terminato il traverso una serie di buone prese consentono di scaricare la tensione e procedere ora in verticale fino al muretto giallo sotto la sosta. Le belle gocce che lo compongono non sono però taglienti come una volta e tendono a scappare via dai polpastrelli per via dell’usura. Con un ultimo piccolo sforzo si affrontano gli ultimi metri rimanendo di poco sulla sinistra dove una coppia di marcate tacche consente di rimontare sulla cengia ed attrezzare la sosta su catena sostituita di recente. 25m, 5b.

Simone sul primo tiro prima del delicato traverso verso sinistra, 5b.

La seconda lunghezza è senza ombra di dubbio la più bella di tutta la via. L’usura del primo tiro permane ma non dà assolutamente fastidio e permette un’arrampicata sempre sicura e divertente. Il tiro inizia rimontando atleticamente il piccolo strapiombetto di destra molto ben ammanigliato che conduce ad una placca bella compatta. Si sale questo obliquando leggermente verso destra fino a trovarsi al di sotto di un poco pronunciato tettino dove, rispostandosi ora verso sinistra, si riguadagna la verticale di salita laddove il tetto termina. Qui una bella fessura permette di rimontare atleticamente lo strapiombo e proseguire in verticale lungo il breve diedro che, salito in dulfer, termina su di un breve pulpito. La fessura continua ora sempre in verticale tagliando di netto la compatta placca che precede la sosta. I passi qui sono prevalentemente in aderenza con poche alternative sia per mani che per piedi. Si approccia la paretina sulla destra fino a giungere al punto in cui proseguire risulta difficoltoso. Un marcato appoggio sulla sinistra invita a spostare il peso e spingere bene fino ad arrivare con le mani sul bordo superiore della parete, marcato quel tanto da consentire di alzare i piedi a spalmo in placca e superare le difficoltà. Un ultimo tettino si frappone tra noi ed il termine del tiro. La sommità di questo è stondata ma aderente e con un piccolo rilancio si raggiungono fessure più nette e marcate. Un colpo di reni bello e deciso permette di rimontare e raggiungere la sosta. Bel tiro che ospita passaggi e sezioni di arrampicata interessanti alternati a momenti di scarico. 30m, 6b.

Simone oltre il tettino della seconda lunghezza, 6b.

Il terzo tiro evita il muro strapiombante oltre la sosta traversando verso sinistra lungo l’evidente cengia. Questa corre orizzontalmente rispetto alla parete e non presenta difficoltà particolari. Per raggiungerla si supera un breve muretto compatto e si prosegue poi in traverso, forse leggermente discendente, fino allo spigolo della parete che si aggira trovandosi così alla base di un breve e largo camino giallastro. Dopo qualche metro piuttosto appoggiato si guadagna verticalità sfruttando le pareti laterali fino a raggiungere il termine dove un passo delicato consente di giungere al di sopra del pilastro di sosta. Qui è infatti necessario uscire dal camino sfruttando il culmine frastagliato dello zoccolo di sinistra e qualche presa centrale poco marcata che permettono una ribaltata al di sotto della sosta. 23m, 5a.

Martina alle prese con il camino finale del terzo tiro, 5a.

L’ultima lunghezza inizia aggirando sulla sinistra la nicchia di sosta con quello che con tutta probabilità risulta essere il passo più duro del tiro. Non lasciarsi fuorviare dalla verticalità della linea dei fix a parete ma traversare bassi fino ad oltrepassarla e raggiungere le comode prese che consentono di guadagnare metri e ritornare verso destra in corrispondenza della prima protezione. Si prosegue ora lungo la bella placconata fessurata che, con arrampicata sempre divertente e piacevole, termina una volta raggiunto lo spigolo della parete che si cavalca continuando lungo muro verticale ben manigliato. Il tratto è molto esposto e, nonostante le difficoltà siano limitate, è molto soddisfacente da salire. Seguendo la linea di fix si abbandona lo spigolo a favore del versante di destra dove la linea inizia ad obliquare per evitare la fitta vegetazione soprastante. Anche la verticalità qui lascia spazio a muretti più appoggiati e frastagliati che proseguono fino al termine della fascia rocciosa. L’unico ostacolo è dato da un arbusto subito a sinistra della linea di salita i cui rami disturbano parzialmente il passaggio. Oltrepassato questo in breve si raggiunge la vetta dove si sosta su due fix. 38m, 5c.

La partenza dell’ultima lunghezza, 5c.

Via veramente bella e di soddisfazione. Nonostante risenta pesantemente delle numerose ripetizioni passate rimane una perla della valle da salire almeno una volta. Non importa se è tanto sotto il vostro grado!

Il sole che struttura

Tra il Colodri ed il monte Colt si estende una fascia rocciosa immediatamente riconoscibile grazie all’estesa placconata leggermente appoggiata che spicca subito all’occhio. Poco più a sinistra della placca principale è presente un secondo corridoio tra gli arbusti alla cui estremità più di sinistra si sviluppa la via “Il sole che struttura”. L’arrampicata è molto tecnica e prevalentemente su lavagna appoggiata che costringe ad una progressione sempre d’equilibrio.

Il primo tiro inizia in traverso verso sinistra lungo il muretto giallo. Dopo i primi metri verticali si raggiunge la base dello strapiombo soprastante che si segue rimanendo ai suoi piedi passando una coppia di cordoni e giungendo ad una rampetta ascendente che permette di vincere i primi balzi rocciosi. Qui è bene iniziare ad allungare qualche protezione in quanto la linea sui tetti forma angoli molto acuti. Superato un chiodo rinforzato con legnetti battuti si prosegue ancora un po’ verso sinistra raggiungendo così il tetto vero e proprio. Questo, estremamente lavorato a grosse e fonde fessure, risulta, contrariamente a quanto si possa pensare dal basso, veramente piacevole da affrontare e, sebbene un po’ di fisicità sia comunque necessaria, facile da superare. Lo si affronta traversando completamente verso destra fino a che una coppia di belle prese consente di rimontarlo nel suo punto più debole. Poco sopra, all’ombra di un arbusto, due cordoni invitano alla prima sosta. 30m, V+.

Simone in procinto di affrontare il tetto del primo tiro, V+.

La seconda lunghezza risale il ben visibile diedro che si sviluppa a destra della sosta. Per raggiungerlo si attraversano alcuni brevi risalti rocciosi traversando costantemente verso destra fino alla sua base. Qui è presente un cordone che protegge il passo iniziale non proprio intuitivo. Oltre questo è visibile un secondo cordone in uscita dal diedro mentre per il tratto centrale è necessario proteggersi a friend lungo la fessura che corre verticale. L’arrampicata è piacevole e sfrutta entrambe le pareti con un’avanzata a piccoli passi fino al termine delle difficoltà, dove buone prese consentono di guadagnare rapidamente metri e raggiungere il cordone bianco dove la parete inizia ad appoggiarsi. Gli ultimi facili passi, lungo placca fessurata, conducono in breve ai cordoni di sosta. 15m, V+.

Il breve secondo tiro, V+.

Il terzo tiro prosegue approcciando la bellissima placconata leggermente appoggiata che ci accompagnerà per le prossime lunghezze. In questo primo tratto si alternano sezioni in aderenza completa, dove il lavoro di piedi gioca un ruolo fondamentale visto che le mani sono spesso assenti, a punti in cui fonde fessure consentono di scaricare il peso dalle punte dei piedi e sciogliere un po’. Si inizia salendo leggermente a sinistra rispetto alla sosta proseguendo verticalmente lungo la placconata fino a raggiungere un primo stacco dove è possibile proteggersi grazie ad un cordone attorno a clessidra. Con progressione più agevole ci si sposta verso destra fino a raggiungere la verticale di un rigagnolo nerastro dove la linea torna a salire passando dapprima un fix ed in seguito un chiodo prima di giungere ad un secondo stacco fessurato. Piegando ora completamente verso destra si punta ad un cordone azzurrino ai piedi di una zolla che si raggiunge attraverso un bel traverso ancora in aderenza ma con prese per i piedi più nette e marcate. Tornando ora verso sinistra si affronta la placca finale del tiro che si vince elegantemente sfruttando la piccola fessurina al suo centro per allungarsi verso il terrazzino di sosta. Tiro molto bello, attenzione solo a qualche tratto non integrabile e con le protezioni distanti. 40m, VI.

La bella placconata a rigagnoli del terzo tiro, VI.

La quarta lunghezza è indubbiamente la più bella e sostenuta dell’intero itinerario. Come la precedente si svolge lungo placca appoggiata con protezioni molto distanziate e passi mediamente più severi. Qui l’unico stacco dalla sofferenza dei piedi continuamente in aderenza è dato da una lunga e larga fessura che taglia orizzontalmente la placca verso metà lunghezza. Col primo fix, decisamente in alto, a dettare la linea da seguire si avanza lungo le strette colate che caratterizzano questa sezione rocciosa e che formano gli unici “appigli” disponibili sia per mani che per piedi. La progressione è inesorabilmente lenta e la sensazione è quella di essere alle prime armi. Del resto l’arrampicata in placca è un’arte a sè, lontana dalla maggior parte degli standard moderni che prediligono forza a tecnica. Superato un chiodo si raggiunge la fessura orizzontale dove, nei tratti iniziali, è incastrato un solido dado che con un po’ d’impegno potrebbe anche essere estratto ma onestamente fa comodo averlo lì visto che anche il resto della fessura è da proteggere. La larghezza di questa rende però difficoltoso l’inserimento di friend a meno che non siano belli grandi. Solo verso il termine se ne riesce ad inserire uno molto piccolo. La progressione in fessura risulta comunque semplice, più difficile è invece uscirne per raggiungere la verticale dei fix successivi. Qui infatti si torna su placca e sui rigagnoli grigi che ci hanno accompagnato lungo i primi metri del tiro ma qui la pendenza è leggermente maggiore e la stabilità più precaria. Il primo fix è oltretutto posto in maniera tale che solo persone particolarmente alte lo raggiungono da posizione agevole, dando quindi quel pizzico di brivido in più al primo movimento dopo la fessura. Dopo il secondo fix le difficoltà calano e le fessure tornano ad impadronirsi della parete. In breve si raggiunge la sosta. 40m, VI+.

La lunga placconata della quarta lunghezza, VI+.

Il quinto tiro prosegue ancora per qualche metro lungo la placca ora meno aperta e più costretta a canale delimitato dalla vegetazione. Con arrampicata analoga a quella dei tiri precedenti si punta al luccicante fix posto a metà parete che si raggiunge agevolmente con diverse possibilità di inserire protezioni rapide. Raggiunto il fix un ostico muretto si intrapone tra noi ed il terrazzino alberato dove di fatto le difficoltà terminano. Con passi in aderenza ed equilibrio si vince la placchetta e ci si sposta verso destra sul terrazzino dove si prosegue verticalmente lungo semplici rocce rotte alternate a piccoli balzetti. Mano a mano che si sale la pendenza della parete si fa più dolce fino a a che scompare completamente in corrispondenza del cordone di sosta in prossimità dell’evidente traccia che conduce all’interno del boschetto del tiro seguente. 40m, V+.

La placca iniziale del quinto tiro, V+.

La sesta lunghezza non è altro che il congiungimento tra le due pareti rocciose. La roccia si vede a malapena, più una passeggiata nel bosco che arrampicata. Si inizia a seguire la linea di alberi marcati con bollo rosso che sale verso sinistra, alcuni di essi sono già muniti di cordone, sino a giungere alla zona pianeggiante ai piedi della parete successiva. La via prosegue sul lato destro della parete in corrispondenza di un cordone. Non lasciarsi ingannare dal bollo rosso sulla sinistra. 30m, I.

Martina lungo il tiro di congiungimento, I.

Il settimo tiro continua lungo il diedro che si sviluppa a destra della sosta con arrampicata piuttosto semplice grazie alle numerose prese di cui è composto. Si esce verso sinistra alla base di una placchetta lavorata a gocce e leggermente appoggiata che obliqua verso sinistra seguendo il tettino ad arco che la chiude. Un passo in aderenza consente di guadagnare la base di un secondo diedro che torna a salire leggermente verso destra. Questo, bello fessurato, è molto piacevole da affrontare ed offre molteplici possibilità di inserimento per dadi e friend. Solo verso il termine del diedro è presente un passo più ostico in dulfer per uscirne sulla destra. Qui è possibile inserire l’ultima protezione rapida prima di iniziare un breve e semplice traverso verso sinistra che consente di guadagnare il terrazzino di sosta accanto ad un albero. Tiro carino che si distingue come stile rispetto al resto della via. 35m, V+.

Martina verso il termine del settimo tiro, V+.

L’ultima lunghezza prosegue lungo il muretto oltre la sosta con passo iniziale non semplice per rimontare la rampetta che si sviluppa dolcemente verso destra. Dopo alcuni metri ci si trova ai piedi della placconata finale frastagliata ed intervallata da numerosi terrazzamenti. La linea segue il corridoio sgombro da vegetazione con bella arrampicata lungo roccia solida e sana. Obliquando verso sinistra si affronta la prima sezione placcosa con movimenti in aderenza ed allungo finale per rimontare il terrazzino soprastante. Da qui si continuano a seguire le fascie rocciose sulla sinistra che si affrontano senza troppi problemi grazie alle numerose fonde fessure che le solcano. In vista del culmine della parete si torna a salire verticalmente attraverso roccette appoggiate alternate a brevi placchette più compatte. In breve si raggiunge il boschetto sommitale dove si sosta su singolo fix. Tiro abbastanza lungo ma lineare, considerare la possibilità di attrezzare una sosta intermedia nel caso la lunghezza delle corde non sia sufficiente a raggiungere l’uscita. 55m, V.

L’inizio dell’ultima lunghezza, V.

A chi piacciono le placche è una via sicuramente da non lasciarsi sfuggire. Molto belli sono infatti i tiri centrali, mai banali con protezioni distanti e da integrare. Nel complesso tutti i tiri, tranne quello di collegamento, sono meritevoli ed offrono arrampicata varia e bei movimenti. Noi la consigliamo ma non sottovalutatela.

Sandra

Un’altra bellissima giornata temperata è prevista pressochè ovunque in Trentino. La neve sta scomparendo da quasi tutte le cime visibili dal capoluogo motivo in più per godersi il sole che riflette sulle pareti che circondano la valle del Sarca. Questa volta scegliamo di approcciare una delle ultime nate in zona: la via “Sandra” alla parete sottostante la croce di Ceniga al monte Colt.

Il primo tiro corre obliquo lungo la larga rampa a strisce gialle e grige che si sviluppa a sinistra rispetto alla scritta blu che identifica la via. Per raggiungerla si affronta un semplice tratto verticale protetto da cordone. Si inizia ora ad attraversare, senza particolari difficoltà, verso sinistra seguendo l’evidente linea di cordoni su clessidre artificiali ricavate subito sotto il tetto che chiude la rampa. L’arrampicata è tutta di movimento con i piedi che si muovo tra un appoggio e l’altro e le mani che si avventurano tra piccoli conglomerati rocciosi che regalano particolare grip e particolari sensazioni al tatto. Terminata la rampa si torna a salire in verticale lungo il bellissimo diedro che si forma alla fine del tetto. Qui è presente il passo chiave del tiro: scomode prese nei pressi del diedro consentono di alzare i piedi quanto basta a raggiungere la comoda presa sotto il cordone a parete. Con un ultimo sforzo si risale il muretto di sinistra continuando il breve traverso fino all’evidente sosta da attrezzare su fix ed anello. 20m, VI-.

Martina lungo il bel traverso della prima lunghezza, VI-.

La seconda lunghezza inizia con un bel traverso esposto verso sinistra dove è presente anche il passo chiave della via. Con movimenti delicati si discende leggermente per raggiungere i bei appoggi per i piedi aggirando lo spigolo della parete. Si torna ora a salire verticalmente raggiungendo le comode e fonde prese alla base di un cordone che si abbandona sulla destra per proseguire il traverso. Qui un bel movimento con incrocio di braccia permette di uscire da quest’ultimo e tirare il fiato. La linea prosegue ora lungo il muro soprastante con arrampicata bella e sostenuta attraverso un’alternanza di buone fessure e prese meno marcate su parete tendenzialmente verticale. Proprio il passaggio in uscita è il più complesso e costringe a spostarsi verso sinistra alla ricerca delle prese migliori per raggiungere il terrazzo soprastante. Inizia ora una facile sezione di trasferimento verso la parete successiva, su roccette scadenti, dove è necessario prestare attenzione a non smuovere troppi sassi. Un’ultima breve fascia rocciosa, con movimento in uscita verso destra, conduce alla sosta. 35m, VII-.

Simone all’inizio del secondo tiro, VII-.

Il terzo tiro prosegue verso destra aggirando la sosta ed immettendosi all’interno di un diedro fessurato. Si sale lungo questo sfruttando la parete di sinistra e la piramide staccata di destra (evitando di appoggiarci troppo peso per non dover annunciare la caduta di una lavatrice a tutta la vallata). Al termine del diedro, in corrispondenza di un cordone bianco, si esce sulla rampa di sinistra con movimento tutt’altro che scontato. Qui, per integrare le protezioni in loco, è possibile inserire alcuni friend medi. Rimasti sulla rampa la si segue per pochi metri fino a raggiungere dapprima un cordone ed in seguito un chiodo a pochi passi dalla sosta raggiungibile senza ulteriori difficoltà. 20m, VI-.

La caratteristica piramide in partenza del terzo tiro, VI-.

La quarta lunghezza risale il muretto nero subito a sinistra della sosta con passo iniziale abbastanza complicato che costringe a tornare verso destra alla ricerca delle prese che consentono di superare con minori difficoltà la pancetta liscia. Oltrepassata questa si inizia ad obliquare verso sinistra seguendo la linea di clessidre a parete che in breve e senza difficoltà particolari conduce ad una semplice rampa che si segue nella sua interezza fino a che la parete torna a verticalizzarsi all’interno di un diedro. Qui si torna a curvare verso destra sull’evidente placca che si supera in aderenza e che porta alla base di un piccolo tettino che la chiude. Ci si sposta quindi verso destra per superarlo nel suo punto più debole con passo atletico. A parte la grande lama subito sopra il tetto, che consente una buona spinta iniziale, le prese buone sono rade e rimontarlo completamente non è semplicissimo. Una volta sopra si raggiunge in breve la sosta posta all’interno di una nicchia. 25m, VI.

La linea della quarta lunghezza, VI.

Il quinto tiro fuoriesce dalla nicchia aggirando la parete di sinistra che si sviluppa a “fungo”. Attenzione quindi a dove far passare le corde per evitare che si incastrino tra il “gambo” ed il “cappello”. Aggirata la parete si torna a salire in verticale sul bel muretto che in breve incontra una rampa che prosegue verso sinistra. Seguendo quest’ultima senza difficoltà rilevanti si raggiunge la verticale della via “Linea Magica” con evidente sosta sottostante. Si prosegue lungo questa fino al raggiungimento di un fix alla cui sinistra è presente un chiodo rosso ed una freccia blu con lettera “S” ad indicare il proseguo della via. Qui si sviluppa anche una larga fessura orizzontale che si segue verso sinistra. Il tratto è poco protetto ma facilmente integrabile a friend medi. Aggirata la parete la fessura si allarga diventando un minuto terrazzino sul quale è possibile procedere accovacciati fino al grosso masso che impedisce ulteriormente la progressione. Questo viene superato sporgendosi all’esterno del terrazzo raggiungendo così la sosta subito oltre. 32m, V+.

Martina al termine del quinto tiro, V+.

L’ultima lunghezza prosegue lungo l’evidente fessura a sinistra della sosta che si supera atleticamente fino a che si raggiunge un piccolo terrazzino dove inizia una pronunciata pancia. Qui è presente l’ultima difficoltà della giornata: movimenti in aderenza in placca consentono di vincere la pancia e raggiungere le fessure più marcate soprastanti. Si prosegue ora lungo roccia più appoggiata estremamente lavorata dall’acqua. Mano a mano che si sale la parete si fa meno pendente fino a trasformarsi in cengia in corrispondenza dei due cordoni di sosta. 25m, VI.

La bella roccia lavorata in uscita della via, VI.

Nel complesso una bella via metà sportiva e metà alpinistica con passaggi interessanti su roccia quasi sempre solida. Attenzione nel caso ci siano cordate sulla via “Linea Magica” a non incrociare le corde sul traverso del quinto tiro.

Via Flavia

Ultimamente il meteo, in questo inizio di Novembre, non è dei migliori e la pioggia immininente, prevista però a qualche ora non meglio precisata della giornata, suggerisce di provare a sfruttare almeno la mattina per tentare una vietta corta. Con le nuvole grigie sopra le nostra teste ci dirigiamo di buona lena verso la Parete Centrale del Monte Colt per salire “Via Flavia”, dallo stampo alpinistico e ripulita di recente. Nonostante tutto il tempo sembra reggere e carichi attacchiamo la via.

Il primo tiro sale il diedrino composto da rocce rotte alla sinistra di una placconata decisamente più compatta. La prima lunghezza è in comune con la via sportiva “Nove Dita” di cui è possibile sfruttare i primi 2 fix a parete per l’assicurazione nel primo tratto. Larrampicata qui, seppur facile, è molto delicata per via della qualità della roccia piuttosto scarsa dove non è raro smuovere massi anche di grandezze consistenti. Fortunatamente la sezione è breve e si giunge presto su di un terrazzino dove 2 grossi arbusti offrono solide protezioni. Saliti i risalti rocciosi ci si ritrova alla base di uno stretto, e piuttosto fondo, camino che va salito stando quanto più possibile sullo spigolo e seguendo, come riferimento, l’evidente fessura che si sviluppa sulla parete di sinistra giusto un paio di metri oltre l’ingresso. Questa può essere anche sfruttata per l’inserimento di piccoli dadi e friends visto che le protezioni “fisse” sono piuttosto in alto. Una volta risalita la prima parte del camino si procede sullo spigolo per pochi metri per rientrare in seguito ancora nel camino all’altezza di un cordone penzolante sulla parete di destra. Si affrontano gli ultimi facili metri verticali fino ad uscire sul pilastro dove è presente la sosta. Non lasciarsi ingannare dalle difficoltà sulla carta limitate, il camino incute un po’ di timore e nel complesso non è da sottovalutare. 40m, IV?.

Martina alle prese con il camino del primo tiro, IV.

La seconda lunghezza evita i muraglioni verticali, che si ergono oltre la sosta e dove corrono le linee delle vie “La Cigogna” e “Nove Dita”, e prosegue piuttosto in orizzontale verso sinistra per portarsi ai piedi di una parete che si presta più ad essere salita alpinisticamente che sportivamente. Il primo tratto del traverso si svolge senza particolari difficoltà su larga cengia alla fine della quale si supera un grosso masso incastrato. Oltre questo si segue la fessura che obliqua verso sinistra, verticale alla quale prosegue la via “La Cicogna”, fino a raggiungere un piccolo terrazzino dove un solido arbusto invita alla sosta (abbastanza scomoda). Il tiro è breve e poco protetto ma si può sfruttare comodamente la fessura per inserirci protezioni rapide. 25m, V-.

Simone all’inizio del traverso del secondo tiro, V-.

Il terzo tiro rimonta il muretto oltre la sosta per poi proseguire sulla rampa che si sviluppa verso destra e termina con un bel tratto all’interno di un diedro bianco. Il passo chiave del tiro, e della via in generale, si trova proprio sul muretto iniziale dove è necessario sfruttare bene le poche prese a disposizione per rimontare una beffarda pancia. Sulla destra è ben visibile un buon rovescio e poco sopra, un po’ più nascosto, un bidito migliore. Sulla sinistra si sfrutta invece la piccola clessidra dove è inserito un cordoncino. Superata la pancetta si trova un chiodo ed in seguito un cordone bianco a preannunciare l’inizio di una lunga rampa. Si segue quest’ultima fino a che non si verticalizza e muta in diedro ben fessurato al cui termine si esce verso destra sfruttando la bella placchetta lavorata dove l’arrampicata risulta essere più facile. Continuando verso destra si oltrepassa un piccolo arbusto e, aggirando lo spigolo della parete, si raggiunge la catena di sosta in comune con la via “La Cicogna”. 30m, VI.

L’inizio della terza lunghezza, VI.

La quarta lunghezza prosegue in obliquo ancora verso destra, tra diedri e placchette, per evitare la severità del muro compatto soprastante. Si inizia risalendo per alcuni metri lungo la fessura, a sinistra rispetto la placca dove è posizionata la sosta, fino a che si conclude ed inizia un bel traverso, in corrispondenza di una vecchia sosta oramai arruginita e non più sicura, che porta, con una serie di passaggi esposti ma ben appigliati, alla base di un diedro rosso dove sono immediatamente visibili 2 chiodi (uno vecchio ed uno nuovo) mentre un altro più recente è nascosto oltre lo spigolo. Si risale il diedro uscendo appena possibile proprio sullo spigolo e si continua fino a che questo è chiuso da un piccolo tettino. Qui è presente un cordone bianco che sancisce l’inizio di un breve traverso, sempre verso destra, in direzione di quel che resta di un fico e di un arbusto più “vivo”. Quest’ultimo è anche abbastanza solido da poter essere utilizzato per avvolgerci un cordone come protezione rapida. Oltrepassati entrambi gli arbusti, ed aggirato l’ennesimo spigolo, ci si ritrova sulla cengia rocciosa dove è presente la catena di sosta, in comune con la via “Nove Dita”. 30m, V+.

Simone sulla quarta lunghezza, V+.

L’ultimo tiro esce sulla sommità della parete attraverso un facile diedro che si raggiunge solo dopo aver percorso una breve rampa appoggiata che, oltre che essere semplice, è anche molto bella. Alla sua destra corre una bella fessura che può essere utilizzata per proteggersi con friends medi. Al termine della rampa, che saliva a sinistra della sosta, la via piega fortemente verso destra e, con passo atletico, si immette nel diedro finale dapprima molto appoggiato ed in seguito più verticale ma comunque senza particolari difficoltà. Al termine della fascia rocciosa sono presenti 2 fix su cui poter attrezzare l’ultima sosta. 25m, IV+.

Martina al termine della via, IV+.

Via corta ma molto bella e meritevole. Cerca la linea più facile serpeggiando su una parete che ospita vie sportive decisamente più difficili: un’ottima intuizione da parte dei primi salitori. La chiodatura, al di fuori dei tratti in comune con le altre vie, è essenziale e necessita di essere integrata. Consigliata.

Aganippe

Con poco tempo a nostra disposizione, in una bella mattina di Novembre, ci dirigiamo verso la parete di San Paolo per salire una via corta in prossimità dell’omonimo Eremo e della falesia. “Aganippe” è senza dubbio una via plaisir che impegna veramente solo in pochi ed isolati tratti i quali, per via delle numerose ripetizioni, a volte risultano un po’ usurati.

Il primo tiro sale la placchetta appoggiata in direzione di un piccolo strapiombo. Per la particolare esposizione della parete questo tratto risulta abbastanza sporco: muschi e licheni crescono vigorosi ed una fastidiosa polverina copre le prese migliori. Date le difficoltà contenute questo è più un problema “estetico” che pratico ed in breve si raggiunge la base dello strapiombetto. Questo si evita traversando verso destra su roccia gialla più pulita ma consumata dove, con passo deciso, ci si porta all’interno di un breve diedro che conduce direttamente, senza particolari difficoltà, sopra lo strapiombo precedentemente citato e quindi alla sosta. L’ultimo tratto non è molto protetto ma è possibile integrare con friend medio/piccoli nella solida fessura. 20m, V+.

Simone sul primo tiro, V+.

La seconda lunghezza è quella che ospita i passi più duri della via. Inizia traversando verso sinistra, prima con arrampicata facile ed in seguito con passo atletico per rimontare un muretto ostico. Si prosegue ancora verso sinistra fino a raggiungere il punto più debole dello strapiombo rosso soprastante che si supera con un bel passo in spaccata verso destra su buone e fonde fessure, un po’ difficili da raggiungere se si è bassi. Una volta sul pilastrino di destra si torna a salire verticali su bella placca, liscia ma fessurata, che si segue obliquando verso sinistra con sequenze per lo più in aderenza. L’ultimo passo, per uscire sulla cengia di sosta, è un po’ in allungo ma non dovrebbe creare troppi problemi visto che le prese per i piedi sono belle fonde ed il lavoro di squat non è micidiale. Oltrepassato un arbusto si attrezza la sosta su fix ed anello. Tiro carino ed abbastanza storto: assicurarsi di allungare qualche protezione dove possibile per evitare di lottare con l’attrito delle corde verso la fine della lunghezza. Prestare anche attenzione a non tirare troppo il secondo di cordata sul traverso iniziale visto che le protezioni in quel tratto non sono vicinissime ed un eventuale scivolone porterebbe ad uno spiacevole tete-a-tete con la parete di sinistra. 32m, VI.

Il traverso all’inizio della seconda lunghezza, VI.

Il terzo tiro traversa verso sinistra per evitare la zona alberata soprastante la sosta. Senza particolari difficoltà si raggiunge in breve tempo l’inizio di una rampetta che obliqua verso destra fino a tornare sulla verticale della sosta precedente. Il primo passo per rimontare la rampa è il più difficile mentre in seguito si procede quasi camminando fino alla base di uno strapiombetto fisico ma molto ben appigliato che si risale per raggiungere una bella placca. Questa, lavorata a lunghe, larghe e fonde fessure, è molto bella e facile e conduce direttamente alla sosta posizionata su di un comodo terrazzino. 35m, V+.

Martina alla fine del terzo tiro, V+.

La quarta lunghezza rimonta il pilastrino oltre la sosta, con arrampicata molto facile, per proseguire camminando lungo il terrazzino terroso che si sviluppa verso destra in direzione di una paretina gialla. Raggiunta questa si sale in verticale giusto un paio di metri per iniziare un traverso verso destra, su bei blocchi, che termina in corrispondenza della sosta seguente posta su di una cengia rinforzata. Il traverso non è difficile ed offre numerosi spunti per inserire protezioni rapide. Bisogna solo fare attenzione a non alzarsi troppo per non incappare in difficoltà maggiori. 20m, V.

La fine della quarta lunghezza, V.

L’ultimo tiro prosegue il traverso precedente fino ad aggirare completamente la parete e finire nel bosco sommitale. I primi metri si svolgono facili su cengetta fino a raggiungere uno spit alla base di un breve diedro che va superato tornando ad arrampicare in verticale con passo delicato in partenza. Si torna ora a traversare verso destra passando una serie di spigoli e rocce rotte dove è particolarmente semplice individuare buoni punti dove inserire protezioni rapide. Si raggiunge senza particolari difficoltà la placca finale con evidente fix luccicante nel mezzo. Questa non va salita direttamente ma traversata da sinistra verso destra con bei passi in aderenza ma con le mani sempre aggrappate a buone fessure. L’ultimo passo, un allungo in spaccata per oltrepassare lo spigolo della parete, è forse il più complicato della sezione ma in generale non dovrebbe causare troppi problemi. L’ultimo tratto torna a salire verticalmente fino a che si esce nel boschetto sommitale dove si attrezza la sosta sull’albero dove è incastonato il libro di via. 25m, VI-.

La bella placca di fine via, VI-.

Via piuttosto corta, interessante in alcuni punti ma allo stesso tempo anche abbastanza discontinua. I primi due tiri risultano essere leggermente usurati ma niente che impedisca una progressione sicura. Il buon numero di protezioni a parete e la facilità di integrazione la rendono una via decisamente adatta anche a chi inizia a muovere i primi passi.

Per un evidente destino

Bella salita sulla “Parete Sconosciuta” del Monte Colt. Dopo un primo tiro su lungo diedro con arrampicata fisica si affrontano belle e solide placconate con passaggio non semplice per uscire sulla terza sosta. Protezioni ravvicinate e roccia sembre ottima sono il preludio di una piacevole salita. Solo un tratto in cengia, dopo il secondo tiro, ne limita un po’ la continuità. Alla base del diedro dove parte la via dovrebbe essere presente il nome della via, ma noi personalmente non lo abbiamo trovato. Il diedro da salire è comunque facile da identificare.

Il primo tiro risale l’evidente diedro fino al suo termine. La difficoltà maggiore si trova però nei primi metri dove è necessario affrontare un passaggio di forza, su piccole prese, proprio per entrare alla base del diedro. Il diedro in sè poi non presenta sostanziali difficoltà e ci si può godere una bella arrampicata su buona roccia. Alla fine della parete è presente il passo chiave del tiro ed anche il più bello. Prima di uscire in cengia è infatti presente una rampetta obliqua verso sinistra la cui difficoltà principale risiede nell’approcciarla. Per riuscire a salirci è infatti necessaria una certa mobilità e forza allo stesso tempo. In alto, sulla parete di destra è infatti presente una tacchetta che va tenuta per alzare il piede sinistro sulla rampa e quello destro sulla paretina opposta trovandosi, in questo modo, in compressione nell’estetica, quanto scomoda, posa “egizia”. Il passaggio non è da sottovalutare e sembra essere anche difficilmente azzerabile. Solo superate le difficoltà si riesce ad apprezzare a pieno l’effettiva bellezza ed eleganza del passaggio. Oltrepassato un alberello sulla destra ci si ritrova sulla cengia su cui è posta la prima sosta ben attrezzata con due spit e catena di collegamento. 30m, 6b.

Simone sul diedro del primo tiro, 6b.

La seconda lunghezza inizia affrontando la bella placca davanti alla sosta per poi spostarsi verso sinistra e seguire l’evidente fessura fino alla sosta successiva posizionata all’inzio del boschetto che congiunge le due pareti. La roccia è molto solida lunga tutta la salita, qualche masso instabile si trova solo alla fine del tiro, in sosta ed in prossimità della vegetazione da attraversare per congiungersi al continuo della via. Sebbene la difficoltà maggiore sia data da un delicato passaggio iniziale in placca, il resto della lunghezza non è comunque da sottovalutare e l’arrampicata risulta interessante, nonostante le limitate difficoltà. 20m, 6a.

La placchetta della seconda lunghezza, 6a.

Dopo la sosta si prosegue per una quindicina di metri tra arbusti che offrono molteplici possibilità di protezione fino a giungere la sosta successiva formata da un cordino su di un albero e dal nome della via alla base. Per evitare eccessivi attriti della corda consigliamo comunque di sftruttare entrambe le soste evitando di unire il tratto vegetativo al tiro precedente o a quello successivo. 15m, II.

Il tratto di congiungimento, II.

Il terzo tiro è senza ombra di dubbio il più bello ed ospita il passaggio chiave di tutta la via. Dopo una partenza facile e poco entuasiasmante, su rampetta obliqua disturbata da un po’ di vegetazione, si giunge alla base di un muretto verticale leggermente strapiombante. Il muretto parte ben fessurato fino ad una bella maniglia gialla sulla destra. Da qui è necessario uscire sulla placca di sinistra dove, poco più in alto, è presente la sosta. Il passaggio per uscire è tanto bello quanto delicato: subito sopra il rinvio è presente uno svasetto nascosto per la mano destra, mentre a sinistra una pinzata verticale, abbastanza nascosta pure questa. E’ necessario tastare un po’ prima di capire che è buona. Ora si possono iniziare a spostare i piedi verso sinistra sulla placchetta liscia e, in equilibrio, raggiungere la fonda fessura subito sotto la catena dove è possibile risistemare la postura e sostare. Un respiro di sollievo, le difficoltà sono terminate. Passaggio di notevole eleganza e difficilmente azzerabile, spettacolare. 25m, 6b.

Martina prima del passo chiave del terzo tiro, 6b.

L’ultima lunghezza, anche se facile sulla carta, non è da sottovalutare: sebbene i gradi non siano elevati i primi passaggi per traversare verso sinistra, su bella placca solida, non sono da prendere proprio alla leggera e rendono l’arrampicata interessante anche in quest’ultimo tiro. Finito il traverso di pochi metri si comincia a risalire seguendo la linea degli spit verso sinistra. La bella placca compatta, caratteristica della parte finale della Parete Sconosciuta, lascia spazio per gli ultimi metri a rocce più frastagliate fino a giungere al termine della via. 25m, 5b.

Sulle placche dell’ultimo tiro, 5b.

Via breve ma nel complesso divertente e meritevole di essere ripetuta. Roccia molto buona, a tratti un pò sporca dalle poche ripetizione ma che non toglie assolutamente credito alla salita complessiva. Chiodatura ottima e ravvicinata. Una bella salita per le mezze giornate.

In memoria di Ugo Ischia

Che lusso andare a San Paolo e trovare una via di ormai 14 anni che non soffre di usura, quasi un sogno. “In memoria di Ugo Ischia” è una di queste rarità. Nove tiri di arrampicata varia prevalentemente in placca, anche se non mancano diedrini e tratti leggermente strapiombanti. La roccia è sempre solida, solo nei tiri superiori c’è da prestare attenzione, la chiodatura è buona lungo tutto il percorso e solo qualche breve tratto è da integrare. Nel complesso una piacevole sorpresa.

Il primo tiro sale il diedro a sinistra della targhetta con il nome della via. Sebbene le difficoltà in questo tratto non siano molto elevate, i primi movimenti un po’ incastrati nel diedro rendono l’arrampicata divertente. La linea prosegue molto evidente seguendo spit e cordoni verticali, visibili anche dall’attacco, fino all’uscita dal diedro. Da qui inizia un traverso verso sinistra che si prolunga per una decina di metri prima di iniziare a risalire nuovamente in verticale fino a giungere alla sosta situata su comoda cengia. 30m, V+.

Simone in partenza alla via, V+.

La seconda lunghezza offre parecchie emozioni. Si parte traversando verso sinistra su placca gialla lavorata a buchi, lungo l’evidente traccia di clessidre. Dopo alcuni passi d’equilibrio ci si trova ad affrontare uno strapiombetto verticale ai piedi di un chiodo con lungo cordone annesso. Le prese sono comode ed evidenti e, con un pò di atleticismo, si supera agevolmente il passaggio. Giunti in piedi sopra lo strapiombo si notano, sulla sinistra, una serie di clessidre non troppo lontane che però fanno parte di un’altra via. Nascosto, e decisamente lontano, è presente sulla destra un anello che si riesce a cogliere soltanto sporgendosi un po’ dalla roccia. Per arrivarci occorre seguire la rampa fessurata fino al culmine e iniziare a traversare poi verso destra. Per proteggersi in questo tratto sono sicuramente comodi un paio di dadi piccoli ed è possibile integrare anche con un cordone attorno al spuntone roccioso posto al termine della rampa. Arrivati all’anello inizia un bellissimo traverso, parecchio esposto, con buone mani e piedi in aderenza, che porta direttamente alla sosta. Questo è sicuramente uno dei passaggi più belli di tutto l’itinerario. 20m, VI.

Il bellissimo traverso della seconda lunghezza, VI.

Il terzo tiro continua per un breve tratto il traverso precedente, giusto quanto basta per aggirare lo spigoletto e trovarsi di fronte ad un diedro molto ben manigliato. La moltitudine di buone fessure rende questo tratto facile da scalare giungendo, in un attimo, alla base di una bellissima placconata. Con piacevolissima arrampicata si segue la linea suggerita dalle clessidre fino a ritrovarsi su una piccola cengia a pochi metri dal culmine della parete. Qui è presente il passo chiave del tiro: alzandosi bene, prima con il piede sinistro e poi con il piede destro nella grande ed evidente fessura verticale, si riesce ad arrivare ad una lametta per la mano destra che si tiene per riposizionare i piedi il placca e raggiungere la comoda fessura dove è incastonata la clessidra. Qui si può riposare un po’ prima di alzarsi per raggiungere il ben visibile bidito per la mano destra che consente di raggiungere la fessurona finale che sancisce la fine delle ostilità. Da qui si rimonta facilmente la cengia e si sosta. 30m, VI+.

Martina impegnata sulla placconata del terzo tiro, VI+.

La quarta lunghezza è molto breve. Inizia risalendo il leggero strapiombo verticale sopra la sosta per poi continuare in placca. Il primo passaggio non presenta particolari difficoltà tecniche, tuttavia qualche centimetro in più può rivelarsi utile per raggiungere le comode prese presenti all’altezza del primo cordone. Qui è presente un breve passo delicato per raggiungere la prossima lama a destra. tenendo la fessurina centrale si spostano i piedi su placca liscia, stando attenti a non scivolare (le lunghe linee di gomma nera rendono bene l’idea), e ci si alza verso destra fino alle comode prese. Da qui in poi le difficoltà calano sensibilmente. Al termine della placca occorre attraversare una breve cengia erbosa dirigendosi verso la parete dove è collocata la sosta. 15m, V+.

Inizio della quarta lunghezza, V+.

Il quinto tiro presenta i passi chiave di tutta la via. Sono due principalmente i tratti in cui le difficoltà sono maggiori: all’inizio e alla fine della placconata. Il tiro però inizia con il superamento di un semplice muretto verticale e prosegue in obliquo sulla rampa placcosa che sale verso destra. Al termine di quest’ultima è presente una piccola cengia che fa da base alla placca soprastante. Qui i primi movimenti risultano essere molto delicati. L’unico appiglio per la mano sinistra dopo il primo spit è un monodito che va tenuto, con i piedi in placca, per raggiungere un’altro monodito con la mano destra e finalmente una fessura più larga che consente di riposare. Qui la via sale leggermente a destra fino sotto ad un appena accennato tettino. Qui è possibile proteggersi, con un friend medio ed inserire un cordone in un’esile clessidra (meglio usare entrambi), visto che il prossimo cordone è un po’ distante. Il traverso verso sinistra per raggiungerlo non è nel complesso difficile ma i piedi in placca psicologicamente non aiutano. Arrivati al cordone si prosegue verticale giusto qualche manciata di metri fino a ritrovarsi in piedi su una roccetta staccata. Qui è presente il secondo tratto chiave: alzando bene i piedi, dapprima quello sinistro ed in seguito quello destro dentro ad una delle evidenti fessure orizzontali, si alzano le mani centralmente alla ricerca di qualche esile tacchetta da tenere per spostare tutto il peso sulla gamba destra e stabilizzarsi. Personalmente abbiamo trovato particolarmente delicato questo movimento. Da qui, allungandosi un pò, si riesce a raggiungere la fessura appena sopra la clessidra e proseguire verso la cengia soprastante dove è presente la sosta. 35m, VI+.

Passaggi non banali sulla placca del quinto tiro, VI+.

La sesta lunghezza inizia risalendo le roccette rotte fronte alla sosta per poi iniziare un lungo traverso in obliquo verso destra. A metà del traverso è presente una cengia comoda con spit e cordone ma non si notano altre protezioni nè guardando a destra, nè guardando a sinistra. Qui è importante non farsi ingannare dal diedrino e dagli spuntoni che si vedono guardando a sinistra, anche se sembrano quelli segnati nelle relazioni. La linea corretta prosegue ancora a destra verso la vegetazione per poi salire verticalmente in corrispondenza di un diedro fino alla sosta su altra cengia. Come riferimento passare a destra rispetto gli alberelli visibili sulla verticale della cengia con cordone. 20m, V.

Obliquo traverso della sesta lunghezza, V.

Il settimo tiro parte traversando leggermente a sinistra in direzione dell’evidente cordone per poi proseguire verticale verso l’anello soprastante. Qui c’è da fare un po’ di attenzione alla qualità della parete che molto spesso presenta roccia rotta e sassi staccati. L’arrampicata in questo tratto offre comunque molteplici alternative a livello di prese, valutate bene cosa è più stabile. Mano a mano che si sale la roccia si compatta un pò e superare il tettino soprastante non è difficile in quanto ben appigliato. I metri che ci separano dalla cengia soprastante non presentano ulteriori difficoltà. Attraversata tutta la cengia si trova infine la sosta. 25m, V+.

La partenza del settimo tiro, V+.

L’ottava lunghezza risale la breve placca al di sopra della sosta con un passaggio delicato di equilibrio. La linea è ben definita da cordoni presenti sulle clessidre della placca. Terminata la placca il tiro continua risalendo dei facili rocce a gradoni su cui è necessario prestare molta attenzione. Infatti, questo tratto è caratterizzato da massi instabili e precari. La sosta è posizionata oltre una lunga cengia erbosa su roccia gialla ben solida, tuttavia bisogna prestare attenzione al terrazzino sottostante, instabile come l’ultimo tratto del tiro. Qui è presente anche il libro di via. 30m, V.

Ottavo tiro, V.

L’ultimo tiro inizia traversando verso sinistra in direzione dell’evidente anello, in questo primo tratto è necessario prestare ancora attenzione ai massi non instabili presenti sul percorso. Dopo essree risaliti verticalmente per pochi metri si supera il solido spigolo verso sinistra per proseguire poi verticalmente fino alla sosta. L’ultimo tatto si sviluppa su bella e solida placca lavorata fino a giungere all’uscita della via. 25m, V.

Soddisfatti in uscita dalla via, V.

Nel complesso una bella via, con alcuni tiri veramente meritevoli di essere saliti. Chiodatura buona lungo tutta la via, solo qualche punto è sprotetto ma eventualmente proteggibile. I passaggi di VI+ sono in generale azzerabili, la roccia è ottima nella parte inferiore e un po’ più frastagliata negli ultimi tiri. E’ necessario un occhio di riguardo soptattutto nel settimo ed ottavo tiro. Consigliata!

Tu chioda che poi io fa

Quando si parla di Monte Colt ai più viene in mente solo la parete di San Paolo. Ma le numerose vie che offre questa montagna non sono limitate alla fascia di roccia subito sopra la strada che porta da Arco a Ceniga. C’è altro, molto altro da scoprire. Tutta la sommità è infatti teatro di brevi ma interessanti linee, sia recenti che un pò più vetuste. In questo angolo un pò nascosto ed un pò dimenticato spicca per bellezza la via “Tu chioda che poi io fa”, sulla Parete Sconosciuta. Solo 4 lunghezze, ottima per mezze giornate invernali e con una roccia di qualità eccelsa.

Il primo tiro è forse il più bello ed interessante. Nulla a togliere ad il resto della salita, ma anche da solo è un monotiro di rara bellezza. La roccia è una tela lavorata a gocce, più o meno fonde, un’opera d’arte a cielo aperto dall’inizio alla fine del tiro. Ne è tappezzato ogni centimetro in altezza e persino in larghezza, gocce belle quanto taglienti. Bastarde a volte. Ma nonostante così tante opportunità possano disorientare la linea è sintuosa e ben delineata: in partenza si rimonta un muretto su roccia giallastra fino ad un alberello che detto francamente sta proprio in mezzo. Da qui parte lo splendido muro verticale. Un piccolo traverso a sinistra precede un ulteriore traverso a destra fino ad incontrare la roccia grigia che ci accompagnerà fino alla fine della via, mutando progressivamente. Non ci sono passaggi particolarmente impegnativi o delicati ed ogni tanto ci sono anche dei buoni riposi. C’è solo qualche breve passaggio d’equilibrio. Alla fine del muretto è presente una piccola cengia, grande giusto la lunghezza di un piede, dove è presente la sosta. 6b, 30m.

La partenza del primo tiro, 6b.

La seconda lunghezza inizia a traversare verso sinistra per evitare le rocce rotte soprastanti. Dopo giusto qualche metro ci si trova sotto la verticale di un’altro muretto grigio. Questa volta le gocce lasciano il posto ai classici conglomerati della valle ma l’arrampicata rimane comunque interessante. Il singolo ad inizio muretto da il grado a tutto il tiro e ci si può godere il resto della lunghezza in serenità. Si esce dopo poco su cengia dove si trova la solida sosta. 6a, 30m.

Il terzo tiro rimonta i facili gradoni sulla sinistra della sosta per poi entrare nella vegetazione sulla destra. A questo punto si percorre qualche metro tra cespugli ed alberi prima di raggiungere la sosta successiva posizionata alla base del diedro dell’ultimo tiro. La difficoltà maggiore del tiro si è rivelata essere proprio la sosta, se si è bassi ci si deve un po’ arrangiare. 4c, 30m.

Il traverso della terza lunghezza, 4c.

L’ultima lunghezza risale il bel diedro obliquo sulla destra della sosta. Le difficoltà del tiro sono contenute e la chiodature è ottima. Il passaggio chiave è l’uscita dal diedro stesso che, tuttavia, si effettua in totale sicurezza. Da qui in poi si sviluppa una bellissima placca molto appoggiata, peccato proprio per l’eccessiva inclinazione che rende i passaggi non troppo interessanti. La roccia risulta molto compatta e continuando a risalire veticalmente e poi leggermente a destra si giunge all’uscita della via. 5c, 45m.

Il bel diedro dell’ultimo tiro, 5c.

Salita molto bella e di soddisfazione su roccia fantastica. La chiodatura estremamente revvicinata rende ogni passaggio facilmente azzerabile. Complimenti all’apritore, linea molto consigliata.

Porci con le ali

Oggi prima esperienza in cordata con Umberto. Al momento di scegliere la via eravamo molto indecisi sulle mille opportunità che la valle del Sarca offre, ma un pò per le difficoltà abbastanza contenute, la lunghezza e sopratutto per il nome, decidiamo per “Porci con le ali” sulla parete di San Paolo. Ci troviamo alle 8:45 a Trento, così da essere in parete verso le 10:00-10:30. La mattinata è molto fredda, bruma ovunque e una fatica bestia a sbrinare i vetri delle auto, ma si parte comunque, porci ma tosti. Arrivati alla base della parete della lunghissima parete di San Paolo, ci mettiamo un pò a trovare l’attacco della via, nascosto in fondo ad un canalone non troppo visibile dal sentiero che costeggia la parete. Il sole, finalmente, fa capolino, e ad attenderci un monito d’avvertimento:

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Un avvertimento: La roccia sarà friabile sul primo tratto

 

La via ha due partenze distinte. La prima, quella originale, segue una facile rampa arborea di IV grado. La seconda, decisamente più impegnativa e appagante, sale diritta su roccia rossa non sempre solida per due tiri fino a collegarsi con l’originale, con difficoltà rispettivamente di 6b e 6a. Decidiamo di optare per quest’ultima soluzione per rendere la salita più interessante.

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Simone sul tratto di 6b del primo tiro

Il prmo tiro parte subito tosto su roccia friabile e leggermente strapiombante nel tratto iniziale, per poi uscire da un dietro su facile e gradonato traverso verso destra, poco protetto. Il sole ha appena accarezzato la parete dopo una fredda nottata, e la roccia è gelida. I polpastrelli, già poco sensibili dalle basse temperture invernali, perdono ancora più senibilità a contatto con la parete, e questo decisamente non aiuta visto che le prese su questo tratto non sono belle scavate, ma appena accennate. Parto convinto, con l’idea di raggiungere il sole e il caldo qualche metro più in alto, e molto prudentemente appoggio il peso su gli appigli che a tastoni sembrano più solidi, ma nessuno di essi mi da realmente una sensazione di sicurezza, ed ogni tanto quanlche sasso vola di sotto. La partenza è molto particolare, sormonto un sasso alla base e rinvio. Salgo sulla destra per poi traversare atleticamente verso sinistra su minuti appigli e sormontare la prima difficoltà. Qui si può subito recuperare le prime fatiche con un buon resting prima di ripartire su un marcato diedro abbastanza appigliato. In poco tempo sormonto anche quest’ultimo e una serie di gradoni mi accompagna al primo punto di sosta. (6b, 4a)

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Umberto sul secondo tiro

Il secondo tiro è un traverso obliquo sotto un tetto. Qui la roccia diventa più solida e compatta e il sole crea una temperatura più ideale con cui scalare. Sormontati i due gradoni iniziali si traversa verso destra fino ad uno spit posto sotto una visibile clessidra. Qui la linea suggerisce un approccio diretto all’uscita a lato del tetto, ma gli appigli scarseggiano e le difficoltà aumentano decisamente. Le tracce di magnesio di precendenti cordate mostrano la corretta via. si traversa obliquamente a sinistra su comodi appigli fino alla base del del tetto. Da qui si traversa verso destra per raggiungere l’uscita. Fondamentale in questo tratto è la lettura della via più facile senza farsi condizionare da quella più corta. Fantastico esempio di cosa significhi leggere la parete. La via prosegue con un traverso esposto su placca grigia con i piedi in aderenza. Particolarità di questo traverso è il suo sviluppo leggermente indirizzato verso il basso, fino alla seconda sosta. (6a, 5c il traverso).

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Umberto in uscita del terzo tiro

Il terzo tiro è un lungo e facile traverso verso destra su una cengia che parte larga e friabile, per finire stretta e solida. (5a)

Il quarto tiro è decisamente il più bello. Si traversa sotto un pronunciato tetto verso destra, fino a sormontarlo dove l’ampiezza è minore. Il traverso sotto il tetto è su placca appena appoggiata, non banale, con chiodatura abbastanza lunga. Durante l’intero traverso il corpo è appiccicato alla roccia per evitare di perdere aderenza con le scarpette. Gli appigli per le mani ci sono e sono scavati il giusto per tenersi in equilibrio. Il lavoro maggiore qui lo fa la testa che è alla continua ricerca di un equilibrio, interiore ed esteriore. Superato il lungo traverso ci aspetta da salire il tetto. Appena alzo lo sguardo non vedo che roccia, il tetto è così vicino e sporgente che ne vedo malapena lo sbalzo. Allungo un braccio alla volta e tasto alla cieca la roccia soprastante. E’ tutta incredibilmente appigliata, e la difficoltà principale sta nel trovare la crepa migliore alla quale affidarsi. Con un passo atletico e un leggero spostamento ancora verso destra sormonto il tetto e respiro. la sosta è una decina scarsa di metri più in alto, ma le difficoltà sono passate. (6a)

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Umberto sul quinto tiro

La quinta lunghezza è un ammasso verticale di blocchi incastonati l’uno con l’altro, tutti in equilibrio precario. Nonostante le difficoltà siano contenute, è il tratto più pericoloso della via e va affrontato con estrema cautela. Ogni appoggio deve essere attentamente controllato e ogni carico ponderato. Superato questo muretto verticale zigzagando da sinistra a destra e da destra a sinistra per arrampicare sulla roccia più solida possibile si giunge sotto un piccolo tetto dove dovrebbe esserci una sosta. (5b)

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Simone sull’ultima lunghezza

La sesta e ultima fatica della via è su placca stupenda e super compatta. Il tetto non è troppo alto ed è veramente ben appigliato anche se i piedi oscillano nel vuoto. Per superarlo è necessario un atletico balzo. Superato questo, 10 metri di facile placca conducono rapidamente e senza troppe difficoltà alla fine della via. (5c, 5b)

In complesso la salita è stata appagante, con dei bei spunti di arrampicata, su roccia molto varia, dalle frastagliate ed instabili rocce rosse ai placconi solidi e aderenti grigi. Anche le tecniche variano molto su questa via, si passa dalla verticalità all’orizzontalità con i traversi, dai movimenti esplosivi dei tetti, alla delicatezza della placca.

“I porci c’erano, le ali per fortuna non sono servite”.

La Cengia rossa

Dopo un lungo periodo di pausa dovuto al tempo non proprio clemente, finalmente venerdì sera ci siamo trovati per decidere l’itinerario della domenica. Tra i tanti nomi papabili è spiccato su tutti “La cengia rossa” sulla parete di San Paolo ai piedi del monte Colt, una via di 7 lunghezze tra il 5a e il 6a. La domenica il ritrovo è alle 13:15 pronti per il breve viaggio fino ad Arco che è durato 45 minuti, tranquillo e senza traffico eccessivo. Il sole ci ha accompagnati lungo tutto il tragitto di andata, stimolando le nostre aspettative di una bella giornata. Arrivati a destinazione parcheggiamo appena dopo del sentiero che sale zigzagando verso la falesia di San Paolo, e ci incamminiamo verso l’inizio della via. Purtroppo il sole ci sta già abbandonando in quanto la parete è completamente esposta ad ovest, ma non ci facciamo scoraggiare, caschetto, imbrago, moschettoni, fetucce e si parte.

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La via parte senza troppe pretese su gradini per 20 metri circa su roccia solida e aderente, per prendere un pò di confidenza con la via. La monotonia della scaletta viene interrotta a fine tiro da un pilastrino che esce prepotente dalla parete. La logica della via suggerisce il modo migliore per superarlo: rimontarlo centralmente per poi traversare verso destra per raggiungere l’anello di sosta. Per guadagnare quota al fine di raggiungere il comodo svaso posto in alto a destra del blocco, su un lato del pilastro, nascosta, c’è una buona lama per la mano sinistra. Qui il lavoro di spalla è esseziale, si alzano i piedi, si blocca e ci si allunga con la mano destra. Una volta giunti a prese più comode, un elegante traverso ci accompagna fino alla sosta. (4c, passo di 6a)

Il secondo tiro segue un bellissimo e logico diedro giallo per 20 metri, tutto ben scavato e appigliato. La progressione è facilitata dal fatto che la faccia sinistra è completamente a scalini, soprattutto nella parte superiore. La parte inferiore, invece, offre gradevoli oppsizioni tra i due lati del diedro. Un esposto traverso verso sinistra porta infine all’anello di sosta. (5b)

Il terzo tiro è il più impegnativo sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. E’ principalmente composto da 3 diverse difficoltà, la prima è il superamento di un tettino gradato 6a, lungo il quale le comode fessure incontrate fino a questo punto sulla salita, lasciano spazio a piccoli e minuti solchi da lavorare in aderenza. Su molte guide questo tratto è segnalato come A0, in quanto per non scervellarsi e consumare troppe energie, è possibile farsi scaletta con una fetuccia e rinviare sullo spit successivo. Dopo un pò di tentativi seguiamo il consiglio di azzerare il passaggio e di fronte a noi ci aspetta una bella placca che va traversata verso sinistra. Qui la roccia è leggermente consumata e unta per quanto riguarda gli appoggi per i piedi, per le mani, invece, ritornano a farsi vive profonde crepe nella roccia. Sebbene la difficoltà non sia eccessiva, il fattore psyco è altamente amplificato dal fatto che il prossimo spit è abbastanza distanziato per gli standard visti fino ad ora durante la salita. Superato questo tratto intermedio, si scollina su ampio terrazzo dopo un ultimo tratto di placca con grandi fessure. (6a/A0, 5c, 5b)

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Il quarto tiro è una semplice attraversata del manto erboso poco esposto di circa 10 metri.

Il quinto tiro parte col botto. Eliminata la “pressione” dovuta all’altezza siamo accolti da un bellissimo tratto boulderoso che in 7 metri ci invita al superamento, dapprima di una pronunciata pancia, ed in seguito di un piccolo tettino. Le difficoltà sono poche e gli svasi abbondano. Superato questo tratto ci si trova sopra un terrazzino, dal quale parte una bella placca appoggiata d superare in aderenza col corpo attaccato alla roccia per i primi metri, per poi ritrovare delle comode lamette in uscita di tiro. (5b)

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La sesta lunghezza parte con uno strano boulder in partenza poco logico. La naturale linea della salita ci porterebbe a destra, ma lo spit è distante a sinistra. Gli appigli sono comunque buoni su tutta la roccia. La via prosegue su facile scaletta rocciosa ben appigliata, fino a raggiungere il traverso che porta all’anello di sosta. (5a)

L’ultimo tiro è forse il più bello ed esposto. La grande cengia rossa ci sovrasta, ma per raggiungerla bisogna superiore un’ultima placca interrotta da grandi buconi. Si parte con un suggestivo traverso verso destra che rimonta un piccolo tetto sul vuoto. Qui la fatica si inizia a sentire, ed è veramente difficile cogliere la magnifica essenza della linea con tranquillità. La salita continua su svasi enormi fino all’uscita su roccia rossa. (5b)

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La vetta della via offre un magnifico panorama sulla valle del Sarca e sul castello di Arco.

Considerazioni