Diedro Baldessarini

Ci sono giornate in cui ti svegli carico per salire qualche bella via suggestiva ed impegnativa, una di quelle che hanno fatto la storia e invece il tuo partner te ne propone una che solitamente non prenderesti nemmeno in considerazione perchè non la ritieni abbastanza fascinosa per i tuoi gusti e quindi, un po’ ingiustamente, la snobbi. Alla fine accetti la proposta, anche se un po’ di malavoglia, prepari il materiale e parti all’avventura. Una cosa pero’ è certa: le cose inaspettate sono sempre poi in realtà le più belle.

La via in questione, “Diedro Baldessarini”, ha subito notevoli mutamenti nel corso del tempo, con l’apertura di svariate varianti che hanno reso la salita più continua e su roccia più solida, rendendola nel complesso molto più godibile.

Il primo tiro non è comunque dei migliori: sale su rocce frastagliate dove bisogna fare molta attenzione a qualsiasi cosa si tocca ed ogni protezione che si prova a piazzare onestamente risulta abbastanza precaria. Come riferimento si punta verso un cordone bianco situato circa una decina di metri più in alto dove si rinvia. Poco più in alto è presente un altro chiodo che, nonostante le difficoltà siano limitate, ci fa sentire più tranquilli. Si continua verso la base di un alberello dove si attraversa, infine, verso sinistra fino alla sosta su fix. 35m, V-.

Stefano sul primo tiro, V-.

La seconda lunghezza sale verticale dalla sosta precedente oltrepassando un chiodo a pressione e seguendo la progressione di clessidre e chiodi presenti. Qui si arrampica su bella placca compatta, ben protetta e con movimenti davvero meritevoli. Si giunge presto alla base di uno strapiombetto, posto leggermente più a sinistra della verticale, costituito da rocce rotte ma belle solide. Una volta sormontato quest’ultimo si esce in direzione di un piccolo arbusto che, una volta sorpassato, rivela i fix della sosta posta alla base dell’evidente diedro. 20m, VI.

In uscita dalla seconda lunghezza, VI.

Questi primi due tiri sono in realtà una variante della linea originale che saliva poco più a sinistra della nostra sosta su roccia molto precaria.

Il terzo tiro segue il diedro rosso e giallo in tutta la sua interezza. Sale obliquando verso sinistra costringendo ad alcuni classici movimenti in spaccata tra le due facce. Verso la metà è presente un allungo non proprio semplice per arrivare ad una buona presa in alto. Alzare bene i piedi è di fondamentale importanza. Anche l’ultimo passo, prima di uscire dal diedro, ospita qualche difficoltà: con decisione si portano i piedi sulla placconata di sinistra per poi rientrare nel diedro e seguirlo fino al suo termine dove si sosta su di un albero. Il tiro è completamente da proteggere. 25m, VI.

Il diedro rosso della terza lunghezza, VI.

La quarta lunghezza sale verso destra dove un diedro grigio, con al suo interno una appena accennata fessura, obbliga a passaggi atletici su prese non ottime per le mani. Ogni passaggio va attentamente ponderato ed eseguito con decisione. Nemmeno i piedi sono molto buoni ma osservando bene si trova sempre qualche tacchetta qua e la dove poter caricare il peso. Passata la metà del diedro si riesce ad usufruire di una fessura posta sulla destra con mani decisamente più comode rispetto alla precedente. Al di sopra del diedro si continua dritti su rocce rotte uscendo infine su una grande cengia. Qui è necessario fare molta attenzione sia ai massi instabili che al possibile fogliame presente (essendo alla nostra ripetizione autunno inoltrato) che rende la progressione più instabile. Con percorso non obbligato si punta verso destra alla base del grande diedro. 35m, VI+.

Anche quest’ultimo tiro in realtà è un variante della linea originale.

Il quinto tiro sale, almeno per i primi 7 metri, la placchetta con roccia gialla posta a sinistra del diedro. A dire la verità non dà la sensazione di non essere molto solida, ma al nostro passaggio fortunatamente è rimasto tutto al suo posto. Passati i primi tre chiodi sembrano ora esserci 2 varianti: un cordone rosso ancora a sinistra del diedro ed un chiodo all’interno del diedro stesso. Optiamo di proiettarci all’interno dove c’è abbondanza di prese ma la roccia è sempre un po’ da valutare. Saliamo fino all’altezza di un fico dove, sopra di esso, è presente la sosta su 3 chiodi. Ad ogni modo consigliamo di integrare la sosta con il fico in quanto la roccia sotto i chiodi non è delle migliori. 20m, VI.

L’inizio del quinto tiro, VI.

La sesta lunghezza è a nostro parere la più bella di tutta la via. Sale ancora a tratti interna al diedro, questa volta grigio e molto compatto, e a tratti esterna su placca plasmata da gocce stupende. Proprio quest’ultima presenta movimenti molto belli e tutti diversi tra loro con la possibilità di riposare dopo ogni singolo passaggio. L’unica nota negativa è che lo spazio dove poter posizionare protezioni non è molto. Si arriva quindi al di sotto di un tetto che si sale aggirandolo sulla sinistra, con comoda presa al di sopra di esso da spallare di destro per giungere in sosta composta da 1 fix e 2 chiodi. Bellissimo movimento. 25m, VI+.

La sesta lunghezza vista dall’alto, VI+.

Il settimo tiro continua in verticale fino alla base di un tetto dove inizia un bel traverso esposto verso destra su buone prese. A metà del traverso è presente un passo in allungo dove con una spaccata, su piccoli appoggi per i piedi, ci si porta al di fuori delle difficoltà. Passo non banale. Usciti dal traverso si continua a salire su buone prese fino ad uscire dalla via con sosta da attrezzare su albero. 25m, VI.

Stefano sul traverso per uscire dalla via, VI.

La via originale a metà del traverso salirebbe in verticale su rocce rotte. Evitate.

La via nel complesso presenta roccia buona, ottima a tratti, con ormai le parti meno solide ripulite dalle numerose ripetizioni. Non presenta ancora usura nei passaggi chiave. Anche se all’apparenza può sembrare una via che sale prevalentemente in diedro, con arrampicata monotona, presenta invece passaggi in placca, in fessura ed in generale mai banali ne ripetitivi. Le protezioni lungo la via sono presenti in quantità sufficiente ma alcuni tratti necessitano di essere integrati. A nostro avviso una bella via che merita sicuramente di essere ripetuta con entusiasmo.

Minuetto a Ceniga

Il primo tiro parte subito con un passaggio duro, giusto perchè riscaldarsi è ormai una cosa troppo mainstream, bisogna essere un po’ alternativi. Risale verticalmente la placca per alcuni metri per poi iniziare ad obliquerare verso destra, su roccia sempre più facile ma delicata, fino a raggiungere la comoda sosta. (6a)

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La seconda lunghezza non presenta particolari difficoltà, si sale leggermente verso destra fino al livello degli arbusti soprastanti, dove si inizia a traversare verso sinistra e passando indifferentemente sopra o sotto l’arbusto situato al centro della parete (il rinvio è stato posto esattamente alla sua sinistra, passando sopra lo si evita ma si evita anche strani giri di corde su difficoltà tutto sommato contenute). La sosta è sulla cengia subito sopra. (5b)

Il terzo tiro è breve ma veramente intenso. Sono si e no 15 metri di pura fisicità su svasi e grandi sassi incastrati che, ad essere sinceri, non danno la sensazione di totale stabilità. Si parte scollinando verso sinistra per risalire poi di alcuni metri in verticale. Da qui la difficoltà maggiore è trovare un modo “semplice” per ritornare verso destra. Il traverso è delicato, su piccole tacche, molto di equilibrio. Le grandi prese tenute fino ad ora non ci sono più e la piccola pancia da oltrepassare sposta il baricentro verso l’esterno. Solo all’estrema destra, vicino alla sosta c’è una comoda lama per rimontare il terrazzino e tirare un respiro di sollievo. (6a+)

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Umberto sul passaggio chiave del terzo tiro (6a+)

Il quarto tiro consente di scaricare un po la tensione accumulata precedentemente per prepararsi alla parte centrale della via, decisamente atletica e continua. Si sale dritti, leggermente verso destra per riportarsi poi verso sinistra sino ad una pianta con cordone. Qui la quida segnala una sosta su pianta, ma 15 metri più in alto ne è presente un’altra meglio attrezzata e facilmente raggiungibile. (5a)

La quinta lunghezza rimonta il bel diedro che parte a destra della sosta. Tutto il diedro è ottimamente appigliato su roccia molto solida, richiede solamente un po’ di atleticità. Al termine parte una bellissima placca a goccie che obliqua verso sinistra, al termine della quale è presente la sosta. (6a+)

Il sesto tiro è uno dei più belli della via. Si rimonta il diedro soprastante con partenza non banale fino a raggiungere il bordo verso sinistra dove ci attende un traverso verso su placca liscia, totalmente di equilibrio. (6b/6b+)

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Sul passaggio chiave del sesto tiro (6b+)

Anche il settimo tiro è degno di nota. Spettacolare è il senso di instabilità che ci accompagna per tutto il tratto. Si costeggia il tetto fino al suo termine, dove lo si rimonta nel tratto in cui è più debole, con passaggi decisi, di forza, su prese ben scavate. (6b)

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Al termine della settima lunghezza (6b)

L’ottava lunghezza rimonta inizialmente una delicata fessura, per poi sgradare su placca ben appigliata (6a+)

Gli ultimi tiri non presentano particolari difficoltà, se non quella di aggirare la vegetazione varia che anticipa il raggiungimento della vetta. (max. 5a)

La Cengia rossa

Dopo un lungo periodo di pausa dovuto al tempo non proprio clemente, finalmente venerdì sera ci siamo trovati per decidere l’itinerario della domenica. Tra i tanti nomi papabili è spiccato su tutti “La cengia rossa” sulla parete di San Paolo ai piedi del monte Colt, una via di 7 lunghezze tra il 5a e il 6a. La domenica il ritrovo è alle 13:15 pronti per il breve viaggio fino ad Arco che è durato 45 minuti, tranquillo e senza traffico eccessivo. Il sole ci ha accompagnati lungo tutto il tragitto di andata, stimolando le nostre aspettative di una bella giornata. Arrivati a destinazione parcheggiamo appena dopo del sentiero che sale zigzagando verso la falesia di San Paolo, e ci incamminiamo verso l’inizio della via. Purtroppo il sole ci sta già abbandonando in quanto la parete è completamente esposta ad ovest, ma non ci facciamo scoraggiare, caschetto, imbrago, moschettoni, fetucce e si parte.

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La via parte senza troppe pretese su gradini per 20 metri circa su roccia solida e aderente, per prendere un pò di confidenza con la via. La monotonia della scaletta viene interrotta a fine tiro da un pilastrino che esce prepotente dalla parete. La logica della via suggerisce il modo migliore per superarlo: rimontarlo centralmente per poi traversare verso destra per raggiungere l’anello di sosta. Per guadagnare quota al fine di raggiungere il comodo svaso posto in alto a destra del blocco, su un lato del pilastro, nascosta, c’è una buona lama per la mano sinistra. Qui il lavoro di spalla è esseziale, si alzano i piedi, si blocca e ci si allunga con la mano destra. Una volta giunti a prese più comode, un elegante traverso ci accompagna fino alla sosta. (4c, passo di 6a)

Il secondo tiro segue un bellissimo e logico diedro giallo per 20 metri, tutto ben scavato e appigliato. La progressione è facilitata dal fatto che la faccia sinistra è completamente a scalini, soprattutto nella parte superiore. La parte inferiore, invece, offre gradevoli oppsizioni tra i due lati del diedro. Un esposto traverso verso sinistra porta infine all’anello di sosta. (5b)

Il terzo tiro è il più impegnativo sia dal punto di vista fisico che da quello mentale. E’ principalmente composto da 3 diverse difficoltà, la prima è il superamento di un tettino gradato 6a, lungo il quale le comode fessure incontrate fino a questo punto sulla salita, lasciano spazio a piccoli e minuti solchi da lavorare in aderenza. Su molte guide questo tratto è segnalato come A0, in quanto per non scervellarsi e consumare troppe energie, è possibile farsi scaletta con una fetuccia e rinviare sullo spit successivo. Dopo un pò di tentativi seguiamo il consiglio di azzerare il passaggio e di fronte a noi ci aspetta una bella placca che va traversata verso sinistra. Qui la roccia è leggermente consumata e unta per quanto riguarda gli appoggi per i piedi, per le mani, invece, ritornano a farsi vive profonde crepe nella roccia. Sebbene la difficoltà non sia eccessiva, il fattore psyco è altamente amplificato dal fatto che il prossimo spit è abbastanza distanziato per gli standard visti fino ad ora durante la salita. Superato questo tratto intermedio, si scollina su ampio terrazzo dopo un ultimo tratto di placca con grandi fessure. (6a/A0, 5c, 5b)

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Il quarto tiro è una semplice attraversata del manto erboso poco esposto di circa 10 metri.

Il quinto tiro parte col botto. Eliminata la “pressione” dovuta all’altezza siamo accolti da un bellissimo tratto boulderoso che in 7 metri ci invita al superamento, dapprima di una pronunciata pancia, ed in seguito di un piccolo tettino. Le difficoltà sono poche e gli svasi abbondano. Superato questo tratto ci si trova sopra un terrazzino, dal quale parte una bella placca appoggiata d superare in aderenza col corpo attaccato alla roccia per i primi metri, per poi ritrovare delle comode lamette in uscita di tiro. (5b)

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La sesta lunghezza parte con uno strano boulder in partenza poco logico. La naturale linea della salita ci porterebbe a destra, ma lo spit è distante a sinistra. Gli appigli sono comunque buoni su tutta la roccia. La via prosegue su facile scaletta rocciosa ben appigliata, fino a raggiungere il traverso che porta all’anello di sosta. (5a)

L’ultimo tiro è forse il più bello ed esposto. La grande cengia rossa ci sovrasta, ma per raggiungerla bisogna superiore un’ultima placca interrotta da grandi buconi. Si parte con un suggestivo traverso verso destra che rimonta un piccolo tetto sul vuoto. Qui la fatica si inizia a sentire, ed è veramente difficile cogliere la magnifica essenza della linea con tranquillità. La salita continua su svasi enormi fino all’uscita su roccia rossa. (5b)

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La vetta della via offre un magnifico panorama sulla valle del Sarca e sul castello di Arco.

Considerazioni