Cane Cico

Cima alle Coste, in valle del Sarca, offre numerosi itinerari di diversa lunghezza e difficoltà. L’antiscudo, nello specifico, si presta bene a linee corte per tempo incerto o per le brevi giornate invernali. Cane Cico, che sale più o meno a metà parete, è una di queste. Recensita come S1, e con i gradi relativamente bassi sembra perfetta come plaisir di fine stagione. Ormai a fine novembre e con il termometro che segna -1°C al parcheggio ci avviamo verso l’attacco.

Il primo tiro inizia alla sinistra della targhetta su cui è riportato il nome della via: “In memoria di un cane di nome Cico”. La linea sale la placchetta verticale per pochi metri per poi proseguire lungo una evidente fessura orizzontale che porta a traversare verso destra. Gli spit all’interno dell’ampia fessura sono un po’ distanti tra di loro e la roccia non è ottima per cui è opportuno prestare attenzione. Tuttavia le difficoltà di questo primo tratto sono contenute. Una volta rimontata verticalmente la fessura un passo di equilibrio ci porta al di sopra di una piccola cengia su cui è presente qualche arbusto da aggirare. Traversando verso destra, si giunge alla liscia placca sotto la sosta dove si trova il passaggio chiave del tiro. Trovare l’equilibrio giusto per uscire dalla placca è tutt’altro che semplice. A differenza della parte precedente la roccia qui è molto compatta e solida. 20m, 6a.

Simone sul primo tiro, 6a.

La seconda lunghezza prosegue il traverso verso destra iniziato nel primo tiro. Nonostante sia presente qualche spit qua e là, a sinistra e destra della sosta, la linea da seguire per il primo tratto è abbastanza evidente: si segue il cornicione giallo staccato dalla parete principale fino alla cima del dente per poi rimontarlo. Da qui si prosegue sempre verso destra per ancora un paio di metri fino a trovarsi di fronte ad una placchetta intervallata da qualche ciuffo d’erba. La si sale stando a destra dell’albero (lo si può usare come protezione aggiuntiva) fino a giungere all’attacco di un diedrino obliquo che sale verso destra. Si segue quest’ultimo per tutta la sua interezza fino a scorgere la sosta successiva, posta su di un terrazzino un po’ più a sinistra e sotto l’evidente tettino. Il passo per raggiungerla richiede attenzione. Tiro tutto sommato carino anche se non entusiamante, roccia solida dall’inizio alla fine. 30m, 5b.

Sul dente all’inizio del secondo tiro, 5b.

Il terzo tiro parte qualche metro a sinistra della sosta. Il tetto va sormontato atleticamente su prese non proprio ottime. Giunti sulla placca soprastante iniziano i veri problemi: il tratto di 6a+ è veramente tosto! La placca è completamente liscia e non riusciamo a trovare il modo di salirla in libera. Ci troviamo costretti ad azzerrare. La parte superiore del tiro serpenteggia alla ricerca delle zone più solide. In questo tratto la roccia è infatti di qualità scadente e le protezioni, distanti tra loro, non aiutano psicologicamente. Si sale comunque in leggero obliquo verso sinistra fino ad un terrazzino con pianta dove è presente la sosta. 35m, 6a+?

Martina persa nella giungla della terza lunghezza, 6a+.

L’ultima lunghezza, secondo la relazione, dovrebbe essere la più bella e svolgersi su stupenda placconata verticale. Nella realtà la placca c’è, ed è anche bella da vedere, ma salirla in libera è davvero improbabile. La linea quindi purtroppo passa alla sua destra, nel canale erboso e detritico, togliendo tutta la magia creata dall’aspettativa. Il tiro inizia comunque parecchi metri sotto la placca, in un largo caminetto che costringe dapprima a stare sulla parete di destra e spostarsi sulla sinistra una volta terminata. Da qui si procede su placchetta interrota da crepe fino al terrazzino soprastante dove partono gli ultimi metri della via. Qui la qualità della roccia è decisamente scadente e occorre fare molta attenzione a dove si passa. Le protezioni sono parecchio distanziate (anche 7-8 metri) ed in generale non è possibile integrare, è necessario mantenere i nervi ben saldi e rimanere leggiadri. Il canale che costeggia la placconata è molto detritico ma almeno il bordo di sinistra è compatto e ci si può fare affidamento per le mani. Non capiamo il motivo di così poche protezioni in un tratto così delicato, ma in poco tempo raggiungiamo il terrazzino dove è presente l’ultima sosta. Da qui solo un facile muretto ci separa dall’uscita della via. 40m, 5b.

Il canale erboso dove passa l’ultimo tiro, 5b.

In generale, a nostro personale parere, la via non merita una ripetizione. La linea, anche se a tratti scalabile, è molto forzata e la qualità della roccia, almeno nella parte superiore, non è delle migliori. In ogni caso non lasciatevi trarre in inganno dall’S1 proposto: le protezioni partono numerose per poi diradarsi sempre più. Per concludere anche il grado proposto, a nostro avviso, è un pò stretto.

Cima alle coste – Parete di Sherwood – Via Little John

Sveglia 8:30, per preparare il materiale con calma. Manuel passa a prendermi per le 9:30, direzione valle del sarca, Dro per l’esattezza. L’obiettivo: la via Little John sulla parete di Sherwood, un conglomerato roccioso alla base della cima alle Coste. Fermata alle Sarche per i panini e poi dritti in valle. Parcheggiamo presso il campo sportivo in località Oltra, ultima controllata al materiale e ci incamminiamo nella strada forestale proseguendo a destra fino ad una stanga con ometto a sinistra per segnalare l’accesso ai tiri su ghiaione. Proseguiamo costeggiando la roccia per una decina di minuti oltrepassando altri multipitch, fino ad arrivare alla via desiderata. Carichi di passione tocchiamo per la prima volta la roccia, sporchetta a prima vista ma attira.

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Il primo tiro è rabbia e sudore, non per la difficoltà, che non è per nulla eccessiva, ma per la roccia che sembra creare un ossimoro con l’aderenza delle scarpette. La crepa su cui lavorare con le mani c’è, non è comodissima ma neanche malvagia, quello che manca è il grip sui piedi. Sicuro di passare carico sulla gamba destra una volta, scivola, due volte, scivola ancora, provo la terza, niente. A malincuore azzero il passaggio dopo aver consumato fin troppe braccia a freddo per compensare l’equilibrio. L’uscita del tiro è una grande pancia compatta da superare infilando le mani nella crepa di sinistra e progredendo impuntandosi con le punte sulle microtacche presenti sulla placca. Qui la pendenza gioca più a nostro favore, e la sosta viene raggiunta senza troppi problemi.

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Il secondo tiro è il più lungo, più entusiasmante, più vivo. La partenza anche questa volta fa da padrona. La verticalità inizia a farsi sentire e i primi 5 metri vengono superati atleticamente facendo opposizione sul pilastrino staccato di fronte alla parete, fino ad arrivare a sedersi sulla sulla vetta per assicurarsi per la prima volta. In spaccata sul vuoto inizio l’ascesa catapultandomi sulla parete principale, che prosegue in obliquo a destra su placca affiancata sulla sinistra da una crepa. Qui la roccia non è ottima, tasto bene prima di decidere di affidarmi ad un appiglio, e proseguo fino ad un terrazzino dal quale si innalza un pilastrino, l’uscita della seconda lunghezza. Le crepe fino ad ora nostre alleate scompaiono e lasciano spazio a buchetti levigati. La roccia fa un pò pancia e con le mani sulla roccia è difficile vedere dove mettere i piedi. Approfitto per il terrazzino per soffermarmi a studiare il passaggio. Memorizzo i possibili incavi per le scarpette e parto. La crepa da raggiungere sulla destra va presa di rovescio ed è bella comoda, da sicurezza e permette di uscire agevolmente e raggiungere la sosta. Il panorama sulle marocche merita la fatica.

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Il terzo tiro è di passaggio, 10 metri di sentierino sulla roccia non protetto per arrivare all’attacco dell’ultimo tiro. La quarta lunghezza è defaticante, l’arrampicata è principalmente su facili blocchi scollegati l’uno dall’altro, intervallati da terrazzini. La sosta finale va fatta sull’albero superata l’ultima pancia di roccia friabile.

La via è stata divertente e in generale ci ha soddisfati, la qualità della roccia tutto sommato è buona, non ci sono segni di usura, qualche sasso è mobile e le placche sono un po sporche. La chiodatura è molto buona, è quasi inutile integrare con dadi o friends. Le soste sono composte da due fix ognuna, portare cordini per integrare. Il panorama è molto godibile, meglio con un buon panino in vetta.

Qui il link alla scheda della via:

Via Little John – Parete di Sherwood – Cima alle coste sud

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