Spigolo Del Vento

Dopo un sabato intenso è giusto tirare un po’ il fiato e cercare qualcosa di breve e tranquillo per occupare la mattinata prima di tornare alla base. Questa volta la nostra attenzione si sposta sulla parete dei “Due Laghi”, sopra l’abitato di Santa Massenza, ed in particolare sulla via “Spigolo del vento”.

Il primo tiro rimonta atleticamente un muretto leggermente strapiombante ma ben fessurato che proietta l’arrampicatore sulla rampa principale che si segue a fil di spigolo per tutta la sua interezza. La prima sezione non è bellissima e si svolge in zona alberata ed abbastanza terrosa con il diedrino di sinistra un po’ mobile ed instabile sul quale non è possibile fare totale affidamento. Si sale quindi, e per forza di cose, lungo la placca centrale che parte inizialmente fessurata per poi terminare bella liscia. Qui il passo chiave del tiro che costringe a movimenti completamente in aderenza su prese obbligate. Superato questo si giunge alla sosta. 30m, V+.

Martina all’inizio del primo tiro, V+.

La seconda lunghezza continua ora all’esterno della zona boschiva lungo placconata appoggiata a ridosso dello spigolo destro della parete. Dalla sosta la pendenza del muro sembra essere più severa di quello che è realmente e la prima protezione visibile molto in alto, senza possibilità di integrazione intermedia, fa titubare leggermente i primi passi. In realtà una volta che ci si muove si realizza come stanno realmente le cose e la progressione risulta essere piacevole. Raggiunto il primo cordone la placca inizia a fessurarsi ed accoglie ben volentieri dadi e friends. Lungo il tiro sono presenti una manciata di chiodi che direzionano la salita fino alla sosta a lato di un alberello che si raggiunge senza difficoltà rilevanti. 30m, IV+.

Lo spigolo della seconda lunghezza, IV+.

Il terzo tiro riparte sulla falsa riga di quello precedente dove una placconata fessurata ed appoggiata consente una progressione agevole almeno lungo la prima metà. Anche lungo questa lunghezza le protezioni in loco sono abbastanza distanziate ma è sempre facile integrare a dadi e friends. Superata la prima parte la parete torna leggermente a verticalizzarsi, rimanendo comunque appoggiata, e le fessure lasciano spazio a placca più compatta e severa. E’ qui che si trova il passo chiave del tiro lungo spigolo ripido e privo di prese rilevanti. L’ultima larga fessura è occupata da un friend a protezione del delicato passaggio in aderenza che permette di raggiungere il cornicione di una piccola cengia dove, una volta rimontata, si sosta agevolmente. 25m, V+.

Martina alla fine del terzo tiro, V+.

L’ultima lunghezza termina la cavalcata dello spigolo raggiungendo la terrazza boschiva e quindi il sentiero. La placca è ora caratterizzata da larghe fessure che formano una sequenza di blocchi e che possono essere utilizzate per l’inserimento di protezioni rapide. Le difficoltà si concentrano nei metri centrali del tiro ma l’inclinazione della parete e la conformità degli appoggi riducono al minimo l’ingaggio. Superata questa sezione la via prosegue ora lungo roccia rotta e facili risaltini che piano piano si addentrano nel boschetto sommitale e l’arrampicata muta in facile camminata. Si raggiunge quindi il sentierino di discesa dove si attrezza la sosta su di un arbusto a piacimento. 25m, IV.

Gli ultimi metri nel bosco, IV.

Via corta e semplice che si svolge lungo spigolo appoggiato ma dove la distanza delle protezioni in loco necessita una buona padronevolezza del grado e di sapersi proteggere dove necessario. Il primo tiro è spesso sporco visto che inizia nel canale dove si accumulano tutto il terriccio e le foglie che cadono dal bosco soprastante. Il resto dei tiri è pulito e godibile.

Giubileo

Dopo qualche weekend di tempo incerto torniamo in valle del Sarca per rimettere le mani sulla roccia. Di buon mattino ci dirigiamo verso la parete dei “Due Laghi”, sopra l’abitato di Santa Massenza, dove la primavera scorsa avevamo salito la via “Gran Diedro” apprezzandola particolarmente. Sicuri che nemmeno stavolta saremmo tornati a casa delusi ci dirigiamo verso l’attacco della via “Giubileo” che sale la placconata all’estrema destra della parete.

Il primo tiro sale la lunga placconata fessurata e leggermente appoggiata che crea un corridoio tra gli alberi alla fine del bosco. L’arrampicata è prevalentemente di aderenza con i piedi che si spostano su piccoli appoggi. Le mani seguono invece le fessure verticali che incidono la parete e che vanno utilizzate per l’inserimento di dadi e friend a protezione della progressione, visto che il materiale a parete è decisamente raro e distanziato. Si sale senza troppe difficoltà fino ad un primo cordone che si supera raggiungendo un fix qualche metro più in alto. Qui è presente il tratto chiave del tiro: un breve traverso verso destra, in aderenza su rientranze, che porta allo spigolo della parete dove si prosegue più agevolmente in fessura. Dopo poco si raggiunge un terrazzino che spezza la continuità ma si riprende subito lungo la placca successiva seguendo, anche qui, la fessura che la solca. Ancora qualche passo in aderenza, passando una coppia di cordoni, e si arriva sulla comoda terrazza dove è possibile attrezzare la sosta unendo fix e fix+anello. 50m, VI.

Simone lungo la prima lunghezza, VI.

La seconda lunghezza prosegue lungo la placca successiva con arrampicata analoga a quella del tiro precedente visto che pendenza e conformità della roccia sono simili. I primi metri, tuttavia, non sono caratterizzati da fonde fessure ma si arrampica piuttosto su piccole tacche ed appoggi. Le fessure arrivano solo dopo una decina di metri dove è possibile iniziare ad inserire anche le prime protezioni sfruttando anche qualche clessidra quà e là. Giunti in corrispondenza di un alberello sulla destra il muro diviene più verticale e l’arrampicata più impegnativa. Superato un chiodo si rimane sulla destra per vincere gli ultimi metri che antecedono la sosta posta al di sopra di un tronco. 30m, V+.

La placca della seconda lunghezza, V+.

Molto bello è il terzo tiro che ospita, almeno su placca, i passi più sostenuti dell’itinerario. Qui infatti il muro si verticalizza notevolmente e gli appoggi tendono a scarseggiare costringendo spesso ad incastrare i piedi all’interno delle fessure. Anche le protezioni sono allegre e psicologicamente si sente nonostante sia possibile integrare con friends. Vista la grandezza pressochè lineare della fessura che solca questo tatto è consigliato raddoppiare almeno i friends verde, rosso e viola. Verso metà del muretto è presente un fix che antecede qualche presa comoda dove è possibile riposare a turno i piedi prima del passo chiave: un traverso verso destra con piedi in aderenza e mani alla ricerca di minute tacchette che permettono di mantenere l’equilibrio. L’obiettivo è quello di raggiungere la larga fessura di destra che prosegue poi obliquando verso sinistra fino alla sosta successiva. Attenzione alla base della fessura perchè sono presenti dei massi non proprio stabili. Si sosta una volta raggiunto un terrazzino alberato su fix e fix+anello. 35m, VI.

L’impegnativa fessura del terzo tiro, VI.

La quarta lunghezza completa la placconata che ci ha fatto compagnia fino ad ora. L’arrampicata, rispetto al tiro precedente, è più semplice grazie alla roccia frastagliata che compone i primi metri. Terminata questa inizia una larga fessura molto accogliente per le mani con i piedi che rimangono invece a spalmo lungo le placchette laterali. Si raggiunge un cordone bianco dove si inizia a traversare verso sinistra in direzione del punto più debole del tetto che chiude la placca. Qui è presente un fix a protezione del passaggio, non semplice, che permette di rimontarlo uscendone poi a sinistra. Si incontra quindi un secondo fix e si prosegue con il traverso sulla parete successiva. Raggiunto un arbusto si torna a salire verticalmente giungendo alla base di uno strapiombetto che si rimonta atleticamente sfruttando le belle prese in alto a sinistra. Si giunge così al terrazzino di sosta dove si attrezza su solido albero. 40m, VI.

Simone sulla quarta lunghezza, VI.

Il quinto tiro è di collegamento e permette di raggiungere il diedro successivo. La lunghezza si sviluppa verso sinistra attraversando dapprima una larga cengia per giungere poi ad uno zoccoletto roccioso che si risale senza difficoltà. Più arduo è invece salire il muretto successivo dove è necessario inerpicarsi sugli arbusti che lo antecedono per raggiungere la sommità dove penzola un cordone non visibile dal basso. Da qui si inizia un traverso in direzione del diedro su roccia a terrazzini che si seguono, in leggera discesa, fino alla base del diedro. Risalendo per alcuni metri si incontra la sosta. 25m, V.

Martina al termine del quinto tiro, V.

La sesta lunghezza riprende a salire più verticale lungo il bellissimo diedro fessurato oltre la sosta. Questo, di roccia solida e compatta, è veramente un piacere da salire vista la fessura accogliente e i buoni appoggi per i piedi che si susseguono lungo tutto il tratto. Il diedro è quasi completamente da attrezzare ma gli spunti per inserire dadi e friends sono molteplici e la progressione risulta piacevole e sicura. Quando il diedro termina ostacolato dalla vegetazione è il momento per abbandonarlo in favore della paretina di sinistra con evidente chiodo nel mezzo. Un passo deciso su tacche consente di raggiungere il bordo superiore del muretto che si rimonta attraverso semplice ribaltata raggiungendo così la sosta da attrezzare. 30m, V+.

Il muretto finale della sesta lunghezza, V+.

Il settimo tiro continua a destra della sosta lungo il camminamento che conduce ad una rampa inizialmente terrosa ed arborea ma che mano a mano che si prosegue diventa rocciosa e verticale. Si oltrepassa una grande orecchia staccata, che suona a vuoto, e si giunge alla base di una placchetta che si aproccia rimanendone sul bordo di destra e proseguendo lungo il diedro successivo. Quando questo è chiuso dalla vegetazione si piega verso sinistra per affrontare il muretto vertiale e fisico che conduce all’inizio del caratteristico traverso su placconata. Con arrampicata di equilibrio si affrontano i primi metri del traverso che discendono leggermente seguendo gli evidenti appoggi per i piedi che terminano in corrispondenza di un fix con cordone penzolante. Qui la placca è troppo severa per essere affrontata in libera ed è necessario fare affidamento al cordoncino su fix per pendolare quanto basta a raggiungere lo spigolo sinistro della placca e proiettarsi così sulla sosta poco più in là. 40m, VI e A0.

Il traverso finale del settimo tiro, VI e A0.

L’ultima lunghezza riparte in leggera discesa rispetto alla sosta attraverso breve traverso in aderenza e non proprio semplice. Si raggiunge quindi un piccolo terrazzino dove si torna a salire in verticale, lungo placchetta grigia e compatta, fino a trovarsi a ridosso dello strapiombo che la chiude. Qui si prosegue all’interno di un diedro che si vince uscendo sullo spigolo e continuando senza ulteriori difficoltà fino al raggiungimento del boschetto sommitale dove si attrezza l’ultima sosta. Attenzione lungo i primi metri della lunghezza visto che sono sprotetti e non facilmente proteggibili. 35m, VI.

Martina al termine della via, VI.

Via molto interessante dallo stile vario e su difficoltà costanti. La parte inferiore si svolge lungo solide placconate incise da fessure dove è fondamentale sapersi proteggere bene a dadi e friend. La parte superiore invece si destreggia attraverso una serie di diedri fino in vetta. Nel complesso una linea divertente e piacevole, molto consigliata!

Il Gran Diedro

Un caldo torrido accomagna la nostra discesa in Valle del Sarca già nelle prime ore della mattina. E giusto che i temporali dell sera precedente qualcosa hanno rinfrescato! Questa volta la meta è Santa Massenza, la parete è quella dei “Due Laghi” e la via è “Il Gran Diedro”. Il sole, bello alto nel cielo, ci ha fatto sudare durante il breve avvicinamento ma alla base della parete soffia una leggera brezza rinsaviente che ci fa ben sperare ma che si rivelerà illusoria. Oramai siamo qui, si sale!

Il primo tiro, molto corto, sale la breve fessura verticale, particolarmente svasa e stondata per via dell’erosione dell’acqua che la ha lisciata. Questo rende la progressione ostica soprattutto dalla metà del muretto in poi dove la parete si verticalizza maggiormente ed il grip viene meno. L’arrampicata si svolge prevalentemente con le mani all’interno della fessura alla ricerca degli incastri più sostenibili mentre i piedi spingono ed equilibriano lungo le pareti laterali intervallate, quà e là, da incavi stondati dove appoggiare la punta delle scarpette. Verso il termine la fessura spancia verso l’interno ed un piccolo arbusto, con cordone penzolante, ostruisce il passaggio rendendolo difficoltoso da affrontare senza usufruire dell’arbusto stesso in quanto le prese “comode” sono abbastanza lontane dalle ultime prima della pancia. Ci si trova dunque al di sopra di un evidente terrazza che si segue senza difficoltà fino al raggiungimento della base del diedro dove si sosta agevolmente. 15m, VI-.

Simone lungo il primo tiro, VI-.

La seconda lunghezza segue brevemente la rampa appoggiata, che corre sulla parete di destra del diedro, fino ad un evidente arbusto. Da qui si prosegue verso sinistra lungo muri più verticali fino alla sosta. I primi metri risultano facili grazie ai molteplici appigli che offre la roccia lungo entrambe le pareti del diedro. Raggiunto l’albero ci si sposta leggermente verso destra per superarlo e montarci inevitabilmente sopra prima di approcciare la parete successiva. Questa, molto breve, conduce ad un primo terrazzino roccioso che si segue fino alla base del muretto finale del tiro. Nonostante la linea di chiodi segua l’evidente fessurina di sinistra si tende con il corpo a rimanere piuttosto centrali, almeno nella parte iniziale, così da sfruttare a pieno l’appoggio del muretto di destra che consente di guadagnare i primi metri. Rientrando verso sinistra si esce su cengia terrosa oltre la quale è presente la sosta. 30m, VI-.

L’inizio della seconda lunghezza, VI-.

Il terzo tiro prosegue lungo il diedro oltre la sosta attraverso arrampicata bella ma piuttosto monotona alla lunga. Si inizia approcciando una rampetta che, obliquando verso sinistra, conduce al diedro vero e proprio. Questo tratto è poco protetto ma è possibile inserire qualcosa quà e là. Tutt’altra storia è invece il proseguo del diedro dove i chiodi abbondano anche se il loro stato non è certo dei migliori e qualcuno non avrà vita lunga. Nonostante questo la progressione risulta essere sicura se integrata, ogni tanto, con qualche protezione rapida lungo la fessura che separa le pareti. L’arrampicata risulta essere un automatismo che presto si padroneggia: mani lungo le fessure o sulle presette di sinistra e piedi che si alzano in modo alternato lungo le pareti laterali sfruttando gli appoggi naturali della roccia. Si prosegue in questo modo fino a che si giunge ad un albero che spezza la continuità. Superato si continua ancora con lo stesso stile fino ad intravedere la sosta sulla destra che si raggiunge abbandonando la fessura ed arrampicando lungo la placchetta per gli ultimi metri. 30m, VI-.

Martina al termine del terzo tiro, VI-.

Abbandonata la sosta sulla destra la quarta lunghezza rientra nel diedro lasciato da poco, ora più appoggiato e ricco di appoggi. Le numerose protezioni del tiro precedente sono un lontano miraggio e, a parte per un friend incastrato, è necessario proteggersi lungo tutto lo sviluppo. L’arrampicata è la medesima del tratto sottostante ma agevolata da una larga fessura accogliente e da inclinazione piuttosto favorevole. Dopo i primi metri, ancora verticali, la parete infatti si appoggia fino alla sosta successiva posizionata su di un grosso arbusto al termine del muro. 20m, V+.

Martina verso il termine della quarta lunghezza, V+.

Il quinto tiro evita la vegetazione soprastante aggirandola verso destra al fine di riportarsi all’interno del diedro successivamente. Dalla sosta si cammina lungo la cengia per qualche metro oltrepassando un primo chiodo e giungendo sotto la verticale di un cordone dove si sale il breve muretto e si inizia un traverso su placca verso sinistra. Ritornati all’interno del diedro lo si segue per tutta la sua lunghezza, con arramicata analoga a quella dei tiri precedenti, senza particolari emozioni. Anche qui le protezioni scarseggiano ma inserirne di rapide non è difficile e la progressione risulta tranquilla grazie anche alle difficoltà non elevate del tratto. Solamente verso metà diedro una sporgenza da aggirare verso destra impegna maggiormente l’arrampicata che prosegue in seguito spensierata fino alla sosta posizionata sulla parete di destra prima che la vegetazione blocchi ulteriormente il passaggio. 30m, V+.

Martina sfoggia la sua elasticità lungo il diedro del quinto tiro, V+.

La sesta lunghezza traversa brevemente verso destra lungo la bella placca fessurata in direzione dello spigolo della parete. Dopo il primo cordone si obliqua leggermente verso l’alto ignorando un secondo cordone dove risale la linea “Due Spigoli”. L’arrampicata è facile e piacevole ed in poco tempo si giunge in prossimità dello spigolo dove si inizia a salire in verticale lungo facili roccette rotte. Queste conducono direttamente al terrazzino di sosta costituita da una coppia di cordoni all’ombra di un alberello. 12m, IV.

La placchetta della sesta lunghezza, IV.

Il settimo tiro, in comune con la via “Due Spigoli”, inizia approcciando il muretto che fa da base ad una breve placconata leggermente appoggiata che si supera attraverso arrampicata in aderenza. Il tratto è semplice e conduce sullo spigolo della parete di destra che muta presto in crestina iniziando così una lunga cavalcata, su roccette sempre da verificare, che si sviluppa verso sinistra. Tutto il tratto è sprotetto e difficilmente si riesce ad inserire qualcosa, prestare quindi attenzione nonostante le difficoltà siano limitate. Verso la fine, in corrispondenza del punto in cui la cresta termina, la linea si divide in 2: sulla sinistra (chiodo + cordone evidente) prosegue la via “Due Spigoli”, mentre verso destra, oltre un breve terrazzino, è presente la sosta del nostro itinerario, ai piedi di un diedro giallo. 25m, V-.

Lo spigoletto del settimo tiro, V-.

L’ottava lunghezza inizia portandosi alla base del diedro giallo che dalla sosta precedente appare bello strapiombante ma che nella realtà risulta essere piacevolmente verticale ed appigliato grazie alle numerose rocce rotte di cui è composto. Verso la metà del diedro un cordone offre una prima protezione prima di raggiungere la placca sommitale. Questa risulta essere leggermente appogiata ma è tutt’altro che da sottovalutare. L’arrampicata è infatti in aderenza per gran parte dello sviluppo e le protezioni sono molto distanziate tra loro tanto che un eventuale volo può risultare davvero pericoloso. Mano a mano che si sale le prese tornano a palesarsi più di frequente e le fonde fessure verso il termine della placca spezzano la tensione accumulatasi rendendo gli ultimi metri piacevoli e spensierati. Raggiunto il bordo della parete si sterza di netto verso sinistra per raggiungere finalmente la sosta su di un alberello prima di una minuta cengia. 45m, V.

Martina in arrivo all’ottava sosta, V.

L’ultimo tiro risale lungo la lunga placconata appoggiata chiusa a sinistra da un diedro e a destra da vegetazione. Anche qui le protezioni in loco sono belle distanziate ma lungo il tratto si trovano numerose clessidre dove poter avvolgere qualche cordone. Dopo i primi metri tendenzialmente verticali si inizia ad obliquare verso sinistra in direzione dell’evidente diedro che si sfrutta per pochi metri verso il termine della placca. Lo si abbandona poco dopo per iniziare un breve traverso verso destra che permette di lasciarsi la placca alle spalle a favore del muretto finale che culmina in cima alla parete. All’inizio del muretto è presente l’ultima difficoltà della giornata: una pancia placcosa che si supera rimanendo leggermente sulla destra. Da qui in poi la roccia si appoggia e frastaglia fino a diventare sentiero detritico negli ultimi metri. Raggiunto il terrazzo si sosta su arbusto. 50m, IV+.

Simone verso il termine della via, IV+.

Via che offre spunti interessanti ma che alla lunga può risultare monotona visto che il lungo diedro che si segue è lineare e non ospita molta varietà nei passaggi. Solo dalla metà in su la via cambia un po’ aria grazie alle placche che conducono in cima alla parete. La chiodatura a tratti distanziata, e non sempre integrabile, da’ quel pepe in più a questa via di stampo alpinistico. Nel complesso non da sottovalutare visto anche che difficilmente è possibile calarsi oltre la metà.