Al Prà – Settore Sinistro

Il settore alla sinistra orografica dell’Avisio presenta un arrampicata prevalentemente su porfido liscio e molto stondato, che segue le crepe della roccia. Non mancano, sui gradi più duri, vie di “dita” su microtacche e con inclinazione leggermente strapiomante. Le vie, un pò anche per la tipologia di roccia, sono abbastanza severe ed i gradi non troppo generosi.

Baby 4 / 3m

Baby 4 / 4m

Vac 5a / 6m

Stadel 6b / 8m

Se questo è un 6b… La partenza di Stadel è tutt’altro che banale, da qualunque angolazione la guardi ti chiedi come è possibile arrivare al primo spit, soprattutto se sei corto. Il modo migliore sembra essere quello di iniziare già alti sul terrazzino di sinistra, rovesciare la presa sullo spigolo a destra e “balzare”, quasi letteramente, con il piede destro fino alla marcata rientranza. Da qui si riesce, in maniera quasi statica, a raggiungere, sempre con la mano destra, la presa a destra del rinvio. Rinviare è comunque tutt’altro che comodo.

“Mettere un sasso sotto al piede sinistro alla partenza non vale”

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Stadel, facile 6b… (c’è chi dice che è un 6a!)

Poze 6a / 8m

Lagabrun 5c / 10m

Il passo chiave della via sta nel superare i primi 5 metri, su diedro bastardo con prese liscie e molto svasate. Per non ritrovarsi a fare un faticoso lavoro di braccia per rimanere attaccati, a ventosa, alla roccia, è necessario svolgere un grande lavoro di equilibrio ponderando bene tutti i movimenti. La parte superiore della via non presenta particolari difficoltà. Si tiene la lama con entrambe le mani e si alza bene il piede destro sul terrazzino. Un pò delicata è l’uscita, dove si rimonta senza grandi crepe ne appigli.

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Lagabrun (5c), a sinistra e Mezon (6a), a destra.

Mezon 6a / 10m

Come la sua gemella Lagabrun, anche Mezon offre il passo chiave alla partenza. Qui si gioca di rovescio con la mano sinistra nell’enorme svaso al centro della roccia ed equilibrandosi con il piede destro alto lo si carica di peso, in maniera decisa, fino a raggiungere la diagonale della piramide. Da qui la via prosegue come la precedente.

Pian Magior 6c / 12m

La parte sottostante della via è meno fisica di quanto si potrebbe immaginare, segue obliquamente la lama da destra a sinistra sempre su comodi appigli. Una volta rimontati sul blocco, si segue un’altra lama verticale per poi lasciarla alla propria destra fino a raggiungere la fessura svasa che taglia la parte alta della via in orizzontale. Da qui un breve e liscio traverso verso destra porta al passo chiave della via. Qui ci vuole molta decisione e grip sulla roccia. Dapprima ci si sposta centralmente con il corpo e soprattutto con il piede sinistro, il piede destro lo si alza generosamente sulla parete di destra sullo svaso leggermente unto. Si rovescia il bi-tridito della mano destra con pollicione a spingere violentemente sulla roccia per mantenere salda la presa. Ora si carica sulla gamba destra piegata ruotando leggermente il corpo per rimanere in equilibrio e si alza il piede sinistro centrale allo stesso livello del destro. Senza pensare troppo si stacca la mano sinistra e si lancia più o meno staticamente in alto, a sinistra della catena, per giungere al comodo terrazzino soprastante. Passaggio molto delicato e leggermente di forza.

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Pian Magior, 6c

Dagan 6b / 14m

Via fisica, soprattutto nel tratto iniziale per passare il blocco di roccia staccato dalla parete. Sotto il blocco l’arrampicata segue prevalentemente la crepa ad incastro sino alla sua sommità, dove si rimonta con gesto particolarmente “atletico”. Da qui in poi l’arrampicata si fa più dolce tra fessure e rovesci fino al bombè finale da passare sulla destra.

Sauch 5b / 14m

Via piacevole, giusto per prendere confidenza con il porfido liscio di Prà. Segue il ben visibile diedro fessurato fino alla sommità della parete.

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Dagan (6b), a sinistra e Sauch (5b), a destra.

Pradole 5c / 14m

Saosent 6c+ / 12m

Cercenal 6c / 14m

Moinac 7a / 14m

Mezatrad 6b+ / 14m

Sere 6c / 14m

Ischioni 6c / 14m

Valmorta 7a / 14m

Forche 4 / 12m

Val Fredata sx 5b / 13m

Val Fredata dx 5c / 13m

Castion 6a / 10m

N.N. ? / 10m

Vadron 6b / 12m

Piastol 6a / 12m

Minuetto a Ceniga

Il primo tiro parte subito con un passaggio duro, giusto perchè riscaldarsi è ormai una cosa troppo mainstream, bisogna essere un po’ alternativi. Risale verticalmente la placca per alcuni metri per poi iniziare ad obliquerare verso destra, su roccia sempre più facile ma delicata, fino a raggiungere la comoda sosta. (6a)

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La seconda lunghezza non presenta particolari difficoltà, si sale leggermente verso destra fino al livello degli arbusti soprastanti, dove si inizia a traversare verso sinistra e passando indifferentemente sopra o sotto l’arbusto situato al centro della parete (il rinvio è stato posto esattamente alla sua sinistra, passando sopra lo si evita ma si evita anche strani giri di corde su difficoltà tutto sommato contenute). La sosta è sulla cengia subito sopra. (5b)

Il terzo tiro è breve ma veramente intenso. Sono si e no 15 metri di pura fisicità su svasi e grandi sassi incastrati che, ad essere sinceri, non danno la sensazione di totale stabilità. Si parte scollinando verso sinistra per risalire poi di alcuni metri in verticale. Da qui la difficoltà maggiore è trovare un modo “semplice” per ritornare verso destra. Il traverso è delicato, su piccole tacche, molto di equilibrio. Le grandi prese tenute fino ad ora non ci sono più e la piccola pancia da oltrepassare sposta il baricentro verso l’esterno. Solo all’estrema destra, vicino alla sosta c’è una comoda lama per rimontare il terrazzino e tirare un respiro di sollievo. (6a+)

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Umberto sul passaggio chiave del terzo tiro (6a+)

Il quarto tiro consente di scaricare un po la tensione accumulata precedentemente per prepararsi alla parte centrale della via, decisamente atletica e continua. Si sale dritti, leggermente verso destra per riportarsi poi verso sinistra sino ad una pianta con cordone. Qui la quida segnala una sosta su pianta, ma 15 metri più in alto ne è presente un’altra meglio attrezzata e facilmente raggiungibile. (5a)

La quinta lunghezza rimonta il bel diedro che parte a destra della sosta. Tutto il diedro è ottimamente appigliato su roccia molto solida, richiede solamente un po’ di atleticità. Al termine parte una bellissima placca a goccie che obliqua verso sinistra, al termine della quale è presente la sosta. (6a+)

Il sesto tiro è uno dei più belli della via. Si rimonta il diedro soprastante con partenza non banale fino a raggiungere il bordo verso sinistra dove ci attende un traverso verso su placca liscia, totalmente di equilibrio. (6b/6b+)

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Sul passaggio chiave del sesto tiro (6b+)

Anche il settimo tiro è degno di nota. Spettacolare è il senso di instabilità che ci accompagna per tutto il tratto. Si costeggia il tetto fino al suo termine, dove lo si rimonta nel tratto in cui è più debole, con passaggi decisi, di forza, su prese ben scavate. (6b)

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Al termine della settima lunghezza (6b)

L’ottava lunghezza rimonta inizialmente una delicata fessura, per poi sgradare su placca ben appigliata (6a+)

Gli ultimi tiri non presentano particolari difficoltà, se non quella di aggirare la vegetazione varia che anticipa il raggiungimento della vetta. (max. 5a)

Val Camonica

La val Camonica, nel bresciano e per brevi tratti nel bergamasco, si snoda per un centinaio di chilometri, dalle nevi che circondano il passo del Tonale, alle sponde verdeggianti del lago d’Iseo, sempre seguendo il tortuoso corso del fiume che la modella: l’Oglio. Stretta e lunga è incastonata ad est tra le alte vette dell’Adamello, spesso oltre i 3000 metri, e ad ovest dalle prealpi Orobiche o Bergamasche, con quote attorno ai 2000 metri, è particolarmente ricca di sculture rupestri, testimonianza dell’antica storia della valle che a sua volta le avvalora e ne riconosce l’importanza adottando come simbolo dell’intera regione proprio la più famosa incisione della zona: la rosa camuna.

La roccia presente in valle varia dai classici lineamenti del calcare alle più ricercate geometrie del verrucano lombardo, offrendo quasi sempre arrampicata su roccia compatta e di gran aderenza. Come prima tappa del nostro breve soggiorno ci dirigiamo verso Cimbergo, per passare la mattinata in una falesia dall’atmosfera magica e fiabesca. Situata nel bosco, in un parco naturale dedicato alle incisioni rupestri, offre un arrampicata varia e prevalentemente verticale, su un centinaio di vie di lunghezza variabile tra i 20 e i 30 metri.

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Partiamo con un 5a ed un 5b, “il comandante” e “il critico”. Vie carine, facili e ben spittate, così giusto per avere un assaggio della roccia. Rapidamente ci spostiamo su un 6a+ leggermente strapiombante, a mio parere più duro di quanto sia gradato. Dopo una prima parte relativamente tranquilla, l’uscita dalla via richiede movimenti decisi e boulderosi, su prese accennate e con il componente gravità sulle spalle.

Il 6a alla sinistra, “il menefreghista”, sale un bellissimo e fisicissimo diedro, con chiodatura sulla destra. L’arrampicata è fin da subito sostenuta, già nei primi metri la fatica avanza e la respirazione si fa affannosa. E’ uno sforzo continuo tra un passaggio e l’altro senza mai riuscire a trovare una posizione comoda dove poter scaricare bene la tensione. Raggiunto il culmine del diedro si può finalmente tirare il fiato e l’arrampicata diventa facile. Solo un passaggio in uscita richiede un ultimo sforzo per trovare l’equilibrio migliore tra un movimento e l’altro su piccole tacche.

Ancora più a sinistra sale “con permesso”, 6b quasi totalmente strapiombante ma ben appigliato. Due sono i passi chiavi della via, entrambi prevalentemente di forza, il primo per riuscire a mantenere l’equilibro ed il baricentro attaccato alla parete, il secondo per allungarsi quanto basta per afferrare una comoda insenatura subito sopra. La prima asperità riguarda un traverso con inclinazione sfavorevole, da destra verso sinistra, su lama storta da prendere con entrambe le mani. Ci si sente come bandiere al vento e fintanto che i piedi riescono ad ancorarsi per attrito alla roccia, tutto è fermo in quiete. Appena ci si sposta ci si sente in bilico. Bisogna andare convinti a prendere una tacca sulla sinistra tenerla quel poco che basta per spostare il corpo completamente a sinistra ed entrare in crepa con la mano destra. Qui torna a prevalere la tranquillità. Il passaggio successivo è per persone dannatamente alte. Si tiene la fessura con la mano destra e si alza la mano sinistra su un altra tacchetta molto scomoda da tenere, ma fondamentale. Si alza il piede destro a livello ginocchio e si ruota il busto, anch’esso verso destra, portando, con movimenti lenti e delicati, la mano destra più in alto possibile a sfiorare con mignolo ed anulare la comoda crepa per la rinviata. A dire la verità il passaggio sofferto così è veramente elegante e soddisfacente, forse con qualche centimetro in più lo sarebbe di meno. La catena la si incontra poco più in alto, dopo una divertente sequenza di fessure.

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Con permesso – 6b

Non si può andarsene da questo posto senza provare nemmeno un tiro sullo scenografico paretone principale. Per qualcuno è stato amore a prima vista… Con il meteo che minaccia pioggi ed i tuoni all’orizzonte non c’è molto tempo per avventurarci su difficoltà troppo severe, optiamo per salire “legge basilia”, 6a+. Parete tutta strapiombante ma con prese molto ben visibili, piedi buoni e mani su liste e svasi sempre comodi. Nei primi metri la via presenta qualche passaggio di piedi, su tacche, per poi farsi più facile su lame e scanalature ben delineate: ad ogni passaggio si riesce tranquillamente a scioglere e riposare le braccia per i movimenti successivi.

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Legge Basilia – 6a+

Il pomeriggio mettono pioggia, e non si fa attendere molto. Uno sguazzo verso le 14:00 ci costringe alla ritirata. Ci spostiamo verso il campo base e facciamo giusto in tempo a visitare la piccola falesia di Malonno, visto anche l’avvicinamento nullo, che poco dopo torna a piovere. Qui sono presenti 6-7 monotiri di breve lunghezza. Avvicinandoci bene alla parete per valutare le vie, non avendo i gradi alla mano, notiamo che la roccia, almeno sulla parete di destra, è assai fragile. Non si salva nemmeno un tiro. Sulla sinistra ivece, su una paretina legermente distaccata, è presente una placchetta dall’aspetto stranamente compatto. La proviamo. Il passaggio chiave è sulla pancia che separa le due placche della via, quella sotto breve e fessurata, quella sopra un pò più lunga e di aderenza su piccole prese. Il tettino si approccia con la mano destra per prima alla ricerca della fessurina soprastrante, la mano sinistra si incrocia su un altra fessura da tenere con convinizione ed allungarsi con la destra, verso destra, per sgrovigliare le braccia. Si alza il piede sulla placca soprastante e si spinge fidandosi delle scarpette e rimontando il tetto con tutto il corpo. La placca superiore è abbastanza appoggiata è richiede solamente un lavoro mentale di equilibri. Tiro alla fine dei conti divertente che ci sentiamo di gradare come 6b per il passaggio centrale.

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No name – 6b?

L’indomani, sveglia presto, ci spostiamo verso la sponda nord del lago d’Iseo, a Darfo Boario Terme. Vicino all’archeopark si trova la falesia di Monticolo che fa da contorno  ad un sasso con una chiara incisione rupestre raffigurante strumenti di caccia: asce e frecce. La roccia ricorda molto, per chi ha avuto il piacere di visitarla, quella presente nel settore principale della falesia di Rizzolaga, a Pinè. Il frastuono della statale che passa alle nostre spalle non è proprio il clima che si cerca quando si arrampica, ma purtroppo anche oggi il tempo non è stabile e qui l’avvicinamento è veramente breve, ottimo per le fughe rapide.

Dopo aver affrontato qualche facile 5a di riscaldamento, proviamo un 5b+, “Guarda in sù”, ed un 5c, “Nessuno è perfetto”. “Guarda in su” sale sull’estrema destra del settore dapprima una placchetta appoggiata, per poi rimontare una grande pancia sulla parete leggermente distaccata alla sinistra. Suggestivo è proprio questo passaggio con un piede per parte ed il corpo sospeso, per un attimo, nel vuoto del crepone che divide le rocce. “Nessuno è perfetto”, invece, presenta un passaggio iniziale molto atletico, con un piede alto a rimontare, con decisione, un agglomerato. Poi la linea si fa più facile senza difficoltà tecniche né fisiche. Solo gli ultimi metri regalano alcuni passi delicati, in bilancio su piedi piccoli e piccole tacche da non sottovalutare, con il baricentro il più possibile attaccato alla parete.

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Raid – 6a+

“Toini Sport” è un 6a molto carino che corre a sinistra del settore. Le difficoltà sono concentrate prevalentemente nella parte centrale del tiro dove una placca pocco appigliata fa da padrona. La parte superiore è anch’essa molto interessante e vede il superamento del tetto sommitale tramite un lungo e appigliato traverso verso destra. Qualche metro più a destra sale “Raid”, 6a+, specchio della precedente. Via molto bella con passaggi di placca centrali dove la sensazione di eleganza nell’arrampicata e la delicatezza nei passaggi ne fanno risaltare la bellezza. Si sale così fin sotto al tetto dove sono presenti due linee di uscite differenti (gradate nello stesso modo). Quella seguita, verso sinistra, è di facile comprensione e supera agilmente il tetto. La via in generale è chiodata forse troppo ravvicinata, stile palestra, ed al nostro passaggio erano presenti alcuni piccoli alverari di vespe attivi, fare attenzione!

Ci spostiamo dietro il sasso “inciso” per provare qualcosa di più duro. La nostra attenzione ricade, un po’ per il nome ed un po’ per la linea, su “Lo specchio dei pazzi”, 6c. Bellissima. La parte inferiore della via presenta un’arrampicata di puro equilibrio ed è intervallata da un naso bastardo, di non facile risoluzione. Sotto di esso il diedro levigato, ma con un grip pazzesco, obbliga ad una arrampicata di aderenza, con piedi leggermente in spaccata che spingono sui laterali per non scivolare. Qui, aiutandosi con il piccolo rovescio sotto il naso ci si alza quanto basta per raggiugere la presa in alto a destra, scomoda da matti. Il passaggio è questo, bisogna tenerla anche se scappa, essere atletici e rimontare il terrazzino sulla destra. Da qui si sale una stupenda liscia che obliqua verso sinistra fino a riportarsi sulla verticale del primo spit. L’ultimo passaggio, parecchio boulderoso, regala l’ultimo brivido. Si alza il piede sulla destra, tenendosi con quello che si può e si carica convinti il peso per alzarsi lentamente verso lo svaso alto, non comodissimo a dire la verità, anch’esso sulla destra, che consente la rinviata in catena.

Il tempo inizia a farsi brutto e scende qualche goccia, ma sopra di noi c’è un ampio tetto, si arrampica fino a che non diluvia. Due vie più a sinistra sale “Legend” un 6c+. Il nome non è dato a caso, il passaggio a metà via su dietro esposto è veramente tosto, non riusciamo a passarlo in nessun modo, né tenendo la crepa sulla sinitra, né tenendo il rovescio di destra. Dopo un oretta comoda rinunciamo, si mette a diluviare, è ora di pranzo.

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Legend – 6c+

Dopo pranzo il tempo si tira decisamente fuori ed esce pure il sole, inaspettato fino a poco prima. Nel tornare verso la base ci fermiamo, anche se un po’ sfiniti ed appensatiti dai panini non proprio salutari che abbiamo divorato, alla falesia di Cividate Camuno. Falesia storica, una delle prime, se non la prima, in valle. Di fronte alla parete è presente un prato attrezzato a barbecue e tavolini, idilliaco come posto dove poter conciliare attività arrampicatoria e culinaria. C’è anche un bar proprio attaccato, e subito rieccheggiano, ad alta voce, pensieri preoccupanti:

“Se abitassi da queste parti questo posto sarebbe la mia rovina. Ogni sera sarei qui a bere e ad arrampicare, e le cose non vanno proprio a braccetto”

Caldi dalla mattinata approcciamo subito un 6a, “Lisca di pesce”, con passaggio boulderoso in partenza su prese unte e usurate dal tempo, ed un 6a+, “Silhoette”. Quest’ultimo, vuoi la stanchezza, vuoi la pausa pranzo, vuoi le prese unte, vuoi… Non è venuta tranquillissima. Già dai primi passaggi si ha la sensazione che le tacche incidano le dita e che ogni piede appoggiato alla parete scivoli verso il basso. I passaggi sono sostanzialmente su monoditi e piccole svasature nella parte centrale, ed il leggero strapiombo su appigli poco scavati nella parte superiore è da prendere con le pinze.

Con le energie praticamente finite e con la punta di ogni singolo dito che chiede pietà approcciamo le ultime due fatiche di questa nostra avventura. La scelta ricade su “Equilibrista”, 6c, e su “Dalai Lama”, 7a. La prima si articola su placca prevalentemente appoggiata con bei movimenti su monoditi e biditi. Dopo il terzo spit un traverso verso sinistra molto bello su tacche impegna non poco a livello mentale e di equilibrio. Si sale sempre con passaggi delicati ma via via più facili fino alla base del tetto. Sulla sinistra è presente una catena, ma purtoppo è quella della via a fianco, il passo chiave deve ancora venire, la nostra linea prosegue a destra della placca ancora per alcuni metri. Il passaggio non è di semplice lettura e senza l’aiuto di alcuni locals sarebbe stata dura venirne a capo in tempi celeri. Nonostante le continue indicazioni, dopo una ventina di tentativi falliti, rinunciamo.

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Lisca di pesce – 6a

La seconda via, “Dalai Lama”, è un boulder, dall’inizio alla fine, senza un attimo di respiro, su prese ormai usurate. I passaggi singoli a fatica vengono quasi tutti, qualcuno più pulito degli altri, ma nelle condizioni attuali mettere assieme il tutto è utopia.

Nel complesso la val Camonica ha impresso in noi dei bei ricordi e soprattutto la voglia di ritornare per scoprire tutto il suo potenziale. L’arrampicata, notevolmente diversa rispetto a quella a cui siamo abituati, ha reso il tutto un pizzico più esplorativo e divertente. I magici luoghi, colmi di storia, che abbiamo visitato rimarranno incisi nei nostri pensieri, suggerendoci che probabilmente questo capitolo non si chiude qui, ma che verrà sicuramente ricalcato in un futuro non troppo lontano.

Fiaba nel bosco

Bell’itinerario sportivo che si snoda alla sinistra del sentiero dell’Anglone su roccia molto solida per i primi 7 tiri, e un po’ meno per i rimanenti 3. Il tratto boschivo di circa 70 metri nell’intermezzo ostacola decisamente la continuità della via, ma non la sua bellezza.

Il primo tiro è abbastanza breve ma parte deciso, su fessura fisica e leggermente strapiombante. Il leggero bombè a metà lunghezza richiede una certa altezza per raggiungere il comodo rovescio soprastante. Da qui, tramite un altro passo lungo e con le ginocchia alla gola, si rimonta la pancia e si raggiunge, in breve e su placca appoggiata, la sosta. Personalmente mi sono sentito davvero goffo a superare questo passaggio, c’è molto da lavorare sulla flessibilità in generale. (5c)

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La fessura del primo tiro.

Il secondo tiro presenta un arrampicata in placca su ottime prese e senza difficoltà particolari, arricchito comunque da un simpatico passaggio di quinto. Dalla sosta precedente si rimonta il muretto sulla sinistra, con un occhio di riguardo ai sassi incastrati, e si prosegue poi verticalmente fino alla sosta soprastante. (5c)

La terza lunghezza sale uno spettacolare diedro che obliqua verso destra, su buone prese per le mani e i piedi in aderenza sulla roccia. La difficoltà è continua lungo tutto il tiro e la chiodatura ravvicinata. Nonostante sulla parete siano presenti palesi tentativi di superare le asperità in maniera alternativa, a nostro parere qui azzerare è illegale, è un tiro che non può che essere scalato e, conseguentemente, goduto. (6a)

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Partenza del terzo tiro

La quarta lunghezza sale dapprima un muretto verticale, per poi effettuare una lunga traversata verso sinistra. La fine del muretto ospita un po’ di vegetazione e soprattutto molto terriccio che ci accompagna per tutto il traverso. Qui, ad osservare le nostre incredibili gesta, abbiamo incontrato anche un serpentello che si è subito dileguato tra le radici di piccoli arbusti. (5c)

Il quinto tiro semplicemente collega il tiro precedente a quello successivo. L’arrampicata è in placca, su rampa decisamente appoggiata e le difficoltà sono basse. (4c)

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Il sesto tiro si risolve nei primi 6 metri di un profondo camino. La guida questo passaggio lo da come 6a, altre relazioni lo mettono come 6b, spesso da azzerare. Noi sinceramente non abbiamo trovato alcuna difficoltà in questo tratto e non ci sentiamo di gradarlo più di un 5c/6a. Effettivamente sembrano esserci 2 diversi modi per affrontare il camino, cosa che potrebbe giustificare le diverse gradazioni. Il primo, più diretto, partendo alla base di esso e spalmando il corpo su entrambe le pareti, sembra in realtà poco logico. Il secondo, invece, suggerisce di rimanere con tutto il corpo sulla parete di destra e spaccare sulla parete di sinistra solamente a metà camino. Dopo una rapida lettura e consultazione abbiamo optato per questa seconda soluzione rivelatasi poi molto naturale. La parte superiore del tiro non presenta ulteriori ostaticoli e si giunge rapidamente in sosta. (5c?/6a?/6b?)

La settima lunghezza sale, con arrampicata non troppo entusiasmante, a zigzag attraverso placche e muretti evitando la vegetazione alla base del ripido boschetto soprastante, intermezzo della via. Vista la folta vegetazione e la ripidità contenuta del tratto boschivo, la soluzione adottata è stata quella di affrontarlo in conserva. (5c)

L’ottavo tiro si inerpica tra placche e diedrini obliquando di qua e di la fino alla sosta. Le difficoltà sono sempre contenute. (5b)

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Sulla sosta dell’ottavo tiro

La nona lunghezza è una delle più interessanti di tutta la via. La progressione è prevalentemente su roccia gialla compatta e la difficoltà è pressochè continua. Nella parte alta del tiro, in uscita alla carena, ci sono un po’ di massi instabili (fare attenzione!) Qui la chiodatura è molto distante rispetto agli standard dei tiri precedenti, ma è comunque integrabile con qualche friend medio/piccolo. Il tiro è da fare tutto di un fiato, non molla neanche un po’ per riposare, 30 metri di grande soddisfazione. (6a)

Il decimo tiro è veramente tanto forzato, si addentra in un camino molto friabile per uscire dalla parete nel bosco soprastante. Con un po’ di accorgimenti probabilmente sarebbe possibile tracciare un’uscita alternativa continuando sulla verticale del tiro precedente, peccato. Solo i 5 metri dell’ultimo muretto giustificano questa scelta, per il resto, l’unico tiro anonimo dell’intera via. (3a, 5b)

Nel complesso la via presenta un’ arrampicata gradevole, senza troppe difficoltà, con chiodatura ravvicinata e soste veramente ben attrezzate. Una via plaisir che sovrasta il centro sportivo di Dro.

Adventure Awards Days – Arco Rock Stars

Il weekend scorso ad Arco si sono svolti gli Adventure Awards Days, una tre giorni di eventi dedicati all’avventura, con proiezione di film a tema ed una moltitudine di eventi principalmente a tema outdoor. Per l’occasione ci siamo iscritti per la prima volta al contest fotografico di Arco Rock Stars, sotto la categoria Open (fotografi amatoriali), un modo anche per passare delle belle giornate in compagnia, in quello che di fatto è un santuario per l’arrampicata e per lo sport in generale.

Il tema del contest ruotava attorno al mondo del climbing, uno scatto doveva avere come oggetto l’arte arrampicatoria, un altro il background (natura, avvicinamento, fatica, amicizia…) e l’ultimo doveva essere un omaggio, per il 90° Anniversario dell’azienda trentina “La Sportiva”, allo stile vintage. Per l’occasione ci siamo spinti verso l’ignoto di un posto in cui non eravamo mai stati, la falesia delle Piazzole sul monte Padaro.

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L’avvicinamento non è comodissimo, 25 minuti su sentiero pendente, ma ne vale veramente la pena, sia per la roccia, incredibilmente immacolata nonostante sia a 2 km da arco, ma soprattutto per lo stupendo panorama che è possibile scorgere dal top delle vie.

Con uno spettacolo del genere avevamo il background perfetto: sole, ambiente e caldo, tanto caldo. Se pure i climber fossero stati all’altezza… Per il primo tentativo decidiamo di provare a salire un 6b+ posto sullo sfondo di un tetto abbastanza accennato. Le foto sono venute abbastanza bene però il climber si vede appena, è tanta natura e poco climbing.

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Nonostante questa foto ci piacesse parecchio, anche un po’ per cercare di risaltare maggiormente il gesto tecnico, decidiamo di cambiare via ed optiamo per un 7a+ leggermente esposto, ma sempre con sottofondo lago. Arrampicare qui è una meraviglia, una roccia solida, compatta, pulita e soprattutto leale. La via è tosta, molto, ogni foto esce con una smorfia di sofferenza. Non volevamo essere finti, volevamo arrampicare, e ciò che veniva, veniva. Purtroppo è venuta questa.

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Proviamo a farne altre, tra scatti palesemente finti e prove di volo non troppo ben riuscite, spostandoci su un’ altra via, un 7a orientato più verso Arco che verso Riva, ma niente, di meglio non esce. Ci concentriamo allora sulla categoria background/amicizia. Su questo tema abbiamo avuto relativamente poche idee, abbiamo fotografato un po’ l’avvicinamento ed un po’ ciò che, secondo noi, è la complicità.

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Per ultimo rimanevano da fare le foto in stile vintage. Probabilemente siamo vecchi dentro e per l’occasione tutta l’old school repressa è uscita con forza. Abbiamo dato il meglio di noi. Con un outfit preparato per l’occasione, anche se non proprio perfetto e corrispondente alla realtà del tempo, si sono digitalizzati gli scatti, a nostro parere, i più riusciti.

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Siamo infine stati alla premiazione, dove sono state mostrate le foto in concorso per la categoria PRO (fotografi professionisti). Che dire, i nostri occhi sono stati deliziati da scatti veramente spettacolari, meravigliosi, in una location altrettanto unica, una saletta di palazzo Marchetti ad Arco, piena di affreschi. Per quanto riguarda noi, non abbiamo vinto nulla, ma abbiamo fatto un’ esperienza davvero gradevole, abbiamo scoperto un posto altrettanto speciale, a due passi da casa, e ci siamo fatti delle grosse risate a rivedere tutto il set della nostra fidata notprofessionalphotographer… Le foto che alla fine abbiamo presentato sono le seguenti, foto che scolpiscono fin da subito un capitolo unico ed indimenticabile del nostro presente, foto che avranno una storia da raccontare nel nostro futuro.

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Campore

La falesia di Campore è una piccola perla situata sotto l’abitato di Cerna nel comune di Sant’Anna d’Alfaedo, sui monti Lessini, chiodata per la prima volta negli anni ’90. Il suo calcare, grigio e giallo, si presta bene alla carsificazione, offrendo ai fortunati climber che hanno il piacere di frequentarla, un’arrampicata molto varia, che spazia dalla placca su tacche allo strapiombo su solide canne. La roccia è uno splendore, sempre solida e compatta, ruvida e mai usurata, ridona il piacere dell’arrampicata a chi, per necessità, frequenta spesso falesie troppo conosciute e frequentate. Una singolare particolarità di questa falesia è che al suo interno, proprio dietro le linee delle vie, si snoda una grotta della lunghezza di circa 20 metri, che taglia trasversalmente il lato destro della parete. Questa conformazione naturale, dal notevole fascino geologico, pullula di stalattiti e stalagmiti e qualcuna delle sue cavità può essere osservata anche attraverso gli innumerevoli anfratti che tappezzano la parete, lungo i quali sono state disegnate molte vie.

 

Qui fa caldo, parecchio. Ce ne accorgiamo appena arrivati, è esposta completamente a Sud (Ottima per l’inverno), senza troppi alberi che ombreggiano la base della parete, ed il sole di Aprile che batte, ci costringe immediatamente alle maniche corte. Un altra cosa che ci affascina fin da subito è la lunghezza delle vie, tutte intorno ai 25 metri, a parte qualche vecchia via poco battuta sulla destra. In tutto la falesia ospita 26 itinerari compresi tra il 5c ed il 7a+, ottima per chi sguazza sul 6° grado. Di seguito il dettaglio di alcune vie (da sinistra a destra):

Motopico 5c / 25m

S.N. 6c / 25m

Titti 6a / 25m

S.N. 6c / 25m

La Ruspia 6b / 25m

Ocibei 6a / 25m

Mister Day 6a / 25m

Trapanspit 6a+ / 25m

Trapanspit è una via davvero elegante, ci è piaciuta parecchio. Non c’è uno spit sopra l’altro sulla verticale, ma ondeggiano prima verso destra e poi tornano verso sinistra sopra il tettino a metà parete, seguendo la linea più logica che offre la roccia. La parte inferiore del tiro è abbastanza semplice ed il grado lo fa il tetto stesso. Qui, alla base, c’è un comodissimo resting per prepararsi mentalmente alla sequenza di passaggi successiva. Senza pensarci troppo ci si alza bene con i piedi leggermente in spaccata, per raggiungere, a destra, un rovescio da tenere quel poco giusto per accoppiare i piedi sulla paretina di destra, raggiungere la presa più in alto e rimontare. Da qui in poi si gioca un pò con l’equilibrio, movimenti brevi e accorti permettono una lenta, ma efficace, progressione su listelli verso la catena.

 

Sole nascente 6a+ / 25m

Sole nascente parte subito a destra di Trapanspit e sembra essere la sua fotocopia. Stessa geometria oscillatoria, stesso tipo di arrampicata, stesse asperità, stesso fascino ed eleganza. Qui la partenza è leggermente delicata, con una prima rinviata non troppo comoda. Prosegue tranquilla fin sotto al tetto dove, a differenza della linea precedente, non c’è resting e va affrontato di getto. Le prese sono decisamente meno marcate e si lavora molto a livello di dita, con svasi leggermente stondati. Anche qui la catena la si raggiunge al termine di un leggero tratto in placca, in bilico su minute tacchette.

Luisa 6a+ / 25m

Sboro bisso 6b / 25m

Domenica delle palme 5c / 25m

Prima via della giornata per scaldarsi. Linea che parte senza troppe pretese, placca compatta e molto piacevole, con crepe che ricordano tanto quelle di Arco e della zona del Garda. Dalla metà in su inizia leggermente a strapiombare e le prese sono sempre meno visibili e più ricercate. Negli ultimi metri la chiodatura è leggermente distante rispetto allo standard della falesia. Questo, aggiunto alla continuità offerta dalla metà superiore del tiro, suggerisce un grado leggermente superiore alla via. Sarà stato il clima troppo caldo, a cui non eravamo minimamente abituati, ma abbiamo trovato questo tiro particolarmente ostico, fisicamente e mentalmente.

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Partenza (un po erbosa) di Domenica delle palme (5c)

L’ora del vampiro 6c / 25m

Nomolock 6c+ / 25m

Lodvik 6c+ / 25m

Sottovuotospinto 6b+ / 25m

Questo tiro ci ha letteralmente stregati, molto bella la linea che attacca il tetto a tre quarti parete, nel suo punto più debole con uno stupendo, e abbastanza lungo, traverso obliquo (da sinistra verso destra), fino alla sommità della falesia. Partenza non banale, su calcare giallo tappezzato dalle aperture che danno sulla grotta interna. Una di queste, in particolare, rende l’idea della sua profondità e spettacolarità. L’eco delle goccie d’acqua che ricadono dalle satlattiti sulle stalagmiti, ed il rumore della fauna che si è adattata a vivere nell’oscurità, vengono amplificati da questa particolare cavità, ed il suono che giunge alle nostre orecchie, mentre arrampichiamo, è semplicemente magico. Dopo una decina di metri si giunge sotto il tetto, che dal sotto pare severo, ma che in realtà si lascia salire, a suo modo. Da qui parte l’infinito traverso esposto verso destra, con un simpatico rovescio iniziale da tenere basso con la mano destra. I piedi si alzano più che possono in spaccata, al limite della mia apertura gambale in realtà, e la mano sistra va alla ricerca di una tacchetta grande abbastanza da riuscire a tenerla quel tanto da portare la mano destra a livello, su un rovescio abbastanza nascosto, di non facile lettura.
Riportati i piedi in una posizione più consona, ci si sposta verso destra, su un mix di prese più o meno comode, più o meno friendly, più o meno scavate. Verso la fine del traverso, in uscita, gli avambracci iniziano a cedere, mancano pochi metri, ma la catena è sempre nascosta e non si vede fino a quando non si arriva, urge riposare. In realtà qualche punto di resting lungo il traverso c’è, ma non è sempre facile rimanere calmi e lucidi mentalmente, da generare la situazione giusta per scaricare la fatica.
L’uscita è quella tipica di tutte le linee della falesia, placconata intervallata di tanto in tanto da tacche scavate, accennate, bombate, sempre più o meno. Bella, niente da aggiungere, complimenti a chi la ha immaginata e realizzata.

 

Cernabil 6c / 25m

Culi e catene 7a+ / 25m

Vecchia volpe 6b / 25m

Heinz 5c / 25m

Andre 6a+ / 25m

Primo figlio 6a / 25m

Acinaticus 5b / 20m
5b… L’unico della falesia, nonché il grado più facile presente sulla guida alla base della parete. Già guardandolo dal basso si capisce che qualcosa non va, la parte iniziale infatti presenta, dopo alcuni metri, un tetto da oltrepassare. Si sale tranquillamente fino al di sotto di esso , ma poi tra vegetazione, terriccio e prese appena accennate, ci si accorge che lo sforzo per oltrepassarlo non è poi cosi banale. Tenere la tacca soprastante e sbracciare per rimontarlo richiede forza e decisione. Poi l’ arrampicata inizia a farsi più divertente su roccia molto più compatta, con buoni piedi e buone mani. Purtroppo il tiro non è molto pulito al momento, presenta qualche rovo ed alcuna vegetazione sparsa qua e la. Per il passaggio iniziale fisico e l’arrampicata comunque sempre sostenuta per tutta la sua lunghezza, circa 20 metri, questa via merita sicuramente un grado leggermente più alto.

Descanta bauchi 5c / 20m

S.N. 5c / 20m

Miriam 5c / 20m

Massi di Prabi

I massi di Prabi sono un insieme di blocchi calcarei posti alle pendici orientali del Monte Colodri, alla base della omonima via ferrata. Qui, sui massi più importanti, sono stati tracciati diversi itinerari medio-facili di breve lunghezza ma di intensità sostenuta, contornati da numerose linee di boulder sui sassi più minuti. La roccia, sempre compatta anche se a tratti leggermente usurata, e l’ambiente molto soleggiato e panoramico sulla valle del sarca, ne fanno un luogo di relax e di arrampicata plaisir. Ad nord est si innalza il Colodri e, in particolare, l’inconfondibile pilastro Zanzara, mentre più a sud la Rupe Secca, ultimo baluardo prima del castello di Arco. I due massi principali (A e B) hanno una altezza che varia dai 12 e i 15 metri, mentre i massi minori (dall’ 1 all’ 11) variano dai 6 ai 10 metri.

Masso 1:

Il primo masso è ubicato subito a lato della capanna degli alpini e ospita due brevi tiri ben protetti ed appigliati, un 5a ed un 5b.

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Passaggio di 5b sul masso 1.

Masso 2:

Il secondo masso è completamente appoggiato ed intervallato da profonde scanalature, dedicato soprattutto ai corsi roccia per bambini presenta 3 itinerari di 4a e 3 itinerari di 4b. Purtoroppo, proprio a causa di questa peculiarità, è abbastanza unto, ma pur sempre frequentabile.

Masso 4:

Il masso 4 è breve, ma particolarmente intenso. Il 6a+ posto a destra presenta un arrampicata estremamente continua ed un uscita per niente banale. Più a sinistra è chiodato un 6b+ dello stesso calibro.

Masso 7:

Il masso 7 è probabilmente il più soleggiato. Posto nel punto più alto della piccola falesia, lontano dalle chiome sottostanti, offre un ampia vista della vallata. I due 5b posti rispettivamente alla sinistra e alla destra dell’albero a metà parete presentano movimenti di equilibrio su placca leggermente appoggiata. I due 6b sulla destra hanno invece partenze abbastanza severe e delicate, sempre alla ricerca delle tacche migliori per le dita. Le parti superiori, più facili, richiedono ad ogni modo di non essere sottovalutate.

Masso 8:

Il masso 8 è situato alla destra del precedente, leggermente più in basso. Qui sono presenti 2 facili e ben appigliati 3c.

Masso 10:

Il masso 10 è uno dei più ombreggiati, esposto a nord prende il sole solo le prime ore del mattino. Al centro ospita 2 vie facili, molto ben appigliate, un 4b ed un 5a. Sullo spigolo invece sale un 5b+ dalla linea molto bella e ricercata, con partenza boulderosa ed uscita molto svasata.

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Il masso 10, con il castello di Arco sullo sfondo.

Masso A:

Il masso A presenta 10 itinerari, dal 4a al 7a. L’arrampicata è in generale su roccia molto buona, compatta e poco usurata per le vie di grado medio-basso, mentre i 7a risentono di più il tempo per quanto riguarda le prese sui passaggi chiave. Molto bella è la via “Strane idee“, un 6b che sale centrale alla parete, leggermente strapiombante nella parte superiore, ma che offre una arrampicata sempre divertente e che si lascia studiare volentieri tra buoni resting.

Masso B:

Il masso è posto in alto, proprio ai piedi del Colodri, l’arrampicata è prevalentemente su placca, a meno delle vie più defilate verso sinistra, dove la componente boulderistica la fa da padrona. I gradi qui vanno dal 5a al 7c.

Nel complesso i massi di Prabi offrono un bell’ambiente, soprattutto per famiglie con bambini. Non per ultima, la possibilità di mettere praticamente sempre la corda dall’alto rende l’arrampicata da primo meno stressante per chi è alle prime armi. La vicinanza con il paese di Arco ed i suoi negozi, rende il post attività ancora più interessante.

Rocca di Badolo

Badolo presenta una roccia molto particolare, molto sabbiosa e farinosa. L’acqua e soprattutto il vento, col tempo, hanno eroso la falesia disegnando geometrie armoniche, onde parallele che si inseguono lungo tutta la parete. Proprio per questa particolare malleabilità della roccia le prese, per la maggior parte, sono state scavate manualmente per poter scalare dove la natura, di fatto, non lo consentirebbe. Tutt’ora, infatti, continua imperterrita a levigare, erodere e rimodellare il profilo di tutte le vie che immancabilmente, col tempo, variano linea e difficoltà.

“Qui a Badolo abbiamo il vanto che è una delle poche falesie al mondo nella quale le vie cambiano nel tempo, un 6a oggi potrebbe essere un 7b domani.”

Il lato negativo di definire in partenza le prese delle vie è che non viene lasciato alcun spazio all’interpretazione, i passaggi diventano obbligati, e la linea perde un po di fascino. Dall’altro lato il colore monotono della roccia rende molto difficile vedere le prese in fase di salita e costringe a ricercare, ad ogni movimento, la posizione della tacca successiva, tastando con le mani di qua e di la.

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Per prendere un po di confidenza con la roccia partiamo tranquilli in un settore di recente chiodatura alla destra del santuario in cima alla rocca. Le sensazioni sono da subito contrastanti, sembra che tutto possa crollare da un momento all’altro, eppure tutto regge. Ogni sbavatura della roccia rilascia sabbia al contatto creando, da un certo punto di vista, un ossimoro per l’arrampicata, stai scalando su qualcosa che la tua testa rigetta. Arrampicare a Badolo è arrampicare su un labile castello di sabbia, la delicatezza nei movimenti gioca un ruolo fondamentale.

Ma ancora più fondamentale è la testa. La rocca ti insegna, o meglio dire ti forza, a fidarti ed abbandonare le paure. E’ un ottimo allenamento per le vie di montagna dove le condizioni della roccia non sono sempre ottimali e avere fermezza di nervi aiuta a proseguire ed a non andare nel panico.

Ci spostiamo su qualcosa che sulla carta dovrebbe essere più duro: Ultimatum a Saddam, 6a, 20m. Prima pelata della giornata. Riesce, più o meno a vista, ma che fatica abituarsi alla roccia e soprattutto alla ricerca delle prese nascoste. Nonostante tutto la lezione non sembra essere imparata ed affrontiamo in sequenza Qui, Quo e Qua, rispettivamente un altro 6a, un 6b ed un 6c di 20m. Il primo è indolore, sulla falsa riga della via precedente, ma che con l’esperienza acquisita saliamo più agevolmente.

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Umberto su Diretta del Fico (5b)

Quo è una che va interpretata, movimenti lenti e posati per equilibri non sempre immediati. Le mani e i piedi appoggiano sempre sulle ondulazioni orizzontali  della roccia, su prese sono tutt’altro che scavate. l’uscita alla catena ospita il passo chiave: a pochi metri dalla fine della via si notano due catene una leggermente a destra della linea degli spit, mentre l’altra decisamente più a sinistra. L’istinto suggerisce che quella giusta sia la prima, ma dopo diversi tentativi su microtacche, quasi impercettibili, un local, sentendo “filosofeggiare”, evidenzia l’errore di valutazione. Lo spostamento verso sinistra si rivela essere il passaggio più esaltante della via, un monodito di
pollice da tenere assieme ad una appena accennata, ma efficace, tacca, da tenere con il medio e l’anulare della mano rovesciata, ti porta a salire al termine della difficoltà.

Qua ha un passo in partenza veramente non banale, su tettino strapiombante. Tenere la presa sabbiosa e levigata sopra il tetto per alzare bene i piedi e allungarsi a prendere lo svaso soprastante, si rivela davvero un impresa ostica. Non riesce la prima, la seconda, neppure la terza volta. Si prova e riprova, quattro, cinque, sei, enne volte, ma ancora niente. Probabilmente per pietà, a conteggio oramai perso, finalmente il passaggio viene e con un balzo si è sopra il tetto. Da li la via prosegue più facile, con passaggi sempre belli e delicati, fino alla catena.

Cambiamo settore, ci spostiamo a Badolo basso. Neanche a dirlo la roccia è la medesima. Carico dalla positiva giornata mi butto, al calar del sole, su un 7a, Paperetta. Qui gli svasi risultano molto meno marcati rispetto alle vie precedenti, e molto spesso lasciano spazio a monoditi e biditi appena accennati. I passaggi sono prettamente di equilibrio ma probabilmente qualcosa manca, a tratti infatti la roccia risulta più fragile si sgretola al tatto. E’ un peccato perché la via avrebbe meritato parecchio, ma senza la stabilità dei piedi, l’equilibrio risulta essere troppo precario. La giornata giunge al termine e si va a riposare.

L’indomani crediamo di aver ormai preso un po di confidenza con la parete, ma per iniziare decidiamo di volare basso, giusto per non prendere delle bastonate fin da subito. Partiamo con quello che dovrebbe essere un 4a da 22m, Spigolino. L’arrampicata è divertente su bombè nel tratto basso e su placca in quello alto, su un mix prese scavate abbondantemente e monoditi a “palla da bowling”. Un grado più realista, al giorno d’oggi è comunque un 5a/b. Proseguiamo con Spigolo della Nadia, un 5a che probabilmente si assesta più sul 5c. Anche qui l’arrampicata è caratterizzata da svasi e buchi, con il tratto superiore della via appena strapiombante. Umberto si butta su Righi, 5c, 18m. In realtà il 5c gli va abbastanza stretto, con un inizio molto deludente tra svasi e buchi creati troppo artificialmente che rendono subito ogni movimento troppo leggibile. Nel mezzo della parete però la via cambia esposizione ed ospita dei bellissimi buchi naturali levigati che alzano un po’ il grado e la rendono più interessante. Purtroppo, o per fortuna, il penultimo rinvio prima della catena è tagliato di netto, obbligando a concludere la via appoggiandosi sulla linea affianco. La tipologia di prese e la bellezza dei passaggi di questi ultimi metri meritano tutta la fatica precedente.

Io, audace, tento un 6c, Buccia di Banana, 20m. Non lascia tregua. E’ un continuo ricercare dell’equilibrio migliore. Nessun passo è lasciato al caso, la via non molla un attimo ed ogni movimento va studiato e provato nel minimo dettaglio. Quello che più sorprende è che la maggior parte delle prese sono naturali, crepe, rovesci, terrazzini, quasi non pare vero. E’ la via che in tutta l’esperienza “Badolo” ci ha maggiormente soddisfatto. Una coppia di locals ci avverte, tra una nostra imprecazione e l’altra, che la via che stiamo salendo è una delle più impestate della falesia. A quanto pare sembra che a noi piaccia mettere il culo tra le pedate, ma la soddisfazione di essere arrivati in catena è indescrivibile. In seguito aggiungono:

“Abbiamo scritto sul gruppo di arrampicata locale che c’è un gruppo di ragazzi da Trento che sono venuti apposta a Badolo per arrampicare, uno vi saluta che vi ha incontrati ieri, gli altri se la ridono allegramente ipotizzando che quantomeno dovreste avere roba buona da fumare”

Sotto consiglio dei nostri nuovi amici provo Il giovane Wimper, un 6b+ di 18m. La via parte con un diedro bombato, molto simpatico per poi proseguire su placca poco appigliata e molto di equilibrio. L’ultimo tratto è perlopiù strapiombante, quasi tutto su biditi. Le fatiche della giornata si fanno sentire e qualche rest è dovuto. Questa è un altra via che merita davvero e che, se fossi stato più fresco, mi sarei goduto di più. Umberto termina, ormai a fine giornata, con la via Dulfer, 6a+, 25m. E’ dal giorno prima che preme per salire questo diedro fessurato che termina alla base di un tetto, non pensa ad altro.

La via è per la maggior parte naturale, con uno stile di salita che pare essere puramente alpino, molto distante dagli standard di questo ambiente. Per necessità solo gli appoggi per i piedi sono leggermente scavati. Si sale in opposizione con le braccia e le gambe tra una parete e l’altra, aiutandosi per quanto si può con la fessura centrale. Lo sforzo fisico è notevole e non lascia molto spazio a dubbi e tentennamenti, anche perché la chiodatura è abbastanza distante. Alla fine della crepa si arriva sotto uno strapiombo che si aggira molto facilmente verso destra. A questo punto la linea salirebbe verticale ma, come successo in precedenza, anche qui mancano dei resinati e si è, immancabilmente, obbligati a proseguire sulla via accanto, caratterizzata dall’ormai inconfondibile “stile Badolo”, buchi scavati ma da ricercare con attenzione.

Arrampicare a Badolo è semplicemente particolare, un esperienza da provare almeno una volta nella vita. Torniamo a Trento sorridenti, con un bagaglio decisamente più ricco, con il piacere di aver conosciuto gente nuova e con la soddisfazione di esserci messi alla prova su qualcosa di, banalmente, diverso.

 

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Via Steger

PUNTA EMMA 2617M – VIA STEGER

SVILUPPO 320+ 150m camminata finale

Apritori: H.steger, P.Wiesinger 1929

TIRI 8 ore 4 (R2, V+)

Esposizione: sud-est

Zaino più leggero del solito.

Partenza di buon mattino per poter prendere il primo bus navetta che parte da Pera di fassa alle ore 7.00. Tra curve strette, tornantini e avvallamenti dopo mezzora circa ci si ritrova pressi il rifugio Gardeccia. 

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Qui il sole non si è ancora degnato di fare capolino, e il freddo di primo mattino accarezza in maniera pungente i lembi di pelle che, audaci, emergono dagli innumerevoli strati di indumenti. Il sentiero che porta dal Gardeccia al rifugio Vajolet però riscalda i cuori mostrando la meraviglia del luogo in cui ci troviamo, e ci immergiamo in poco tempo nel bellissimo e stupendo vallone ai piedi del Catinaccio.

Accompagnati da un palcoscenico mozzafiato, incantati dalle immense pareti che ci circondano, quasi senza accorgersi ci troviamo ai piedi del rifugio Preuss, che si erge orgoglioso sopre un costone di roccia ed osserva con eleganza l’arrivo dei suoi ospiti. Subito dietro di esso si trova il rifugio Vajolet ad una manciata di metri.

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Da qui, guardando in direzione del rifugio Re Alberto, si nota subito la maestosa Punta Emma con la sua forma inconfondibile sovrastare i due rifugi. Il panorama può attendere, da programma c’è una via da salire. Prendendo il sentiero che porta verso il Re Alberto, si nota subito la rampa obliqua che taglia di netto la base della parete alla cui base parte la via Steger.

La prima lunghezza segue proprio questa spaccatura obliqua fino al suo termine, giusto per prendere familiarità con la roccia e guadagnare un po di quota. La difficolta molto contenuta si presta bene a salire questo tratto in conserva. Affrontare una via di montagna richiede sempre una certa organizzazione, ma nonostante fossimo convinti di avere tutto, sul più bello manca qualcosa di fondamentale: i rinvii. Fortuna che di cose se ne portano sempre tante in parete, con un paio di moschettoni in più, qualche fettuccia e cordini si materializzarono una serie di rinvii pronti e affidammo friends e dadi il compito di proteggerci lungo la via. (III)

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Con il sole finalmente pronto a darci il benvenuto inizia la salita del secondo tiro, un altro lungo traverso verso sinistra leggermente più difficile del precedente e poco proteggibile, fino a raggiungere un terrazzino esposto dove effettuare la sosta. Da qui il paesaggio non si può ignorare, i due rifugi ai piedi della parete sempre più distanti e la vallata, ormai completamente illuminata dal sole, splende in tutta la sua bellezza attorno ad essi. (IV)

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Il terzo tiro sale dapprima verticalmente un diedro, per poi traversare verso destra su tacche, con spostamenti in aderenza, e finire col scendere leggermente su appigli che sembrano delle vere e proprie maniglie scavate nella roccia, fino a raggiungere la base di una placconata nera. (V)

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Da qui la via prende due diramazioni diverse. La prima prosegue dritta per una placca compatta per poi aggirare il tetto soprastante a sinistra. La seconda passa invece dritta per dritta sul tetto. Non ci sono dubbi, si opta per il tetto. Un tiro molto deciso ma allo stesso tempo ben appigliato, complice la roccia che riesce a donare al salitore un senso di grande solidità e sicurezza. Il tiro più bello della via. (V+)

Il quinto tiro prosegue verticale oltrepassando a destra un ulterio tetto, molto più esposto del precedente, con difficoltà non banali. Si giunge infine su una cengia dove si tira un bel respiro e ci si ferma quel momento ad osservare il paesaggio attorno. Dalle labbra, istintivamente ed inconsciamente, esce un WOW per lo spettacolo e la soddisfazione. (V/V+)

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Da qui la salita si fa meno impegnativa e più piacevole. Si punta ad una fessura leggermente strapiombante, a nostro parere meno fisica di quanto possa sembrare, per poi tornare ad arrampicare su placca con appigli meno scavati ma con difficolta contenute. (IV/V)

Si sale infine attraverso dei camini piuttosto semplici che danno l’impressione che ormai la cima è vicina. Tutta apparenza perché con una mezza nello zaino ed una in conserva si salgono gli ultimi 150 metri su roccette di secondo grado con la vetta sempre a tiro che, provati dall’impegno sulla via, sembra non giungere mai. (III/II)

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Finalmente si giunge ad un terrazzino che segna la fine della scalata. Di fronte a noi si ergono le torri del Vajolet in tutto il loro splendore, li ferme ad osservarci, come se ci stessero aspettando. Tutto attorno le dolomiti come palcoscenico di una stupenda giornata di sole, arrampicata e amicizia.

Da qui il rientro non è per nulla comodo nè scontato. Degli omini avrebbero dovuto indicare il rientro ma al nostro passaggio non erano presenti. Si scende stando il più possibile sulla sinistra verso il rifugio Re Alberto rimanendo comunque sul versante di punta Emma. Circa 10 metri più in basso nel canalone tra essa ed il Catinaccio è presente un anello cementato per la calata ma per arrivarci bisogna passare un tratto molto esposto e difficile da individuare senza riferimenti. Dopo una calata si arriva direttamente sul sentiero che colega il Re Alberto al Vajolet.

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Quella vallata, di sorprendente bellezza, e le impressionanti cime che la sovrastavano, crearono in noi, per i giorni seguenti, un’immagine talmente forte che, ogni qualvolta chiudessimo gli occhi, ci proiettavamo in essa.

Mescalisio

Jurassik Park 6c / 22m

Bifora 6c+ / 22m

Linea che inizia facile su grandi svasi scavati, per poi aumentare di grado verso metà parete. Qui prevale una continua ricerca di equilibrio ma sopratutto di aderenza, le prese per le mani sono poco scavate e per i piedi ancora meno. La prima parte della difficoltà consiste in un traverso da destra a sinistra, da affrontare con decisione incastrando il piede sinistro nel grande buco scavato. Ora, cercando di tenere le micro-tacche migliori, si effettua un poco banale cambio piede per completare il traverso, equilibrandosi alla bene e meglio con il sinistro alto. La seconda parte dell’insidia è a dir poco spettacolare. Una volta rinviato ci si alza quanto basta per tenere un monodito con la falange di un dito della mano destra, si alzano bene i piedi, prima il destro su svasetto, e poi il sinistro su pura placca, per raggiungere la comoda crepa soprastante. Qui la forza nel singolo dito, la rapidità d’azione e la fiducia nei propri mezzi sono fondamentali per il superamento dell’asperità. Una sequenza da oscar, da fare tutta in un fiato.

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Bifora (passa a destra del cespuglio per traversare poi a sinistra), 6c+.

Rizzi, orsi zizzi e stravizi 5c / 25m

Bella placca compatta piena di svasi, per nulla complicata. Chiodatura al limite della legalità da quanto è ravvicinata, direi che più di 15 spit per appena 25 metri sono veramente eccessivi, una via di palestra all’aperto.

L’erotomane 5b / 14m

Via strana e storta che regala veramente poche emozioni. La linea degli spit segue una naturale crepa nella roccia e costringe l’arrampicatore a continui e poco sensati traversi.

Piccola dolce Ale 6b+ / 15m

Sinfonia d’emozioni 6b / 15m

Zoi way 7a / 20m

Zoy way è un capolavoro d’aderenza, una di quelle vie i cui problemi più grandi da superare sono i limiti che si pone la tua mente. Parte da subito con un singolo bastardo tra il secondo ed il terzo spit, da affrontare stando sulla parte sinistra della parete. Segue un traverso verso destra su placca un per lo più appoggiata. La seconda difficoltà si presenta tra il quarto ed il quinto spit: sulla destra scorre una sequenza di rocce rotte, parecchio sporche e con molta vegetazione, mentre sulla sinistra la placca è troppo compatta per offrire qualche appiglio. In realtà le difficoltà non sono elevatissime qua, ma la sensazione di sporco altera il senso di sicurezza percepito dalla mente. In seguito la via si sposta sulla placca di destra dove trova l’ultima difficoltà proprio negli ultimi passaggi per giungere alla catena. Qui scorre una comoda fessura sulla destra che invita la salita, ma seguirla porta fuori via. Centralmente la placca sembra dura ma in realtà ha tutto quello che serve per affrontarla senza troppi problemi.

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Dubbi esistenziali 6a+ / 10m

Peccato per la lunghezza limitata della via, perché merita proprio. Arrampicata sempre di equilibrio in un continuo traverso verso sinistra, una costante gara di aderenza contro una roccia fantastica.

Alice in Wonderland 6b+ / 22m

Mescalisio 5c / 10m

Rastrello 5b / 10m

Mescalisio Plus 6a+ / 25m

Greenstone 5c / 25m

La via inizialmente segue una crepa verticale, per poi finire su bella placca bucherellata di lettura ambigua. Nel complesso una salita divertente senza troppe pretese

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Simone su Greenstone (5c).

Attrezzi di un certo livello 6b+ / 17m

La Febbra 6a / 16m

JJ 5c / 16m